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Un lungo tratto di strada insieme

Lamin ha fatto un bel pezzo di strada in Italia con Sara a fianco. A ottobre i due hanno celebrato il quarto anno di vita in comune. “È arrivato a casa mia che era poco più che un adolescente, aveva appena 18 anni, e ora è diventato un uomo”. Una convivenza, questa, diversa dalle solite: il progetto Refugees Welcome prevede infatti, di norma, che la coabitazione duri dai sei mesi a un anno, ma ci possono essere delle eccezioni, come in questo caso.

Sara è un’insegnante di scuola materna in pensione con una biografia particolare. È nata in Eritrea, dove il padre lavorava, ed è tornata in Italia da bambina. Una vita, la sua, caratterizzata dall’impegno a fianco dei più vulnerabili, tra cui persone con disabilità e minori con alle spalle situazioni familiari difficili. “Avevo una grande casa che si era svuotata e mi sembrava giusto valorizzarla, ridarle vita, ospitando qualcuno in difficoltà. Sentivo che era un vero peccato sprecare questo spazio, mentre là fuori c’erano persone che una casa non l’avevano”, ricorda Sara. Su eventuali timori rispetto a questa esperienza, afferma: “la paura nasce dalla non conoscenza. L’ho sperimentato in prima persona. Quando sono tornata in Italia dall’Eritrea, per un pò di tempo ho avuto il terrore della folla, perché non ero abituata ad essere circondata da persone bianche”.

Non è tutto sempre rose e fiori, perché abbiamo entrambi un bel caratterino. Fa parte delle regole della vita, la convivenza non è mai una cosa semplice, sarebbe innaturale pensarlo".

Sara

All’inizio l’ex insegnante desiderava aprire le porte della sua casa ad una donna, magari una mamma con un bambino o con una bambina, ma ha cambiato idea quando ha capito che, a Palermo, l’emergenza abitativa, fra la popolazione straniera, riguarda soprattutto i neo-maggiorenni arrivati in Italia da minori non accompagnati. Come Lamin. Diventare maggiorenni è uno snodo fondamentale: questi ragazzi, che  stanno per terminare un percorso in strutture di accoglienza, faticano a trovare spazi fisici e relazionali che rispondano alla loro necessità di emanciparsi e di indirizzare autonomamente le loro vite. Il tutto con un’ambivalenza di fondo, relativa all’equilibrio tra autonomia e abbandono nel momento dell’uscita dai centri.“Quando ho compiuto 18 anni”, ricorda Lamin, “gli operatori della comunità dove vivevo mi hanno detto che avrei dovuto lasciare la struttura. Ero molto in ansia, perchè se non lavori tanto è molto difficile trovare una casa. Avevo davvero paura di finire per strada. Il mio avvocato mi ha parlato di Refugees Welcome e l’idea di avere una famiglia mi è subito piaciuta. Mi sono detto proviamoci”.

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Lamin arriva nella mia vita di Sara in un momento particolare e doloroso per la donna. “Conoscerlo è stato provvidenziale. Avevo perso da qualche tempo due delle mie figlie. Il dovermi occupare di qualcuno, in modo anche pratico, mi ha aiutato a sopravvivere. La sua presenza è stata vita: c’era qualcuno che doveva crescere”. In questi anni, fra i due si è creata una relazione profonda, con i suoi difetti, come è normale che sia. “Quando ci siamo incontrati, mi è piaciuto subito. Non è tutto sempre rose e fiori, perché abbiamo entrambi un bel caratterino. Ci sono dei momenti in cui non ci sopportiamo” racconta ridendo Sara. “Fa parte delle regole della vita, la convivenza non è mai una cosa semplice, sarebbe innaturale il contrario. Ma ti insegna a gestire i conflitti, che è una cosa importantissima.”. Lamin non ama molto la cucina e si affida molto a Sara, che si lamenta bonariamente di questa sua pigrizia. “Sto ancora aspettando che un giorno sia lui a cucinare per me un piatto africano, ma per il resto è molto collaborativo nella gestione della casa. È ossessionato dall’ordine e della simmetria. Io metto una cosa in una posizione, lui arriva e la cambia ”, aggiunge in modo scherzoso.

Lamin al momento lavora part-time in un supermercato e frequenta le scuole superiori, a distanza e in presenza. Sogna di lavorare nel commercio, per questo l’anno prossimo sceglierà l’indirizzo economico dell’istituto dove studia. Sul bilancio di questa convivenza, dice: “Vivo con Sara da 4 anni, ci siamo affezionati e ci siamo subito capiti a vicenda. Mi piace il fatto che mi lasci libero. Tutta la famiglia mi ha accolto a braccia aperte e accettato per quello che sono, quindi posso dire di essere stato veramente fortunato. I suoi figli sono diventati come fratelli e sorelle”. Il giovane rifugiato è anche andato a trovare Alessandra, la figlia di Sara che abita a Roma. Fra i due si è cementato un rapporto molto stretto. “Sono stato una settimana e ho imparato un sacco di cose sulla storia della capitale, grazie ad Alessandra. Ho girato in bicicletta, una cosa nuova per me”. “Una delle mie nipotine che abita in Germania lo adora. Quando lo ha conosciuto, mi ha detto: nonna ti ringrazio di avermi fatto trovare Lamin. I figli di Sara hanno sin dall’inizio appoggiato questa scelta della madre di ospitare una persona rifugiata. 

"Tengo le cose per me, forse un po’ troppo, ma apprezzo molto che Sara rispetti i miei silenzi. Su questo abbiamo trovato un equilibrio".

Lamin
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Lamin, per sua stessa ammissione, non è un grande chiacchierone: “Tengo le cose per me, forse un po’ troppo, ma apprezzo molto che Sara rispetti i miei silenzi. Su questo abbiamo trovato un equilibrio”, racconta il ragazzo. 

“Aprirsi agli altri è una grande opportunità, è una cosa che ci conviene, che fa bene a noi stessi. Ogni persona nuova che passa nella tua vita ti lascia qualcosa di sé. Il mio desiderio è che Lamin diventi indipendente e che si realizzi in ciò che ama fare. Vorrei buttarlo fuori di casa. Anche se so che, quando succederà, sarà un giorno molto triste per me”, conclude l’ex insegnante.

 

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