Fra chiacchiere e cucina: la convivenza di Ali e Giovanna.

Come state passando il tempo in quarantena? Chiediamo in videochiamata a Giovanna ed Ali, la loro risposta è immediata e all’unisono: “cuciniamo”! “Beh in realtà Ali prepara il pane e la pizza ed io sto a guardare mentre gli do sempre una mano quando fa la pasta fresca perché quella la so fare anche io” aggiunge Giovanna. Impastare è la passione di Ali che a gennaio ha concluso un corso di panificazione con la speranza di trovare un lavoro, magari in un panificio, dopo questa emergenza sanitaria così da poter mettere in pratica tutto quello che ha imparato.

Giovanna ed Ali hanno in comune la passione per la cucina, si divertivano a preparare cene e pranzi la domenica anche prima di questo periodo di quarantena. A Giovanna piacerebbe sperimentare nuove ricette e condimenti per la pasta, Ali invece è più tradizionalista: “la pizza? rigorosamente margherita, una volta Ali si è lanciato e abbiamo preparato una napoletana, quella con le acciughe, ma è stato solo un caso” dice Giovanna ridendo.

Nonostante la differenza di età i due cercano sempre di trovare delle attività da fare insieme, oltre alla cucina, condividono l’hobby delle passeggiate in montagna. E poi parlano e si confrontano: “discutiamo molto, di politica e questioni di genere, a volte abbiamo punti di vista completamente opposti ed è naturale visto che veniamo da realtà e generazioni diverse, ma non manca mai il rispetto per il punto di vista dell’altro”, affermano entrambi. Del suo ospite, Giovanna apprezza la maturità, nonostante la giovane età, e il fatto che l’abbia aiutata ad allargare i propri orizzonti. Ali invece fa affidamento sui consigli di Giovanna: “il miglior consiglio ricevuto da lei è quello di dover pensare di più a me stesso e non preoccuparmi sempre e solo per gli altri” dice Ali.

A soli 22 anni Ali ha quella maturità di chi ne ha viste già tante. Ancora minorenne, a 14 anni, ha abbandonato il nord del Mali, all’epoca caduto in una spirale di violenza e dove, ancora  oggi, persiste una situazione di conflitto a bassa intensità fra il governo centrale e le milizie islamiche di Al Qaida nel Sahel. “Quando i miliziani hanno iniziato a imporre la legge islamica e a costringere i ragazzi della zona ad unirsi alla guerriglia, ho capito che era arrivato il momento di andare via”. Da lì Ali ha iniziato il viaggio che lo ha portato prima in Algeria e poi in Libia. “Arrivato a Tripoli, ho lavorato un po’. La situazione ha iniziato a diventare pericolosa. Un giorno mi hanno fermato per strada e portato in un centro di detenzione per otto mesi. Lì funziona così, chiedono un riscatto alla tua famiglia e se non ti procuri il denaro, sei in trappola. Io purtroppo non avevo né denaro mio, né qualcuno che potesse pagare per me”, racconta con sguardo chino, mentre si accarezza alcune cicatrici che ha sul braccio.

“Ad un certo punto sono riuscito a scappare e  salire su un barcone. La traversata è stata difficile, ma per fortuna una nave italiana ci ha soccorso e portato in Sicilia”. Dall’isola Ali è stato trasferito prima in un centro per minori e poi in uno per adulti.

A sentirli parlare sembrerebbe che i due si conoscano da anni ma in verità Giovanna e Ali abitano insieme solamente da un anno. In realtà la loro convivenza era destinata a durare solo poche settimane. Giovanna si era iscritta a Refugee Welcome Italia con l’intenzione di ospitare una donna ma aveva deciso di dare una mano ad Ali per un paio di settimane così da dare alle volontarie il tempo di trovare il matching perfetto per entrambi: “abito da sola e per questo motivo avevo pensato di ospitare una ragazza rifugiata ma in quel preciso momento non c’erano donne nella lista di Refugee Welcome, così quando le volontarie mi hanno raccontato la storia di Ali, un ragazzo giovanissimo che aveva urgente bisogno di una stanza a Roma perché doveva iniziare un corso di panificazione, ho pensato di lanciarmi, ero serena perché tanto sapevo che sarebbe stata una soluzione temporanea, solo per 3 massimo 4 settimane”.

Ma qualcosa è cambiato nel loro rapporto quasi da subito, ad Ali è stata presentata una famiglia che era disposta ad ospitarlo per più tempo e a Giovanna sono state fatte varie proposte ma nessuna soluzione li soddisfaceva in pieno: “non ne avevamo parlato bene tra di noi ma in realtà avevamo già preso una decisione, quella di continuare quest’avventura insieme,  è stata una scelta naturale perché ci eravamo trovati bene e anche adesso a distanza di un anno tutto sembra filare liscio per fortuna”, conclude Giovanna.

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La quarantena di Kalissa.

Kalissa è un giovane rifugiato accolto da una famiglia di Palermo. In questi giorni lo abbiamo incontrato per farci raccontare come sta andando questo periodo di quarantena.

Come stai vivendo questo periodo?

Lo sto vivendo come si dovrebbe. Nel senso che resto a casa per la mia sicurezza e per quella delle persone con cui convivo. Per salvaguardare la salute di tutti.

Come guardi a questa pandemia?

Sono sicuro che ce la faremo e la supereremo, anche se non si sa quando. Se tutti rispettiamo le regole stabilite dagli scienziati, sperando che abbiano ragione, supereremo anche questo.

La pandemia ti fa riflettere sull’importanza dell’avere una casa?

Sì, l’importanza della casa è grandissima. Auguro a tutti di averne una, un posto in cui stare. È importante perché mi trovo in un posto in cui mi sento al sicuro, protetto, nonostante la pandemia. Non sono solo, sono assieme a questa famiglia, che mi dà grande supporto. È anche per questo che sto vivendo questa esperienza con fiducia. Mi chiedo: “chi vive un momento del genere senza una casa, come fa?”

Qual è la prima cosa che farai appena finita la quarantena?

È una domanda che ognuno di noi si pone, ma la prima cosa da chiedersi è: “sopravvivremo?” Se tutto andrà bene, appena finisce questa quarantena, c’è la mia ragazza che è da 3 settimane che piange e ha voglia di vedermi.

 La tua attività preferita in questi giorni?

Studiare e leggere, perché mi aiutano a passare la giornata in maniera leggera.

Hai scoperto cose nuove?

Ho cucinato piatti nuovi, quello sì.

Pensi che sia cambiato il rapporto con Giando, Patrizia e i loro figli?

È cambiato molto, perché prima ci vedevamo poco. Adesso ci svegliamo assieme e fino a sera restiamo insieme. Facciamo lavori a casa, cuciniamo, mangiamo, chiacchieriamo e guardiamo film.

Pensi di conoscerli meglio?

Molto meglio, sì. C’è una maggiore apertura tra di noi, pure io sto condividendo di più quello che prima cercavo di tenere solo per me stesso. Parliamo anche delle mie preoccupazioni, e loro mi danno sostegno, anche perché sono grandi e hanno più esperienza.

Pensi che questo virus, come società, ci possa insegnare qualcosa?

L’uomo è nato per affrontare la sopravvivenza, come un pesce in mare aperto, sempre troverà delle sfide da affrontare e supererà anche questa. Al di là di questo, penso che insegnerà a tutti l’importanza di avere una casa in cui sentirsi al sicuro e dell’importanza delle relazioni, del convivere con gli altri.

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Una casa dove stare al sicuro.

“Dove sta Mamadou?” chiede dal balcone la piccola vicina di casa di Margherita e Michele, dopo che hanno deciso di aderire al progetto Refugees Welcome Italia e di ospitare un rifugiato. “Mamadou è arrivato da noi proprio nel momento in cui le restrizioni sono diventate più limitanti con il Decreto nazionale del 9 marzo – spiega Margherita – ed è cominciata una convivenza molto più intensa di quella che avevamo immaginato”.

Ma neanche ora Margherita ha dubbi nel voler accogliere Mamadou e si muove con la stessa determinazione con la quale ha preso la decisione qualche mese fa. “Quando ho letto un articolo che parlava di una convivenza a Ravenna –  spiega Margherita – mi sono subito iscritta a Refugees Welcome Italia. Quando sono tornata a casa, ho condiviso l’intenzione con Michele, il mio compagno, e con nostro figlio Francesco. Entrambi ne sono rimasti entusiasti. Credo che sia un passaggio fondamentale far conoscere queste iniziative mediante i giornali, ma conta molto anche il passaparola. Dopo qualche giorno dall’arrivo di Mamadou, un mio amico di Brindisi al quale avevo raccontato dell’esperienza intrapresa, mi ha riferito di essersi iscritto anche lui alla piattaforma. Sono convinta che ‘pubblicizzare’ queste accoglienze non serva a far cambiare idea a chi la pensa in maniera differente, ma può far riflettere tutte quelle persone che nutrono valori solidali e altruistici”.

Mamadou Sow, 21enne, proveniente dalla Guinea Konakry, in Italia dal 2017, è stato precedentemente accolto in un Cas (centro di accoglienza straordinaria) del territorio, dove ha avuto la possibilità di imparare la lingua italiana, di lavorare come aiuto cuoco, seguire un corso come costruttore di carpenteria metallica, operatore del verde e di prendere la patente per il muletto. “Sono molto contento di essere a casa con loro e sono anche preoccupato per il Coronavirus, perché la malattia non guarda in faccia a nessuno. Ma stare qui e condividere il mio tempo con loro mi rasserena, mi fa sentire al sicuro. E poi adoro giocare con Francesco”, spiega Mamadou. “Quando potremo tornare a uscire però non avremo così tanto tempo per giocare, perché io ho tanti impegni con il basket, la scuola, la musica. Un po’ mi dispiace, ma spero comunque di poter tornare a fare le altre cose”, aggiunge Francesco.

Si tengono compagnia h24 in casa. “Ogni tanto gli ricordiamo – continua Margherita – che questa non è la normalità. E sebbene ci sia più tempo per conoscerci, si tratta di un tempo fittizio. Le persone le conosci guardandole vivere,  osservando come si comportano con gli altri e in generale come si approcciano alla realtà circostante. Questo è un tempo sospeso, ma nonostante tutto, va molto bene e le piccole perplessità iniziali su come sarebbe stato si stanno dissolvendo con la convivenza stessa. Anche quelle paure legate al contagio del virus si sono interrotte nel momento in cui Mamadou ha smesso di lavorare”.

Si cucina, si guardano film e si usano le tecnologie come in qualsiasi altra casa ai tempi del Covid-19.

“Quelle che emergono sono anche le differenze – racconta Michele – Mamadou ha un approccio alla vita alternativo al nostro. Sin dal modo di raccontare la sua storia emergono priorità e punti di vista differenti. Emana una calma, uno stare nel presente, forse per fatalismo o per le esperienze che ha vissuto, che restituiscono al tempo un altro significato”.

Curiosità, libertà e autonomia sono le parole d’ordine di questa accoglienza. “Sin da quando è entrato – continua Michele –  abbiamo cominciato a mandare domande di lavoro per la stagione che verrà, con la speranza che l’emergenza Coronavirus passi presto e che si possa tornare alla normalità.  Noi non pensiamo alla scadenza della nostra convivenza, ma ci auguriamo che possa finire quanto prima perché ciò vorrebbe dire che il progetto ha funzionato, che Mohamadou ha raggiunto la sua indipendenza”.

E questo è l’intento del giovane. “Mi va bene qualsiasi lavoro – specifica Mamadou – ma punterò soprattutto al settore metalmeccanico, perché è un lavoro specializzato e potrà darmi più garanzie”.

E rispetto all’accoglienza al di fuori della porta di casa. “Quando Mamadou è arrivato, lo abbiamo presentato ai vicini dalla finestra e le reazioni sono state tutte positive, conclude Margherita. Certo, so già che saremo anche criticati, ma quelle critiche che arriveranno, ci renderanno ancora più certi della nostra decisione. Penso che il bene non abbia un colore e nemmeno una nazionalità. Spesso ci si rivolge a una determinata situazione spinti dalla propria storia e cultura di appartenenza. A chi dirà: ‘Ma con tutti gli italiani che hanno bisogno, proprio uno straniero?’ risponderò: “E chi lo dice che questa è l’unica forma di solidarietà che noi mettiamo in atto? Come diceva mia nonna: ‘Dove si mangia in tre, si mangia anche in quattro’.

Sono tanti i ragazzi, come Mamadou, che hanno bisogno di una casa dove stare al sicuro. Se hai una camera in più nella tua abitazione e desideri aiutare un rifugiato o una rifugiata a trovare un posto dove stare, clicca a questo link.

 

 

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Una famiglia arcobaleno per Samuel.

“Samuel ha 20 anni, viene dalla Nigeria ed è un ragazzo meraviglioso!. Questa è la prima frase che Alberto ci dice per telefono quando gli viene chiesto di descrivere il suo ospite.

Alberto e suo marito Luca incontrano Samuel per la prima volta a marzo del 2019, conoscono già da anni l’associazione Refugees Welcome Italia ma abitando in un monolocale e non avendo a disposizione una camera in più hanno dovuto per un po’ lasciare nel cassetto il desiderio comune di accogliere un ragazzo rifugiato. Finalmente ad inizio 2019 acquistano una casa, un po’ più grande della precedente, e capiscono che quello era il momento giusto per proporsi come famiglia ospitante. La mancata esperienza di una genitorialità, il desiderio di un impegno concreto in linea con le scelte fatte nella loro vita personale, contro il pregiudizio e i luoghi comuni, li muovono ad aprire la loro vita e la loro casa a Samuel. Certo le paure prima di iniziare il percorso sono state tante, per esempio dice Alberto “avevamo paura di non trovare qualcuno che accettasse in pieno la nostra omosessualità, avevamo inoltre sentito alcune leggende metropolitane sui nigeriani che ci hanno messo un po’ di paura ma eravamo davvero determinati a superare questo timore e a non lasciarci condizionare”. Paure che sono comunque subito scomparse non appena hanno visto Samuel che gli ha subito confidato di essersi iscritto al sito perché cercava il calore di una famiglia. Samuel ha perso la sua in Nigeria e la scelta di entrare nel progetto non è stata dettata dal mero bisogno economico ma dal desiderio di integrarsi, di stringere legami affettivi.

“Le prime settimane di convivenza sono state delle settimane strane” confida Luca, “ci sentivamo impacciati, avevamo paura di sbagliare, cercavamo di essere prudenti, ci chiedevamo continuamente quale fosse il modo più giusto di relazionarci con lui. Non avendo figli temevamo di essere troppo apprensivi. Ma allo stesso tempo volevamo offrirgli il nostro affetto. E poi c’era la vita in tre. Non eravamo abituati a condividere i nostri spazi con nessuno. Poi, gradualmente, ci siamo sciolti e rasserenati, il dialogo ha iniziato ad aprirsi, tutto è diventato più semplice e più spontaneo”.

Luca ricorda un giorno in cui, dovendo cambiare una lampadina, sale su una sedia e Samuel gli si avvicina tenendolo per le gambe per assicurarsi che non cadesse. “In quel momento ho capito quanto ci tenesse a me” racconta.

Samuel già al momento dell’inizio della convivenza lavorava come magazziniere, “eravamo così felici e fieri del suo impegno nel lavoro, però cerchiamo anche di supportare la sua voglia di continuare gli studi” racconta Alberto.

Alberto e Luca riconoscono in lui una cultura ampia, una mentalità aperta e un atteggiamento protettivo nei loro confronti rispetto a chi può all’esterno avere pregiudizi sulla loro unione. “Samuel legge, si confronta con noi, e la sera, quando torna dopo una giornata di lavoro, trova anche il tempo per studiare l’italiano”.

La loro routine quotidiana è simile a quella di tante altre famiglie, durante il giorno lavorano ed è la sera che si ritrovano tutti e tre a cena e a guardare poi un film insieme o a studiare l’italiano. La domenica sono tutti a casa, Luca ci confida che, “da quando c’è lui, abbiamo ripreso a frequentare la Chiesa Valdese visto che lui ce lo chiede spesso. E poi a pranzo da una delle nonne, le nostre madri, la sua rassicurante famiglia allargata”.

In queste settimane di emergenza sanitaria, la loro quotidianità non è cambiata molto, perché Samuel sta continuando a lavorare. Però adesso da contratto gli spetta un giorno libero che utilizzano per prepararsi al meglio all’inizio della scuola a settembre, “abbiamo effettuato l’iscrizione ad un istituto professionale prima dell’arrivo di questo virus e stiamo cogliendo l’occasione per rafforzare la lingua e le altre materie” racconta Alberto.  Se la loro quotidianità resta immutata nonostante la “chiusura forzata” cambiano però i loro progetti di viaggi estivi. Pensavano infatti di andare a visitare l’isola di Vulcano a giugno ospiti di alcuni amici e dopo a Roma. Ma per il momento possono solo dire che è tutto rinviato.

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Una occasione per passare un po’ più di tempo assieme.

Massimo e Roberta sono una coppia di Roma. Da ottobre 2019 ospitano nella loro casa, dove vivono assieme ai loro figli, Saif, un giovane rifugiato iracheno di 22 anni. Abbia mo chiesto loro come sta andando questo periodo di convivenza in quarantena.

“Tutto sommato, bene. Eravamo un po’ preoccupati, all’inizio, che la convivenza forzata potesse far emergere tensioni che fino ad allora non si erano manifestate. Invece si è trasformata in un’occasione per passare un po’ più di tempo insieme. 

Saif torna la mattina presto dal forno. Mentre prima non trovava nessuno perché noi solitamente usciamo sempre prima che lui torni, ora al suo ritorno ci trova a casa e ci possiamo salutare (e mangiare i pan goccioli che ci porta dal forno ancora caldi!). La mattina lui si riposa, mentre noi lavoriamo e stiamo coi bambini. Poi si pranza tutti insieme. Il pomeriggio lui di solito dorme, dovendo lavorare la notte. Ma a volte capita anche di passare dei momenti insieme nel pomeriggio, che Saif spesso dedica a stare coi bambini a giocare. Prima della quarantena, capitava di pranzare insieme solo la domenica, e neanche sempre. Molto dipendeva da quanto Saif fosse stanco per la notte di lavoro. Ora invece ci godiamo ogni giorno dei bei pranzi tutti insieme, spesso in terrazza approfittando del bel sole. E dopo pranzo lui da sempre una mano a sparecchiare, momento in cui capita di chiacchierare, magari anche di argomenti che non possiamo o non vogliamo affrontare davanti ai bambini. 

E poi, soprattutto, finalmente stanno capitando occasioni in cui cuciniamo insieme: Saif qualche volta prepara il pane a casa, e insieme facciamo la pizza. Infine, i bambini hanno scoperto il magico mondo della playstation di Saif, il quale spesso si offre -povero lui- per farli giocare nella sua stanza!

Saif tende a stare molto da solo, nella sua stanza, durante la giornata. Il che, dal nostro punto di vista è più che comprensibile: per un ventiduenne non dev’essere facile condividere tutto il giorno la casa con due quarantenni e due bambini. Ovviamente a noi quattro capita ogni tanto di dispiacerci quando per un tempo prolungato non ci capita di interagire con lui, nonostante condividiamo tutto il tempo lo stesso tetto. Ma, come detto, lo capiamo (forse più noi, che i bambini…). L’esperienza della quarantena, all’interno della più ampia esperienza dell’accoglienza, ci ha insegnato a ridefinire le nostre aspettative. Questo vale specialmente per quel che riguarda il tempo che ci si aspetta di passare insieme, e che invece si passa separati. Detto questo, Saif a volte è capace di sorprenderci col regalo di compleanno che non ti aspetti, ordinato con largo anticipo per evitare che le restrizioni di questo periodo causassero dei ritardi. O magari facendo la spesa per tutti”.

Massimo e Roberta

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La cosa più naturale del mondo, facile, bella.

Zaynab, la nostra ospite tunisina, non ha piacere che si racconti la sua storia e io non lo farò. Posso però dire che è una ragazza molto simpatica, socievole, e decisamente in gamba. Ha 24 anni, esattamente l’età di nostra figlia: Laura ha occhi azzurri e capelli biondi, lei ha occhi color cioccolato e una cascata di lunghi capelli inanellati di ricci, che copre con il velo quando esce di casa. Zaynab parla perfettamente l’italiano, perché in realtà è nata in Italia. La sua storia è complicatissima e dolorosa. Lei ne è fuggita 3 anni fa, e adesso può finalmente immaginare un futuro diverso.Sicuramente ce la farà, perché è forte, curiosa e positiva.

Da quando è con noi, la casa profuma di spezie e di pane caldo, una meraviglia! La cucina è la grande passione di Zaynab: lei spesso prepara pietanze marocchine che ha imparato da sua madre, e Laura le insegna i piatti italiani che ha imparato da noi (è brava anche lei). Le sentiamo chiacchierare in cucina tra sbattere di pentole e padelle, sghignazzare in bagno mentre provano i mascara, lisciano capelli, e si preparano per vedersi con gli amici. Siamo molto felici. Da qualche mese a casa si mangia benissimo, e gli altri nostri figli lo hanno capito presto. Infatti vengono a trovarci sempre più spesso, si fermano per un thé alla menta e poi a cena, e se ne partono soddisfatti con scorte di tajine e baclavà fragranti.

Adesso che il coronavirus ci ha confinati a casa, gli scambi culturali della nostra famiglia avvengono la sera via whatsapp, tra noi quattro, i due figli a Roma e il secondogenito che vive a Parigi: noi mandiamo le foto di sontuosi couscous, loro ci restituiscono quelle di parmigiane di melanzane, pizza filante di mozzarella, torta di carote. “Diventeremo tutti ciccioni”, ci diciamo tra lo scherzo e il preoccupato. E infatti da qualche giorno Laura e Zaynab si fanno su e giù  le scale del condominio, cinque volte per quattro piani; io, più modestamente, qualche esercizio per gli addominali sul tappetino, prima di mettermi a lavorare. Perché, qui si lavora! Non ci stiamo mica impigrendo in quarantena, anzi: Laura segue le lezioni dell’università, Zaynab consuma la nostra biblioteca di narrativa e si è iscritta a un corso di inglese online. Mio marito poi esce prestissimo, per andare al lavoro in ospedale.

Insomma, pensavamo fosse difficile organizzarci con un’ospite sconosciuta, abituarci alla sua presenza, condividere i nostri spazi…e invece ecco, è tutto molto sereno e normale. Per noi, per i nostri figli, persino per i nostri due gatti!

Come se fosse stato così da sempre.

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Le mascherine di Mustapha.

Ci sono dei rumori familiari e inconfondibili, che riportano indietro nel tempo. Come quelli delle vecchie macchina a cucire a pedali che appartenevano ai nostri nonni.

È questo tipo di macchina, figlia di un’altra epoca, che Mustapha ha comprato da un anziano signore di Napoli. È stata una delle prime cose che ha acquistato da quando vive in Italia: non un cimelio o un modello da collezione, ma uno strumento di lavoro. Perché Mustapha fa il sarto e quella macchina gli serve per cucire. Ne aveva una simile quando viveva ancora in Benin, il suo paese di origine, da cui è stato costretto a scappare nel 2017. Lì la usava per cucire abiti femminili destinati alle donne del posto. Qui invece la usa, in questi giorni, per creare delle mascherine che possano proteggere le persone a cui vuole dall’epidemia di COVID-19. L’emergenza sanitaria lo costringe a casa come tutti, sospende la sua quotidianità e la ricerca di un lavoro, spingendolo a inventare nuovi modi per riempire il vuoto delle giornate tutte uguali. E perché no, per rendersi utile. 

Mustapha vive a Poggio Reale, nella casa di famiglia che Rosaria e Nunzia, due sorelle napoletane, gli hanno messo a disposizione dopo la morte della loro madre. Desideravano ripopolare quello spazio di nuove voci e nuovi volti, tenerlo vivo per mantenere la memoria: si sono così rivolte a Refugees Welcome Italia per ospitare un rifugiato e, qualche giorno prima di Natale, hanno conosciuto Mustapha. Nunzia vive in un’altra abitazione a pochi metri di distanza; Rosaria, che fa l’infermiera, ha un appartamento al piano di sotto, ma di fatto, quando non lavora, divide la casa di famiglia con Mustapha.

“A fine febbraio anche qui a Napoli le mascherine sono diventate introvabili, così, su suggerimento di Nunzia e Rosaria, ho pensato di poter dare una mano, cucendole io stesso. Ho usato delle stoffe africane, a fantasie e molto colorate. Non sono le classiche mascherine, ma proteggono lo stesso. In questo momento non posso fare molto, se non restare a casa e usare la mia macchina da cucire per aiutare le persone che conosco. Ho prodotto una cinquantina di mascherine per  Rosaria, Nunzia, i loro familiari, i colleghi di lavoro e gli amici. È il mio modo di contribuire, di mostrare la mia vicinanza al Paese che mi ha accolto”.

 

A proposito della vita ai tempi della quarantena, Mustafa aggiunge: “Non mi pesa tanto stare a casa, soprattutto se c’è di mezzo una cosa importante come la salute. Nunzia e Rosaria mi aiutano a migliorare l’italiano, leggiamo e facciamo insieme gli esercizi. Mi spiace solo non aver potuto iniziare un corso di sartoria a cui mi ero iscritto e non poter cercare lavoro. Ho bisogno, come tutti, di lavorare. Ho sempre desiderato fare il sarto: per me è anche un modo per creare una continuità fra il prima, la mia vita in Africa, e il dopo, il mio arrivo in Italia. In pochi anni tutto è cambiato attorno a me, ma rimane il mio amore per il cucito. Un punto fermo”.

Una passione che lo porta a vivere quasi in simbiosi con la sua macchina a pedali Singer, fedele compagna di questi giorni sospesi. “Vorrei modificarla, inserendo un motore, per poterla utilizzare come se fosse elettrica. Il pedale è faticoso, rallenta. Appena finirà la quarantena andrò a comprarne uno”. Di quello che è diventato ormai il suo paese adottivo dice: “Non avevo in programma di venire in Europa. Non pensavo che un giorno sarei diventato un rifugiato, ma è andata così e non si può cambiare quello che non puoi controllare. Anche se non l’ho scelta, amo l’Italia, amo Napoli. Non è stato amore a prima vista, ma un sentimento che è cresciuto col tempo, imparando a conoscere ogni giorno qualcosa di più”.

Della sua vita passata, invece, Mustapha non vuole parlare. Non ha condiviso dettagli nemmeno con Nunzia e Rosaria. “Credo non sia ancora pronto a farlo e noi rispettiamo questa sua scelta. Quando e se avrà voglia di aprirsi, noi siamo qui”, commentano le due sorelle. “Il nostro rapporto con Mustapha è iniziato in punta di piedi, con discrezione e qualche imbarazzo. Per un po’ di tempo ci siamo “studiati”, ma poi la relazione, grazie alla condivisione della quotidianità, è cresciuta. All’inizio credo che lui avesse dei timori, del tutto comprensibili, rispetto a questa esperienza. Ma ora ha trovato la sua dimensione” racconta Nunzia. Della sintonia che si respira in casa, anche in questi giorni di quarantena, parla anche Rosaria: “Io sto continuando ad andare a lavorare fuori casa, perché faccio l’infermiera. Quando torno, spesso Mustapha mi fa trovare il pranzo o la cena pronti, a seconda dell’orario. Approfittiamo di queste giornate di reclusione per cucinare – l’altro giorno abbiamo fatto la pizza – per fare ginnastica e migliorare il suo italiano. Lo aiuto a fare gli esercizi e mi fa piacere vedere che migliora. Non sbaglia più nessun congiuntivo, quasi meglio di un italiano!”.

 

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Il messaggio di Ibrahim: DAJE ITALIA!

È passato quasi un anno da quando, il 14 Aprile 2019, mi sono trasferito a Ostia, per vivere assieme ad una famiglia italo-tedesca che ha deciso di ospitarmi. Provavo ad immaginare come potesse essere vivere con una famiglia italiana e avevo qualche timore, a causa delle differenze culturali. Ma le mie ansie sono subito sparite perché Elena, Dirk e Andrea mi hanno da subito trattato come uno di loro, come se ci conoscessimo da anni.

Per una persona come me, che non aveva mai pensato di potersi sentire a casa in terra straniera, è stata una bella scoperta. Qui in Italia ho trovato un posto che posso chiamare “casa mia”. Con l’aiuto dalla mia nuova famiglia, mi sono iscritto in una scuola serale per prendere la terza media, e, allo stesso tempo, cercavo un lavoro. Fortunatamente, dopo aver superato l’esame di licenza media, ho vinto una borsa di studio di 2 anni al Collegio del Mondo Unito: potevo così proseguire i miei studi! Mi sono dovuto trasferire a Duino, vicino Trieste, ma un pezzo del mio cuore rimane sempre a Ostia.

A causa dell’emergenza sanitaria, il mio collegio un mese fa ha chiuso, come tutte le altre scuole in Italia. Mi hanno chiesto di ritornare a casa. SI! A CASA! Sono tornato ad Ostia: è stato bellissimo rivedere la mia famiglia italiana. È stato come se fossi tornato in Sierra Leone.

Durante questo periodi difficile per la popolazione italiana e il mondo ingenerale, noi, come famiglia, cerchiamo di farci coraggio. Ridiamo, giochiamo, cuciniamo, seguiamo le lezione virtuali e guardiamo la  TV tutti insieme. L’unico modo che ho per aiutare l’Italia in questo momento è stare a casa e donare sangue alle persone che ne hanno bisogno. L’ho fatto una volta due settimane e vorrei farlo più spesso perché oggi  l’Italia e anche la mia terra.  Ce la faremo, tutti assieme. DAJE  L’ITALIA.

 

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Giulia, Amira e Tommaso: la loro vita in quarantena.

“Questo periodo di reclusione forzata a casa ci sta dando la possibilità di trascorrere più tempo insieme, a differenza di quanto succedeva prima. Abbiamo sempre avuto  tutti e tre delle giornate dense di impegni, fra lavoro e studio, es era complicato incrociarsi. Ora ne approfittiamo per cucinare assieme: passiamo ore in cucina, prima ai fornelli e poi a pulire”

Giulia racconta così la nuova quotidianità che la quarantena ha imposto a lei e alle due persone con cui divide l’appartamento: Tommaso, il suo fidanzato, e Amira, una ragazza somala che da un anno vive a casa con loro. Una convivenza resa possibile dal nostro progetto “Young Together”, che promuove la coabitazione tra giovani italiani e rifugiati. “Amira prepara delle lenticcchie spaziali!” prosegue Giulia. “io posso provare mille volte, ma non mi vengono mai buone come le sue”. La cucina è infatti una delle passioni di Amira: la ragazza frequenta la scuola alberghiera e da poco ha terminato un corso di pasticceria. “Avrebbe dovuto iniziare in queste settimane il tirocinio previsto dal corso, ma, purtroppo, a causa dell’epidemia è tutto rimandato”, racconta Giulia. Nel frattempo Amira ne approfitta per concentrarsi sui suoi studi.

La convivenza nell’ambito del progetto sostenuto dalla nostra associazione è formalmente finita il 3 marzo, ma i tre ragazzi hanno deciso di continuare a condividere casa fino a settembre. “In quasi più di un anno di vita da coinquilini, posso dire che è andato tutto bene, altrimenti non avremmo deciso di proseguire. All’inizio abbiamo avuto qualche incomprensione relativa alla gestione della casa, come credo sia naturale fra persone che non si conoscono. Ma una volta che abbiamo trovato un modo per dialogare, il ghiaccio si è rotto e da lì è filato tutto liscio”.

Dopo più di un anno, è anche tempo di bilanci. A questo proposito Giulia ci racconta “Se tornassi indietro lo rifarei e anzi, continuerei a farlo anche con un’altra persona. Questa esperienza – può sembrare una banalità – ma ci ha molto arricchito, a livello personale e anche come coppia. Non condividevo casa dai tempi dell’Università per scelta, perchè sono molto gelosa dei miei spazi. Poi ho letto di questo progetto e ho pensato fosse una ottima opportunità per mettere insieme due cose: il desiderio di aiutare qualcuno in difficoltà e quello di mettermi alla prova, di superare alcune mie rigidità. E sono contenta di esserci riuscita.

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Sono Abdullahi, ho 22 anni e vengo dalla Somalia.

Mi chiamo Abdullahi, ho 22 anni e sono somalo. Abito in Italia da tre anni. Sono arrivato in Europa dall’Egitto, dopo aver attraversato diversi paesi africani. Il viaggio è pericoloso e ho perso tanti amici. Le persone non muoiono solo in mare, cercando di attraversare il Mediterraneo, ma anche nel deserto. Non amo ricordare questi momenti, perché sento che ancora manca qualcosa. C’è troppo dolore. 

Nel mio Paese c’è la guerra dal 1991. Io sono nato e cresciuto in una bellissima città che si chiama Merka. Dopo essere arrivato in Sicilia, sono stato immediatamente trasferito in Piemonte, a Germagno, in un centro di accoglienza straordinario (CAS). Germagno è un piccolo paese, le persone parlano solo piemontese ma sono molto gentili. Ho anche conosciuto un ragazzo del posto, Luca. Siamo diventati amici. Lui giocava a calcio con noi. Sono rimasto a Germagnano due anni, in attesa di avere i documenti. Dopo che mi è stato riconosciuto lo status di rifugiato, mi sono spostato a Civie, in un centro di seconda accoglienza.In questo periodo ho studiato per l’esame di terza media e ho fatto un tirocinio.

Dopo sei mesi, il progetto di accoglienza è finito, non avevo un posto dove andare e temevo di finire per strada. Ero preoccupato. Avevo paura di perdere tutto quello che avevo faticosamente raggiunto. Poi l’operatrice del centro di accoglienza che mi seguiva mi ha messo in contatto con Refugees Welcome Italia, che mi ha presentato una famiglia italiana che voleva ospitarmi. Vivo ancora con loro. Si chiamano Federico ed Elena. Hanno tre figli: Eugenio, Francesco e Filippo. Sono delle persone meravigliose. Per me è stato importantissimo incontrarli. Mi hanno insegnato che anche se il colore della pelle, la cultura, la religione sono diverse, l’umanità ci rende tutti uguali. Viviamo come una famiglia, mangiamo insieme, a volte cucino dei piatti somali per loro. Mi sento a casa. Abbiamo anche fatto un viaggio in Francia tutti assieme: per me è stato un grande regalo poter visitare un altro paese europeo. Anche grazie a loro, posso dire che Torino è una città accogliente! Noi abitiamo un po’ fuori città, a Superga. L’ultimo bus per questa zona è alle 8 di sera e quando non riesco a prenderlo, incrocio sempre qualche vicino che è pronto a darmi un passaggio.

Ora sto facendo il servizio civile e lavoro con dei ragazzi disabili. Ho capito che non siamo noi ad aiutarli, ma sono loro che aiutano noi e ci insegnano tante cose. Mi trovo molto bene con i miei colleghi di lavoro: festeggiamo i compleanni tutti insieme, come vecchi amici.

Se guardo indietro e penso a quello che mi sono lasciato alle spalle, provo nostalgia. Non so se rivedrò mai la mia famiglia. Però, allo stesso tempo, anche se sono lontano dal mio Paese, qui mi sento a casa.

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