“Non dimenticatevi di noi, non dimenticatevi di chi è ancora in mare. Non lasciateci soli e alzate la vostra voce”.

È passato un anno dalla strage di Cutro, il naufragio al largo delle coste calabresi in cui più di novanta persone, in prevalenza provenienti dall’Afghanistan, persero la vita e molte altre finirono dispese. Le parole dei superstiti continuano a riecheggiare in noi come un monito.  Da allora, purtroppo, nulla è cambiato. Nel Mediterraneo si continua morire: 2500 vittime nel 2023, già 100 da inizio anno, una media di quattro persone al giorno.

Una ecatombe di innocenti che non è frutto del fato o responsabilità di chi parte non avendo altra scelta, ma è conseguenza di una precisa volontà politica che, a livello nazionale ed europeo, si traduce, da anni, in una serie di provvedimenti finalizzati a impedire alla persone in cerca di protezione o di una vita migliore di entrare in Europa in modo sicuro e legale, ad esternalizzare il controllo delle frontiere, basti pensare all’accordo con la Libia, e a criminalizzare la solidarietà e il soccorso in mare. 

Le politiche di chiusura e deterrenza hanno ampiamente dimostrato di essere fallimentari e di favorire il traffico e la tratta di esseri umani, rendendo più lunghi e pericolosi i viaggi per arrivare in Europa. Nonostante questo, a livello istituzionale la direzione seguita rimane la stessa, anzi peggiora. Le modifiche legislative della maggioranza al governo del Paese hanno preso di mira alcuni principi a fondamento della nostra civiltà giuridica, il nostro sistema di accoglienza viene progressivamente smantellato e sempre più persone vengono recluse subito dopo l’ingresso in Europa. Il decreto legge 20/2023, convertito in Ddl 591/2023, ha introdotto misure sempre più rigide per ridurre la capacità delle ONG, attive nel Mediterraneo, di essere presenti in mare e di effettuare soccorsi. Il provvedimento restringe lo spazio di protezione e aumenta le vulnerabilità, smantellando l’istituto della protezione speciale, gettando in uno stato di irregolarità molte persone da tempo in Italia e prevedendo, tra le altre cose, nuove procedure di inammissibilità e l’aumento delle procedure accelerate di frontiera e della detenzione amministrativa. L’accordo stretto tra Italia e Albania si inserisce in questo solco. Solo una settimana fa la Commissione LIBE del Parlamento europeo ha approvato il pacchetto completo del nuovo Patto migrazione e asilo che verrà votato in via definitiva ad aprile. Il documento, che ridefinisce la legislazione europea in materia, rischia di compromettere seriamente l’esercizio del diritto di asilo e di causare ancora più sofferenza a chi cerca protezione in Europa. Oltre a istituzionalizzare l’uso generalizzato della procedura accelerata e della detenzione per richiedenti asilo e ad intensificare i respingimenti, il patto non prevede nulla in materia di soccorso e di passaggi sicuri.

Non ci stancheremo mai di ripeterlo: finché non saranno incrementate vie di accesso legali e sicure e si ostacoleranno i salvataggi, le persone continueranno ad affidarsi a pericolosi trafficanti e nel Mediterraneo si continuerà a morire. Questo è inaccettabilePer questo chiediamo, al governo italiano e all’Unione Europea, di:

  • creare una missione europea di soccorso e salvataggio in mare;
  • ampliare i corridoi umanitari, estendendoli a tutte le zone di crisi, per permettere alle persone che hanno bisogno di protezione di arrivare in Europa in sicurezza,
  • incrementare le  vie di ingresso legali come visti per lavoro, studio, semplificare i ricongiungimenti familiari e ampliare la platea di chi può accedervi.

La migrazione è un fenomeno strutturale delle società contemporanee  che non può essere bloccato ma deve essere gestito, garantendo accoglienza, protezione e tutela dei diritti umani per ogni essere umano. 

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