Il sarto e l’insegnante: la storia di Brice e Ada.

ll Covid, nonostante le restrizioni e limitazioni, sembra non aver fermato il desiderio di condividere esperienze di vita, seppure apparentemente così diverse e lontane. La storia di accoglienza che raccontiamo oggi viene da Mola di Bari, una  cittadina della costa barese.

È qui che abita Ada, insegnante di italiano in una scuola media e appassionata di viaggi. Curiosa dell’altro e desiderosa di aiutare una persona rifugiata nel suo percorso di inclusione in Italia, Ada ha contattato Refugees Welcome Italia per dare disponibilità ad ospitare.  Dopo mesi di attesa, dovuti al lockdown, finalmente è riuscita a realizzare questo desiderio, che è diventato ancora più forte durante i mesi di isolamento. “La quarantena mi ha fatto capire ancora di più quanto sia importante avere una casa in cui stare al sicuro. E ho pensato che mettere a disposizione la mia fosse la cosa giusta da fare”. Così, a fine maggio, Ada ha potuto finalmente incontrare Brice, 28 anni, che è in Italia dal 2017 e proviene dal Camerun. Qui gestiva un atelier di moda e oggi ama definirsi “sarto di professione e parrucchiere per hobby”. Una volta in Italia ha fatto di tutto, lavorando ovunque fosse possibile e frequentando corsi di sartoria, ma anche di giardinaggio.

Brice ha conosciuto Refugees Welcome tramite un’amica e ha visto nel progetto un’ottima opportunità di crescita personale. Vivere con delle persone del posto, racconta, è uno dei modi migliori “per conoscere il territorio e le abitudini degli italiani, migliorare la lingua e orientarsi nella burocrazia”. Ma è anche, per il giovane camerunense, “trovare un luogo da poter chiamare finalmente casa”.

Dopo gli incontri conoscitivi preliminari, avvenuti con la mediazione del gruppo barese di Refugees Welcome, a inizio giugno Brice si è trasferito a casa di Ada e a quanto pare ci sono tutti i presupposti affinché questa esperienza si riveli arricchente per entrambi, da un punto di vista umano e del sostegno reciproco. Brice è arrivato a Mola di Bari portando con sé una grossa valigia piena di stoffe ed un abito realizzato esclusivamente per Ada, per ringraziarla del suo gesto di accoglienza e generosità.

 

Una nuova famiglia per Mamadou.

Mamadou ha 20 anni ed è arrivato in Italia 3 anni fa, era ancora minorenne quando è sbarcato in Sicilia dalla Guinea. È passato da diversi centri di accoglienza per minori fino a quando è approdato nelle vite di Nicola, Anna e nonno Benito l’estate scorsa. La differenza tra un centro d’accoglienza e una casa vera e propria è abissale: “ho vissuto per tanto tempo nei centri d’accoglienza e prima di iniziare quest’esperienza avevo paura perché non mi ricordavo più come si stava in famiglia, come ci si comporta con le altre persone, ma dopo un paio di settimane con loro ho riscoperto cosa si prova a stare tutti insieme ed essere supportati, ho anche acquistato una libertà che non avevo nemmeno in Africa, le mamma africane sono molto severe, Anna invece non lo è ” ci dice ridendo il ragazzo.

Mamadou è diventato parte integrante della famiglia, una sorta di secondo figlio per Anna che si è iscritta al progetto con il pieno supporto del figlio diciasettenne Nicola: “abbiamo deciso di prendere parte al progetto di Refugees Welcome perché in TV non si parlava d’altro che di barconi, di gente che moriva alla ricerca di un posto migliore e di centri d’accoglienza strapieni, tutto questo ci ha spinto a fare qualcosa di concreto nel nostro piccolo. Se durante la guerra, quando si moriva di fame, nel 44’/45’, mia mamma è stata accolta da parenti che economicamente non stavano bene, di sicuro lo potevamo fare anche noi che stiamo decisamente meglio!”

Aderire al progetto è stato facile ed Anna era davvero entusiasta ma le prime paure sono arrivate man mano che la data di inizio convivenza si avvicinava: “a casa c’era già Nicola, mi sono chiesta se accogliere un altro ragazzo adolescente non fosse un po’ troppo per me ma tutti i dubbi si sono sciolti quando abbiamo incontrato Mamadou per la prima volta, lui è davvero molto carino, non è come avere un ospite, lui è parte di casa nostra, è come se ci fosse sempre stato!” ci racconta Anna.

Ma i veri protagonisti di questa convivenza sono senza dubbio i due giovani di casa, quasi coetanei che condividono gli stessi interessi: “Io e Mamadou andiamo molto d’accordo, ho provato a farlo ambientare qui ad Imola presentandolo ai miei amici che lo hanno subito accolto nel nostro gruppo, prima del coronavirus uscivamo spesso tutti insieme ma adesso la nostra vista sociale non è molto attiva” afferma Nicola.

“Ci piace fare il bagno al fiume anche se l’acqua è fredda, fare delle passeggiate, giocare a calcio e vedere dei film, ci divertiamo un sacco! Durante la quarantena abbiamo passato davvero molto tempo insieme a chiacchierare, ci siamo conosciuti un po’ di più, non è stato un bel periodo per tutti ma io mi sono divertito molto!” ci dice Mamadou.

“Arrivare in famiglia mi ha aiutato a dimenticare i problemi passati ed essere finalmente felice” ci confessa Mamadou. Quest’esperienza gli è stata fondamentale, il supporto della famiglia gli ha permesso di conquistare tante piccole cose, ad esempio migliorare la lingua, prendere la patente e guidare ma anche riuscire a trovare un lavoro. Mamadou è un operaio in un’azienda agricola, si occupa della preparazione dei salumi: “lo prendiamo tutti in giro, lo chiamiamo il salumiere mussulmano” ci dicono ridendo Anna e Nicola.

Ma quest’esperienza non è stata positiva solo per Mamadou: “la vita senza di lui sarebbe stata più monotona e meno aperta verso il mondo, ho imparato un sacco di cose che sembravano davvero lontane ma che invece non lo sono affatto. Fare quest’esperienza ti avvicina tantissimo alla realtà e ti rendi conto di cosa è davvero importante” afferma Nicola.

“Questa convivenza ci fa crescere, ci arricchisce di nuove cose ogni giorno, ci siamo resi conto che per una persona abbiamo fatto la differenza ed è una sensazione meravigliosa!” conclude Anna.

 

 

 

 

Il divano blu dell’accoglienza.

Seduti sul comodo divano blu a casa di nonna Tiziana ci sono i suoi cinque nipoti e un nuovo speciale ospite: Amadou.  Amadou è un ragazzo di origine senegalese che dal 2018 si è spostato in Italia al fine di poter migliorare la sua vita e darsi la possibilità di studiare e apprendere un mestiere. Se gli si chiede quale siano le sue ambizioni future lui risponde: ”diventare saldatore, la mia tesina di scuola parla proprio di questo!”. Amadou, infatti, ha seguito un corso per imparare questa professione e, una volta ottenuto il diploma scolastico, spera di avere la possibilità di iniziare un tirocinio per approfondire al meglio ciò che ha imparato durante la formazione. 

Da febbraio, grazie a Refugees Welcome Italia,  Amadou è ospite nella casa di Tiziana, Pierfrancesco e di loro figlio Federico. Tiziana e Pierfranco raccontano la facilità e la spontaneità con cui si è attività questa convivenza: ”la cosa più bella di questo percorso è accorgersi di come sia normale ciò che stiamo facendo, ci si conosce poco alla volta e tutto diventa giorno dopo giorno naturale. Sin da subito abbiamo compreso di essere molto simili e capaci di adattarci l’uno con l’altro”. La famiglia, ad esempio, ha voluto condividere con Amadou il periodo del Ramadan trovandosi a cenare alle nove di sera, dopo il tramontare del sole, lasciando sempre un piatto da scaldare per il mattino seguente, all’alba. Al tempo stesso, anche Amadou si è sempre dimostrato aperto ed interessato a conoscere la cultura italiana. Parlando di Amadou, Tiziana lo descrive come un ragazzo curioso: “chiede sempre il significato delle parole che non conosce, chiede il perché di alcune nostre usanze italiane, rimanendo sempre affascinato”.

Da subito, Amadou è stato accolto con grande entusiasmo da tutti i quindici nipoti di Tiziana e Pierfranco. In poco tempo, è diventato, per loro, parte della quotidianità a casa della nonna: un compagno di giochi, di studio e tanto altro. Che sia una partita a basket in giardino o alla playstation, un pomeriggio passato a fare costruzioni con i Lego, Amadou è sempre disponibile e felice di poter giocare con loro.

Tiziana e Pierfranco si augurano che questa esperienza di convivenza possa trasmettere ai lori nipoti il valore dell’accoglienza, dell’inclusione e della condivisione. “Speriamo che capiscano cosa è l’empatia e che sapersi mettere nei panni degli altri è fondamentale”. Il tutto su un divano blu, nella comodità di un pantaloncino corto che mostra le sbucciature sulle ginocchia e nella praticità di essere liberi di non indossare scarpe correndo per casa della nonna.

Noi stiamo a casa con Fodè.

Dallo scorso novembre condividiamo casa nostra a Mirano con Fodè, un ragazzo giovanissimo che è arrivato in Italia da minorenne. Fodè è molto intraprendente e proprio in concomitanza con l’inizio della convivenza ha trovato un tirocinio presso lo “Scatolificio Veneto”, a pochi chilometri da casa. Fodè non ha avuto problemi ad ambientarsi ed è stato accolto con gioia dai nostri amici. Anche noi abbiamo avuto modo di conoscere i suoi e passare del tempo tutti insieme, ad esempio una sera prima di Natale ci siamo ritrovati con alcuni dei suoi amici dall’ora di merenda a dopo cena e abbiamo finito la serata in allegria con danze senegalesi.  Prima dell’inizio dell’emergenza sanitaria, Fodè si era iscritto a scuola guida dove frequentava i corsi serali che ha dovuto però abbandonare con l’arrivo del Covid-19. Inoltre, questo virus ha purtroppo costretto l’azienda, per la quale lavora, a sospendere tutti i tirocini e Fodè si è ritrovato ha passare più tempo a casa con il mio compagno Massimo che è rimasto, anche lui, a casa dal lavoro. Per non annoiarci abbiamo organizzato un programma di attività giornaliera in casa e in giardino/orto. Questi mesi di quarantena ci hanno dato il tempo di effettuare piccole riparazioni che erano state messe in stand-by da mesi e a volte da anni.

La stagione primaverile, quest’anno particolarmente fiorente, non chiedeva altro che di mettere mano a tosaerba, decespugliatori, cesoie, vanghe, zappe ecc. Insomma, avremo un orto e un giardino invidiabili! Intendiamoci, non facciamo mica le levatacce, ci si alza fra le 8 e le 9 del mattino e senza stress svolgiamo i lavori del giorno.  Fodè ci aiuta volentieri e dopo il pranzo si rilassa chattando, videochiamando, dormendo, insomma fa le cose tipiche degli adolescenti. A volte nell’obiettivo del suo smartphone finiamo anche noi ed inevitabilmente si finisce a condividere qualche sua amicizia. Nel pomeriggio io e lui ci dedichiamo alle lezioni dell’autoscuola, ci esercitiamo facendo un paio di batterie di quiz, studiare per la patente comporta anche lo studio della lingua italiana. Fodè parla con facilità la nostra lingua ma la terminologia utilizzata nel libretto dell’autoscuola e nei quiz per l’esame della patente è spesso astrusa ed incomprensibile. Generalmente questa tortura finisce dopo un’ora e mezza o due con la corsetta liberatoria nella strada sterrata davanti a casa: più la seduta è stata faticosa e più numerose sono le andate-e-ritorni lungo la sterrata.

Fodè, però preferisce in assoluto darsi da fare in cucina; più che la banale cottura di pasta o riso o bocconcini di pollo che preparava per il pranzo in fabbrica e che talvolta prepara anche adesso, gli piacciono ricette più originali e di maggiore soddisfazione, come gli gnocchi o il pane. La manualità non gli manca, ci mette davvero una grande passione che dimostra una “vocazione” che meriterebbe in futuro –chissà- di essere assecondata e coltivata.

Poi ci sono i passatempi extra: ordinaria amministrazione come il taglio dei fittissimi capelli da parte di Maurizio, l’uscita autocertificata in bici in tabaccheria per la ricarica telefonica; ma anche la straordinaria amministrazione, come per esempio la partecipazione all’appello per il salvataggio dei profughi nel Mediterraneo a seguito della chiusura dei porti italiani e altri imprevisti che riempiono le giornate.

Siamo fortunati di aver passato queste giornate così insolite insieme, qui con noi Fodè può trascorrerle all’aperto e in movimento. Noi, grazie alla sua compagnia ci manteniamo attivi inventandoci ogni giorno nuove cose da fare, senza indulgere alla pigrizia o al pessimismo.  Ieri è finito il Ramadan, vissuto da Fodè con contagiosa energia e leggerezza. Anzi, col suo accattivante sorriso ha convinto Maurizio a digiunare con lui per un giorno. E allora, per la fase 2 o ancor più per la fase 3, che dire? Inshallah!

Il piacere di sentirsi dire: “Come stai”?

È proprio vero che nella vita il tempo è tutto: c’è bisogno di tempo per conoscersi e studiarsi meglio, tempo per capire il carattere e le abitudini di chi ci sta vicino. Così è stato per Anna, Francesco e Awa che da un anno condividono casa a Bologna. All’inizio della convivenza Awa, 25 anni originaria del Gambia, era una ragazza molto timida, silenziosa e riservata. Aveva sempre vissuto in un centro d’accoglienza e non sapeva cosa aspettarsi dall’esperienza in famiglia: “quando mi sono iscritta al progetto non sapevo come poteva essere la vita in una famiglia italiana ma quando ho incontrato Anna per la prima volta non ho pensato a nulla di male, lei e il marito avevano accolto in passato due ragazzi del Mali e Gambia e ho pensato che potevo fidarmi”.

Anna e Francesco sono stati una “famiglia accogliente” per altri due ragazzi ed esserlo anche per Awa è stato naturale: “eravamo molto curiosi di accogliere una ragazza e di iniziare un’esperienza diversa dalle altre. Quando abbiamo conosciuto Awa abbiamo capito che dovevamo darle del tempo per conoscerci ed entrare in confidenza con noi, avevo la consapevolezza che le cose un poco alla volta si sarebbero svelate da sole” racconta Anna.

Effettivamente a distanza di un anno le cose sono cambiate, i timori iniziali sono svaniti. Awa si sente più a suo agio e questo ha messo in luce anche un lato più spiritoso del suo carattere che era rimasto nascosto. Anche Francesco si è aperto di più: “sono sempre stata io a promuovere l’accoglienza in famiglia, mio marito aveva qualche timore ma ho visto una grande trasformazione in lui, è cambiato grazie alle convivenze che abbiamo attivato ed oggi è un punto di riferimento per i ragazzi che sono stati nostri ospiti. Lui è felice di avere Awa a casa con noi che lo vizia, e per Awa è lo stesso…guai a chi le tocca il suo papone!” ci dice Anna ridendo.

Rispetto ai primi mesi si nota più confidenza, si condividono più cose, si scherza e ci si prende in giro. Prima del Coronavirus i loro orari erano completamente diversi, Awa lavorava su turni anche nel weekend e non riuscivano a vedersi spesso, ora invece passano più tempo a casa insieme e si stanno conoscendo più approfonditamente.

Un hobby che ha contribuito a rafforzare la loro relazione è stata la cucina: “Awa è molto brava a cucinare, ed è una vera disgrazia perché mangiamo sempre! Cucinare insieme era un’abitudine che avevamo prima dell’arrivo del virus ma adesso è diventata una cosa esagerata, cuciniamo in continuazione” ci rivela Anna. Awa ha frequentato un corso di cucina e si diverte a preparare pietanze italiane e africane: “mi piace cucinare tutto ma il mio piatto preferito italiano sono le lasagne quello africano è il Tchep, un piatto tradizionale con carne e riso”. Inoltre, Awa ci racconta, ridendo, che sta approfittando di questo periodo di reclusione forzata per esercitarsi con i quiz per la patente: “è un disastro non capisco nulla, per fortuna Anna e Francesco mi stanno aiutando!”. Francesco la supporta con la parte più tecnica spiegandole il codice della strada, Anna invece le da una mano con la comprensione della lingua ma è uno studio pesante e ogni tanto Awa non si presenta a lezione!

Ma oltre al supporto con la patente, Awa ci confida che Anna e Francesco sono sempre presenti e disponibili ad aiutarla: “quello che apprezzo di più di loro è che mi chiedono sempre se sto bene, sono contenta quando qualcuno mi chiede come sto e sono felice di aver fatto questa esperienza che è davvero particolare e che mi ha insegnato a guardare le cose con occhi diversi”. Anna ci rivela di essere davvero contenta che Awa sia riuscita aprirsi di più: “è bello riuscire a stringere un rapporto di fiducia con le persone che ospiti, anche noi siamo felici di aver preso parte al progetto, ogni convivenza ci ha donato qualcosa, la nostra famiglia si allarga sempre di più e di una cosa siamo certi: non siamo destinati a rimanere soli”!

 

Fra chiacchiere e cucina: la convivenza di Ali e Giovanna.

Come state passando il tempo in quarantena? Chiediamo in videochiamata a Giovanna ed Ali, la loro risposta è immediata e all’unisono: “cuciniamo”! “Beh in realtà Ali prepara il pane e la pizza ed io sto a guardare mentre gli do sempre una mano quando fa la pasta fresca perché quella la so fare anche io” aggiunge Giovanna. Impastare è la passione di Ali che a gennaio ha concluso un corso di panificazione con la speranza di trovare un lavoro, magari in un panificio, dopo questa emergenza sanitaria così da poter mettere in pratica tutto quello che ha imparato.

Giovanna ed Ali hanno in comune la passione per la cucina, si divertivano a preparare cene e pranzi la domenica anche prima di questo periodo di quarantena. A Giovanna piacerebbe sperimentare nuove ricette e condimenti per la pasta, Ali invece è più tradizionalista: “la pizza? rigorosamente margherita, una volta Ali si è lanciato e abbiamo preparato una napoletana, quella con le acciughe, ma è stato solo un caso” dice Giovanna ridendo.

Nonostante la differenza di età i due cercano sempre di trovare delle attività da fare insieme, oltre alla cucina, condividono l’hobby delle passeggiate in montagna. E poi parlano e si confrontano: “discutiamo molto, di politica e questioni di genere, a volte abbiamo punti di vista completamente opposti ed è naturale visto che veniamo da realtà e generazioni diverse, ma non manca mai il rispetto per il punto di vista dell’altro”, affermano entrambi. Del suo ospite, Giovanna apprezza la maturità, nonostante la giovane età, e il fatto che l’abbia aiutata ad allargare i propri orizzonti. Ali invece fa affidamento sui consigli di Giovanna: “il miglior consiglio ricevuto da lei è quello di dover pensare di più a me stesso e non preoccuparmi sempre e solo per gli altri” dice Ali.

A soli 22 anni Ali ha quella maturità di chi ne ha viste già tante. Ancora minorenne, a 14 anni, ha abbandonato il nord del Mali, all’epoca caduto in una spirale di violenza e dove, ancora  oggi, persiste una situazione di conflitto a bassa intensità fra il governo centrale e le milizie islamiche di Al Qaida nel Sahel. “Quando i miliziani hanno iniziato a imporre la legge islamica e a costringere i ragazzi della zona ad unirsi alla guerriglia, ho capito che era arrivato il momento di andare via”. Da lì Ali ha iniziato il viaggio che lo ha portato prima in Algeria e poi in Libia. “Arrivato a Tripoli, ho lavorato un po’. La situazione ha iniziato a diventare pericolosa. Un giorno mi hanno fermato per strada e portato in un centro di detenzione per otto mesi. Lì funziona così, chiedono un riscatto alla tua famiglia e se non ti procuri il denaro, sei in trappola. Io purtroppo non avevo né denaro mio, né qualcuno che potesse pagare per me”, racconta con sguardo chino, mentre si accarezza alcune cicatrici che ha sul braccio.

“Ad un certo punto sono riuscito a scappare e  salire su un barcone. La traversata è stata difficile, ma per fortuna una nave italiana ci ha soccorso e portato in Sicilia”. Dall’isola Ali è stato trasferito prima in un centro per minori e poi in uno per adulti.

A sentirli parlare sembrerebbe che i due si conoscano da anni ma in verità Giovanna e Ali abitano insieme solamente da un anno. In realtà la loro convivenza era destinata a durare solo poche settimane. Giovanna si era iscritta a Refugee Welcome Italia con l’intenzione di ospitare una donna ma aveva deciso di dare una mano ad Ali per un paio di settimane così da dare alle volontarie il tempo di trovare il matching perfetto per entrambi: “abito da sola e per questo motivo avevo pensato di ospitare una ragazza rifugiata ma in quel preciso momento non c’erano donne nella lista di Refugee Welcome, così quando le volontarie mi hanno raccontato la storia di Ali, un ragazzo giovanissimo che aveva urgente bisogno di una stanza a Roma perché doveva iniziare un corso di panificazione, ho pensato di lanciarmi, ero serena perché tanto sapevo che sarebbe stata una soluzione temporanea, solo per 3 massimo 4 settimane”.

Ma qualcosa è cambiato nel loro rapporto quasi da subito, ad Ali è stata presentata una famiglia che era disposta ad ospitarlo per più tempo e a Giovanna sono state fatte varie proposte ma nessuna soluzione li soddisfaceva in pieno: “non ne avevamo parlato bene tra di noi ma in realtà avevamo già preso una decisione, quella di continuare quest’avventura insieme,  è stata una scelta naturale perché ci eravamo trovati bene e anche adesso a distanza di un anno tutto sembra filare liscio per fortuna”, conclude Giovanna.

Una casa dove stare al sicuro.

“Dove sta Mamadou?” chiede dal balcone la piccola vicina di casa di Margherita e Michele, dopo che hanno deciso di aderire al progetto Refugees Welcome Italia e di ospitare un rifugiato. “Mamadou è arrivato da noi proprio nel momento in cui le restrizioni sono diventate più limitanti con il Decreto nazionale del 9 marzo – spiega Margherita – ed è cominciata una convivenza molto più intensa di quella che avevamo immaginato”.

Ma neanche ora Margherita ha dubbi nel voler accogliere Mamadou e si muove con la stessa determinazione con la quale ha preso la decisione qualche mese fa. “Quando ho letto un articolo che parlava di una convivenza a Ravenna –  spiega Margherita – mi sono subito iscritta a Refugees Welcome Italia. Quando sono tornata a casa, ho condiviso l’intenzione con Michele, il mio compagno, e con nostro figlio Francesco. Entrambi ne sono rimasti entusiasti. Credo che sia un passaggio fondamentale far conoscere queste iniziative mediante i giornali, ma conta molto anche il passaparola. Dopo qualche giorno dall’arrivo di Mamadou, un mio amico di Brindisi al quale avevo raccontato dell’esperienza intrapresa, mi ha riferito di essersi iscritto anche lui alla piattaforma. Sono convinta che ‘pubblicizzare’ queste accoglienze non serva a far cambiare idea a chi la pensa in maniera differente, ma può far riflettere tutte quelle persone che nutrono valori solidali e altruistici”.

Mamadou Sow, 21enne, proveniente dalla Guinea Konakry, in Italia dal 2017, è stato precedentemente accolto in un Cas (centro di accoglienza straordinaria) del territorio, dove ha avuto la possibilità di imparare la lingua italiana, di lavorare come aiuto cuoco, seguire un corso come costruttore di carpenteria metallica, operatore del verde e di prendere la patente per il muletto. “Sono molto contento di essere a casa con loro e sono anche preoccupato per il Coronavirus, perché la malattia non guarda in faccia a nessuno. Ma stare qui e condividere il mio tempo con loro mi rasserena, mi fa sentire al sicuro. E poi adoro giocare con Francesco”, spiega Mamadou. “Quando potremo tornare a uscire però non avremo così tanto tempo per giocare, perché io ho tanti impegni con il basket, la scuola, la musica. Un po’ mi dispiace, ma spero comunque di poter tornare a fare le altre cose”, aggiunge Francesco.

Si tengono compagnia h24 in casa. “Ogni tanto gli ricordiamo – continua Margherita – che questa non è la normalità. E sebbene ci sia più tempo per conoscerci, si tratta di un tempo fittizio. Le persone le conosci guardandole vivere,  osservando come si comportano con gli altri e in generale come si approcciano alla realtà circostante. Questo è un tempo sospeso, ma nonostante tutto, va molto bene e le piccole perplessità iniziali su come sarebbe stato si stanno dissolvendo con la convivenza stessa. Anche quelle paure legate al contagio del virus si sono interrotte nel momento in cui Mamadou ha smesso di lavorare”.

Si cucina, si guardano film e si usano le tecnologie come in qualsiasi altra casa ai tempi del Covid-19.

“Quelle che emergono sono anche le differenze – racconta Michele – Mamadou ha un approccio alla vita alternativo al nostro. Sin dal modo di raccontare la sua storia emergono priorità e punti di vista differenti. Emana una calma, uno stare nel presente, forse per fatalismo o per le esperienze che ha vissuto, che restituiscono al tempo un altro significato”.

Curiosità, libertà e autonomia sono le parole d’ordine di questa accoglienza. “Sin da quando è entrato – continua Michele –  abbiamo cominciato a mandare domande di lavoro per la stagione che verrà, con la speranza che l’emergenza Coronavirus passi presto e che si possa tornare alla normalità.  Noi non pensiamo alla scadenza della nostra convivenza, ma ci auguriamo che possa finire quanto prima perché ciò vorrebbe dire che il progetto ha funzionato, che Mohamadou ha raggiunto la sua indipendenza”.

E questo è l’intento del giovane. “Mi va bene qualsiasi lavoro – specifica Mamadou – ma punterò soprattutto al settore metalmeccanico, perché è un lavoro specializzato e potrà darmi più garanzie”.

E rispetto all’accoglienza al di fuori della porta di casa. “Quando Mamadou è arrivato, lo abbiamo presentato ai vicini dalla finestra e le reazioni sono state tutte positive, conclude Margherita. Certo, so già che saremo anche criticati, ma quelle critiche che arriveranno, ci renderanno ancora più certi della nostra decisione. Penso che il bene non abbia un colore e nemmeno una nazionalità. Spesso ci si rivolge a una determinata situazione spinti dalla propria storia e cultura di appartenenza. A chi dirà: ‘Ma con tutti gli italiani che hanno bisogno, proprio uno straniero?’ risponderò: “E chi lo dice che questa è l’unica forma di solidarietà che noi mettiamo in atto? Come diceva mia nonna: ‘Dove si mangia in tre, si mangia anche in quattro’.

Sono tanti i ragazzi, come Mamadou, che hanno bisogno di una casa dove stare al sicuro. Se hai una camera in più nella tua abitazione e desideri aiutare un rifugiato o una rifugiata a trovare un posto dove stare, clicca a questo link.

 

 

Una famiglia arcobaleno per Samuel.

“Samuel ha 20 anni, viene dalla Nigeria ed è un ragazzo meraviglioso!. Questa è la prima frase che Alberto ci dice per telefono quando gli viene chiesto di descrivere il suo ospite.

Alberto e suo marito Luca incontrano Samuel per la prima volta a marzo del 2019, conoscono già da anni l’associazione Refugees Welcome Italia ma abitando in un monolocale e non avendo a disposizione una camera in più hanno dovuto per un po’ lasciare nel cassetto il desiderio comune di accogliere un ragazzo rifugiato. Finalmente ad inizio 2019 acquistano una casa, un po’ più grande della precedente, e capiscono che quello era il momento giusto per proporsi come famiglia ospitante. La mancata esperienza di una genitorialità, il desiderio di un impegno concreto in linea con le scelte fatte nella loro vita personale, contro il pregiudizio e i luoghi comuni, li muovono ad aprire la loro vita e la loro casa a Samuel. Certo le paure prima di iniziare il percorso sono state tante, per esempio dice Alberto “avevamo paura di non trovare qualcuno che accettasse in pieno la nostra omosessualità, avevamo inoltre sentito alcune leggende metropolitane sui nigeriani che ci hanno messo un po’ di paura ma eravamo davvero determinati a superare questo timore e a non lasciarci condizionare”. Paure che sono comunque subito scomparse non appena hanno visto Samuel che gli ha subito confidato di essersi iscritto al sito perché cercava il calore di una famiglia. Samuel ha perso la sua in Nigeria e la scelta di entrare nel progetto non è stata dettata dal mero bisogno economico ma dal desiderio di integrarsi, di stringere legami affettivi.

“Le prime settimane di convivenza sono state delle settimane strane” confida Luca, “ci sentivamo impacciati, avevamo paura di sbagliare, cercavamo di essere prudenti, ci chiedevamo continuamente quale fosse il modo più giusto di relazionarci con lui. Non avendo figli temevamo di essere troppo apprensivi. Ma allo stesso tempo volevamo offrirgli il nostro affetto. E poi c’era la vita in tre. Non eravamo abituati a condividere i nostri spazi con nessuno. Poi, gradualmente, ci siamo sciolti e rasserenati, il dialogo ha iniziato ad aprirsi, tutto è diventato più semplice e più spontaneo”.

Luca ricorda un giorno in cui, dovendo cambiare una lampadina, sale su una sedia e Samuel gli si avvicina tenendolo per le gambe per assicurarsi che non cadesse. “In quel momento ho capito quanto ci tenesse a me” racconta.

Samuel già al momento dell’inizio della convivenza lavorava come magazziniere, “eravamo così felici e fieri del suo impegno nel lavoro, però cerchiamo anche di supportare la sua voglia di continuare gli studi” racconta Alberto.

Alberto e Luca riconoscono in lui una cultura ampia, una mentalità aperta e un atteggiamento protettivo nei loro confronti rispetto a chi può all’esterno avere pregiudizi sulla loro unione. “Samuel legge, si confronta con noi, e la sera, quando torna dopo una giornata di lavoro, trova anche il tempo per studiare l’italiano”.

La loro routine quotidiana è simile a quella di tante altre famiglie, durante il giorno lavorano ed è la sera che si ritrovano tutti e tre a cena e a guardare poi un film insieme o a studiare l’italiano. La domenica sono tutti a casa, Luca ci confida che, “da quando c’è lui, abbiamo ripreso a frequentare la Chiesa Valdese visto che lui ce lo chiede spesso. E poi a pranzo da una delle nonne, le nostre madri, la sua rassicurante famiglia allargata”.

In queste settimane di emergenza sanitaria, la loro quotidianità non è cambiata molto, perché Samuel sta continuando a lavorare. Però adesso da contratto gli spetta un giorno libero che utilizzano per prepararsi al meglio all’inizio della scuola a settembre, “abbiamo effettuato l’iscrizione ad un istituto professionale prima dell’arrivo di questo virus e stiamo cogliendo l’occasione per rafforzare la lingua e le altre materie” racconta Alberto.  Se la loro quotidianità resta immutata nonostante la “chiusura forzata” cambiano però i loro progetti di viaggi estivi. Pensavano infatti di andare a visitare l’isola di Vulcano a giugno ospiti di alcuni amici e dopo a Roma. Ma per il momento possono solo dire che è tutto rinviato.

Una occasione per passare un po’ più di tempo assieme.

Massimo e Roberta sono una coppia di Roma. Da ottobre 2019 ospitano nella loro casa, dove vivono assieme ai loro figli, Saif, un giovane rifugiato iracheno di 22 anni. Abbia mo chiesto loro come sta andando questo periodo di convivenza in quarantena.

“Tutto sommato, bene. Eravamo un po’ preoccupati, all’inizio, che la convivenza forzata potesse far emergere tensioni che fino ad allora non si erano manifestate. Invece si è trasformata in un’occasione per passare un po’ più di tempo insieme. 

Saif torna la mattina presto dal forno. Mentre prima non trovava nessuno perché noi solitamente usciamo sempre prima che lui torni, ora al suo ritorno ci trova a casa e ci possiamo salutare (e mangiare i pan goccioli che ci porta dal forno ancora caldi!). La mattina lui si riposa, mentre noi lavoriamo e stiamo coi bambini. Poi si pranza tutti insieme. Il pomeriggio lui di solito dorme, dovendo lavorare la notte. Ma a volte capita anche di passare dei momenti insieme nel pomeriggio, che Saif spesso dedica a stare coi bambini a giocare. Prima della quarantena, capitava di pranzare insieme solo la domenica, e neanche sempre. Molto dipendeva da quanto Saif fosse stanco per la notte di lavoro. Ora invece ci godiamo ogni giorno dei bei pranzi tutti insieme, spesso in terrazza approfittando del bel sole. E dopo pranzo lui da sempre una mano a sparecchiare, momento in cui capita di chiacchierare, magari anche di argomenti che non possiamo o non vogliamo affrontare davanti ai bambini. 

E poi, soprattutto, finalmente stanno capitando occasioni in cui cuciniamo insieme: Saif qualche volta prepara il pane a casa, e insieme facciamo la pizza. Infine, i bambini hanno scoperto il magico mondo della playstation di Saif, il quale spesso si offre -povero lui- per farli giocare nella sua stanza!

Saif tende a stare molto da solo, nella sua stanza, durante la giornata. Il che, dal nostro punto di vista è più che comprensibile: per un ventiduenne non dev’essere facile condividere tutto il giorno la casa con due quarantenni e due bambini. Ovviamente a noi quattro capita ogni tanto di dispiacerci quando per un tempo prolungato non ci capita di interagire con lui, nonostante condividiamo tutto il tempo lo stesso tetto. Ma, come detto, lo capiamo (forse più noi, che i bambini…). L’esperienza della quarantena, all’interno della più ampia esperienza dell’accoglienza, ci ha insegnato a ridefinire le nostre aspettative. Questo vale specialmente per quel che riguarda il tempo che ci si aspetta di passare insieme, e che invece si passa separati. Detto questo, Saif a volte è capace di sorprenderci col regalo di compleanno che non ti aspetti, ordinato con largo anticipo per evitare che le restrizioni di questo periodo causassero dei ritardi. O magari facendo la spesa per tutti”.

Massimo e Roberta