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Quando è la solidarietà ad essere contagiosa.

“Anche la solidarietà può essere contagiosa. Che si tratti di migranti, rifugiati o cittadini italiani, non fa differenza”.

Lucia Mielli spiega così l’iniziativa da lei promossa, che ha portato diverse associazioni nazionali e marchigiane a mettere insieme le proprie forze per produrre delle mascherine da destinare al personale sanitario di un ospedale COVID-19 di San Benedetto del Tronto e ai migranti delle baraccopoli di Rosarno. Lucia è una infermiera, impegnata in prima linea in questi giorni di emergenza, come tantissimi suoi colleghi. Lucia è anche una ex famiglia ospitante di Refugees Welcome Italia: assieme al suo compagno Francesco, ha ospitato per 9 mese Blessing, una giovane rifugiata nigeriana, all’epoca al nono mese di gravidanza. Un rapporto, quello fra le due donne, che continua ancora oggi: Blessing vive con il suo compagno e la piccola Isabella, a cui Lucia e Francesco fanno da nonni.

“Da quando è scoppiata l’epidemia, le mascherine mancano dappertutto. Per noi sanitari che siamo in prima linea nell’emergenza, ma anche per chi vive in posti come Rosarno, dove il rischio di contrarre il coronavirus si somma ad una situazione abitativa precaria: sovraffollamento, mancanza di acqua e di servizi igenici adeguati”, racconta Lucia.

Quella delle mascherine è l’ultima, in ordine di tempo, delle iniziative di solidarietà messe in campo da Lucia, che a sua volta ha mobilitato diverse persone e associazioni. Una vera e propria macchina di solidarietà che si è messa in moto dal basso. Le prime ad essere coinvolte sono state le Suore Oblate di San Benedetto che gestiscono un progetto di integrazione per ragazze che sono state vittime di tratta. Si chiama Laboratorio di frontiera e produce capi tessili. Le suore, in collaborazione con l’associazione Superfac di Spinetoli, hanno contattato oltre 12 sarte del territorio, che hanno dato la loro disponibilità a cucire gratuitamente le mascherine. Poi è stata la volta del Gruppo Bucciarelli, un laboratorio di analisi, che ha fornito le istruzioni necessarie e i modelli per procedere alla realizzazione delle mascherine e ha dato la disponibilità a realizzare, a titolo gratuito la sterilizzazione delle stesse. Rimaneva il problema della distribuzione, a causa delle limitazioni agli spostamenti imposte dal decreto. Per superare questo ostacolo, è stata coinvolta la ditta Gls, con sede a Monteprandone, che ha assicurato la logistica per la consegna dei dispositivi.

Il risultato è un prodotto innovativo e di qualità: le mascherine, anche se non certificate, hanno una tasca interna per inserire il filtro, inoltre si possono disinfettare e riutilizzare. “È sufficiente un po’ di acqua e candeggina per disinfettarle e poi riutilizzarle, per questo sono adatte per chi vive in situazioni di precarietà”, racconta Lucia.

Delle circa 3 mila mascherine prodotte, 800 sono state distribuite ai migranti di Rosarno, grazie a Mediterranean Hope, mentre le prossime consegne verranno fatte alle forze dell’ordine, agli operatori sanitari del territorio e alle organizzazioni del Terzo settore.

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