Camminare Insieme

Quando l’incontro tra due persone diventa un cammino reciproco di scoperta e libertà. La storia di Anna e Saied, legati dal progetto Community Matching.

È un pomeriggio tiepido sul litorale laziale. Saied arriva con uno sguardo gentile ma risoluto, le spalle ben dritte. Accanto a lui c’è Anna, una donna con i capelli color argento e una stretta di mano solida. La differenza d’età tra i due si nota subito, ma si salutano con una complicità che oltrepassa le generazioni.

Camminiamo verso la spiaggia, e Saied inizia a raccontarsi. Alla domanda: “Cosa ti piace dell’Italia?”, la risposta arriva senza esitazione: “Mi piace che qui posso andare ovunque, nel campo rifugiati in Bangladesh non potevo”. Quella libertà di movimento, dice, è una sensazione nuova e preziosa. Non a caso, una delle cose che gli piace di più fare con Anna è “girare altre zone”.
Ascoltandolo, ci si accorge di quanto la libertà di muoversi – uscire di casa, scegliere una strada, prendere un treno – sia qualcosa che spesso diamo per scontato. Per Saied, invece, è un’esperienza ancora piena di stupore: un segno concreto di autonomia e dignità ritrovata. Saied ha trent’anni ed è originario del Myanmar, l’antica Birmania. Appartiene all’etnia Rohingya, tra le più perseguitate al mondo, ospitata in gran parte nei campi rifugiati del Bangladesh. Da lì è partito, attraversando l’India, la penisola arabica, l’Africa orientale e la Libia, fino a trovare finalmente rifugio in Italia.

Mentre il ragazzo parla, Anna lo ascolta con ammirazione. Ogni tanto annuisce, come se riconoscesse in lui una forza che la colpisce. “Saied è una persona veramente tenace. Se penso solo a quanti Paesi ha attraversato per venire fino a qui. Dopo sei mesi che era in Italia, già lavorava e aveva cambiato due lavori. È giovane, quindi di un’altra generazione rispetto a me, ma questo non ci ha impedito di creare un legame“, racconta sorridendo.

Saied è una persona tenace. È giovane, di un’altra generazione rispetto a me, ma questo non ci ha impedito di creare un legame vero.
Anna

Anna ha cinquant’anni e ha conosciuto Saied grazie al progetto Community Matching, ealizzato da Refugees Welcome Italia Italia insieme a UNHCR Italia e Ciac Onlus, con il supporto dei fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. “Ho sempre fatto tanto volontariato,” spiega. “Ma non mi aspettavo di poter ancora imparare qualcosa, arrivata a questa età.” Sul progetto aggiunge: “Non mi sono mai sentita sola, c’è un accompagnamento costante. Questo per me è stato molto importante”.

La conversazione prosegue in un mix di italiano, inglese e, grazie a un’app di traduzione, bengali. Saied, arrivato in Italia da circa un anno e mezzo, lavora in un ristorante e sta familiarizzando con la lingua italiana. In questo percorso, il rapporto con Anna è stato fondamentale: “Prima non parlavo italiano, non conoscevo i luoghi. Con Anna parlo italiano, mi mostra le cose”, ripete più volte nel corso del pomeriggio.

Ed è proprio questo il cuore del progetto Community Matching: creare relazioni capaci di rompere le barriere linguistiche e culturali, per combattere solitudine e isolamento. “Lui è determinato ma piuttosto solitario”, aggiunge Anna.

Con Anna parlo italiano, mi mostra i luoghi. Con lei ho imparato a sentirmi parte di questo posto.
Saied

Per lei, il volontariato è una parte essenziale della vita. Nelle sue parole si intrecciano il desiderio di restituire e quello di trasmettere valori. Anna racconta che spesso riflette su quale tipo di persona voglia essere e che esempio desideri dare a suo figlio, su come insegnargli empatia e apertura verso gli altri. “Mi chiedo sempre,” dice, “come mi voglio porre al prossimo, come vorrei che mio figlio si comportasse, che livello di empatia assumesse. Non quella empatia che ti viene dalla pietà, ma quella che nasce dalla convinzione che è giusto fare una cosa del genere. Soprattutto perché mio figlio vive in una società che non lo aiuta a essere empatico e aperto all’altro, anzi, il contrario.”

Il sole comincia a calare sul mare. Saied ci saluta con un sorriso, con la speranza e la determinazione di potersi ricongiungere presto con la sua famiglia, in Italia. La libertà che sognava ora ha anche il volto di un’amicizia.

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Matenin e Luca: intervista doppia

Luca, 48 anni, italiano. Matenin, 32 anni, maliano. Si sono conosciuti grazie al progetto Community Matching, che realizziamo insieme a Unhcr Italia e Ciac, con il sostegno dei fondi dell’8×1000 di Soka Gakkai, per promuovere relazioni di amicizia e favorire percorsi di inclusione. L’iniziativa coinvolge 10 città italiane, fra cui Milano. Li abbiamo incontrati per capire come sta andando.

Perché hai deciso di iscriverti al progetto Community Matching? 

Matenin: mi è piaciuta subito l’idea, credo che sia un modo molto intelligente per mettere in contatto persone che altrimenti non si incontrerebbero e anche per superare paure reciproche. Inoltre, avevo bisogno di un amico che mi potesse dare una mano anche nelle questioni pratiche. 

Luca: quando è scoppiata la guerra in Ucraina, ho sentito il bisogno di fare qualcosa di concreto. Volevo fare la mia parte e ho avuto l’opportunità di conoscere il progetto Community Matching tramite una presentazione online.

Cosa  fai insieme al tuo buddy? 

Matenin: andiamo in giro, a mangiare la pizza, a prendere il caffè. Luca è diventato un pò il mio punto di riferimento: mi ascolta, mi dà una mano con la burocrazia, ma la cosa più importante è che mi ha aiutato a trovare casa e lavoro!  

Luca: da quando ho conosciuto Matenin ho cercato di aiutarlo con questioni concrete, soprattutto nella ricerca di lavoro, perché ho capito quanto fosse importante per lui. Quando ha ricevuto la chiamata per il suo attuale impiego, ho scelto di accompagnarlo di persona. Credo che la mia presenza abbia contribuito a incoraggiarlo. Ho avuto anche una conversazione con il CEO dell’azienda, che ha poi deciso di assumerlo. In Italia molte cose funzionano grazie alle relazioni personali, anche nel mondo del lavoro. Ci vediamo regolarmente, almeno una volta a settimana, anche per condividere storie, bere qualcosa, discutere di come stanno  procedendo le cose.  

Prima mi sentivo sempre in imbarazzo a relazionarmi con persone italiane, invece con Luca, sin dal primo giorno, mi sono sentito a mio agio. Ora mi sento diverso, non provo più imbarazzo e non mi vergogno più. Questa amicizia mi ha aiutato a non sentirmi più fuori posto

Matenin

Qual è stato l’impatto di questa amicizia? 

Matenin: prima di entrare nel progetto, mi vergognavo tantissimo a parlare in italiano, pur capendo cosa mi veniva detto, non riuscivo a rispondere! Ora è come se qualcosa in me si fosse sbloccata, sono veramente contento, sono più libero. Questa amicizia è stata fondamentale rispetto a questo aspetto. 

Luca: questa amicizia ha avuto un impatto significativo su di me, soprattutto perché è stata la mia prima esperienza di questo genere. Mi sono reso conto che, osservando da fuori, è difficile comprendere in pieno la realtà delle persone rifugiateTutto ciò ha rafforzato la mia convinzione che questo tipo di progetto, che crea un ponte fra mondi spesso incomunicabili, è fondamentale.  

Cosa hai scoperto della cultura italiana che non sapevi prima? 

Matenin: una cosa che non sapevo riguarda la “cultura dello sguardo”. Per noi, in Africa, non guardare in faccia quando ti parlano significa rispetto, invece qui in Italia non è così. Luca mi ha spiegato questa differenza, nessuno mi aveva mai detto che quando guardavo altrove, mentre qualcuno mi parlava, era un problema. Poi ho anche imparato tantissime cose sulla cultura italiana in generale e sulle feste, cosa significa il Natale sul Papa, io pensavo fosse italiano, ma invece ho scoperto che è argentino! 

Ci sono state delle difficoltà nella relazione con il tuo buddy? 

Matenin: prima mi sentivo sempre in imbarazzo a relazionarmi con persone italiane, invece con Luca, sin dal primo giorno, mi sono sentito a mio agio. Ora mi sento diverso, non provo più imbarazzo e non mi vergogno più. Questa amicizia mi ha aiutato a non sentirmi più fuori posto. 

Luca: all’inizio c’erano difficoltà nella comunicazione e non sapevo da dove cominciare. Tuttavia, con il tempo, abbiamo superato queste sfide. Ci siamo gradualmente adattati, abbiamo imparato a comprendere meglio il nostro modo di comunicare. Quando ho cominciato a guadagnare la sua fiducia è nata l’amicizia.  

Osservando da fuori è difficile comprendere in pieno la realtà delle persone rifugiate. Questo tipo di progetto, che crea un ponte fra mondi spesso incomunicabili, è fondamentale.  

Luca


Un'amicizia che passa dalla poesia

Parwiz è arrivato in Italia a settembre del 2021 e ha solo 21 anni. Ha lasciato la sua casa, il suo Paese, l’Afghanistan, dopo che nell’agosto dello stesso anno i talebani hanno preso Kabul. Parwiz è uno dei partecipanti del progetto Community Matching, che realizziamo con Unhcr Italia e Ciac, grazie al sostegno dei fondi dell’8×1000 di Soka Gakkai, per promuovere relazioni di amicizia e favorire percorsi di integrazione. L’iniziativa coinvolge 10 città italiane, fra cui Padova.

Avevo bisogno di una mano per conoscere la vita italiana, la comunità. Il Community Matching mi ha aiutato tanto: ho conosciuto Silvia e, grazie a lei, ho ritrovato quella parte di me che avevo perso lasciando l’Afghanistan. Noi rifugiati non siamo numeri, ma persone con desideri, aspirazioni e voglia di leggerezza”, dice Parwiz. “Parliamo, chiacchieriamo, qualche volta balliamo. Facciamo le cose che fanno gli amici. Di solito ci vediamo in caffetterie. Silvia mi aiuta tantissimo con la lingua italiana e con altre cose che voglio fare qua, ad esempio prendere la patente. Inoltre, io scrivo poesie nella mia lingua e insieme le traduciamo in italiano”.

Silvia ha 42 anni e si è iscritta al progetto perchè incuriosita da un post sui social media che  annunciava il lancio del Community Matching. “Io e Parwiz abbiamo iniziato a frequentarci facendo lezioni di italiano, lui è già molto bravo. Ci accomuna la passione per la poesia, stiamo lavorando sul vocabolario e sulle strutture grammaticali, partendo proprio da testi che penso ci possano piacere e che parlano il nostro linguaggio. Ci siamo già invitati reciprocamente a eventi che ci piacciono, come il Poetry slam dove Parwiz si esibisce o corsi di ballo Lindy hop che frequento io. Mi piacerebbe anche fare delle piccole gite con lui per fargli conoscere i colli Euganei e il mare, se anche lui vorrà”.

Grazie a Silvia, ho ritrovato quella parte di me che avevo perso lasciando l’Afghanistan. Noi rifugiati non siamo numeri, ma persone con desideri, aspirazioni e voglia di leggerezza.
Parwiz

“L’italiano è molto musicale”, racconta Parwiz, “con Silvia ho scoperto tantissime parole che nella mia lingua hanno tutt’altro significato. Per esempio, rana in pashto significa luce. Mia sorella si chiama così, Rana”. Parwiz sta usanze e i modi di dire di un Paese “diversissimo dal mio”, spiega. 

Il progetto Community Matching parte dal presupposto che le relazioni siano fondamentali per promuovere l’inserimento delle persone rifugiate nella società che le ospita. Conoscersi è il modo migliore anche per superare pregiudizi e stereotipi. Lo conferma Parwiz: “non sapevo come fare amicizia e mi sentivo molto solo. Non ho mai avuto un’amica che fosse più grande di me e all’inizio ero un pò a disagio. Alla fine è andata bene: ci frequentiamo da poco tempo, ma è come se ci conoscessimo da tanto tempo”, condivide il ragazzo.

Un’amicizia, quella fra Parwiz e Silvia, che si basa sullo scambio, in cui tutte le persone coinvolte imparano qualcosa: “L’Afghanistan è un paese variegato e ricco di cultura, un aspetto che viene totalmente ignorato nella narrazione mainstream. Quando Parwiz mi dice: Silvia, io mi sento un ragazzo fortunato nonostante tutto, mi avvicina in un attimo al senso autentico delle cose e per questo desidero ringraziarlo”.

Quando Parwiz mi dice: Silvia, io mi sento un ragazzo fortunato nonostante tutto, mi avvicina in un attimo al senso autentico delle cose e per questo desidero ringraziarlo.
Silvia


Jumman e Francesca: amicizia senza frontiere

“Ci facciamo tante risate insieme, ci prendiamo in giro con rispetto e affetto. Non c’è una relazione mentore-mentee, ma un’amicizia tra due ragazzi della stessa età che si aiutano a vicenda”.

Nonostante si conoscano da circa sette mesi, tra Jumman e Francesca c’è quella confidenza tipica delle amicizie di lunga data: basta un’occhiata per intendersi. Bengalese lui, italiana lei, le loro vite sono incrociate grazie al progetto Fianco a Fianco, che ha l’obiettivo di mettere in contatto giovani migranti, arrivati in Italia da minorenni, con volontarie e volontari che possano dar loro una mano nel percorso, spesso faticoso, di inserimento nella comunità italiana. Dal miglioramento della lingua alla conoscenza del territorio, dalla creazione di una rete sociale allo scambio culturale, dal sostegno emotivo a quello più pratico. Il tutto in un’ottica quanto più possibile paritaria. 

La reciprocità è, non a caso, l’aspetto su cui si concentra la riflessione di Francesca. “La nostra amicizia è un’esperienza arricchente per entrambi, sotto vari punti di vista. Ci vediamo spesso, compatibilmente con i nostri impegni: andiamo in giro per la città, a piedi o in bici, andiamo al parco a studiare. Lui conosce Ravenna meglio di me ed è bello vedere tanti posti attraverso il suo sguardo. Ci scambiamo consigli musicali – lui è appassionato della musica di Bollywood come me –   e culinari. Jumman mi ha cucinato un piatto tipico bengalese, il riso biryani. Io ho ricambiato preparando una banale pasta, perché, al contrario di lui, non sono molto brava ai fornelli”, racconta ridendo la ragazza. Jumman ci tiene però a precisare che la pasta “era buonissima”.

Ci facciamo tante risate insieme, ci prendiamo in giro con rispetto e affetto. Non c’è una relazione mentore-mentee, ma un’amicizia tra due ragazzi della stessa età che si aiutano a vicenda.
Francesca

Uno degli obiettivi del progetto è anche quello di permettere ai giovani migranti di mettersi in gioco, con le proprie capacità e i propri talenti, di superare lo stereotipo che li vede sempre e comunque in una condizione di perenne vulnerabilità. “Quello che mi piace dell’amicizia con Francesca è che lei mi tratta come una persona, non come un numero. Ha un sincero interesse verso quello che penso e dico. Io mi sento di poter parlare di tutto”. La ragazza conferma: “questo progetto è un modo per vedere le persone migranti senza il filtro del vittimismo, restituendo loro una voce e l’umanità che spesso gli viene negata. È bello ascoltare Juman parlare anche dei suoi desideri, delle sue aspirazioni, riconquistare a poco a poco la spensieratezza che un ragazzo della sua età dovrebbe avere”.

Jumman vive in italia da un anno e mezzo. Quando è arrivato aveva ancora 17 anni e, per questo, è stato accolto in un centro di accoglienza per minorenni. L’operatrice che lo seguiva gli ha parlato del progetto Fianco a Fianco e a lui è piaciuta l’idea di poter allargare la cerchia di conoscenze e migliorare l’italiano. Lo scambio con Francesca si è poi allargato anche ai rispettivi amici: Jumman le ha fatto conoscere altri ragazzi bengalesi, mentre lei gli ha presentato i colleghi dell’Università. “Per molto tempo ho frequentato esclusivamente ragazzi migranti come me, soprattutto connazionali. Grazie a Francesca sono entrato in contatto con tante altre persone e questo mi ha aiutato anche a superare alcuni pregiudizi che avevo sugli italiani. I suoi amici sono simpatici e accoglienti. È proprio vero che si ha timore di quello che non si conosce”, aggiunge il ragazzo. “Jumman è una persona aperta, che non giudica in modo negativo quello che è diverso dalla sua cultura, ha uno sguardo libero. Mi ha presentato i suoi amici, grazie a lui ho sentito altre storie e questa cosa mi ha arricchito tantissimo” condivide Francesca

Grazie a Francesca sono entrato in contatto con tante altre persone e questo mi ha aiutato anche a superare alcuni pregiudizi che avevo sugli italiani. È proprio vero che si ha timore di quello che non si conosce.
Jumman

Questo progetto è un modo per vedere le persone migranti senza il filtro del vittimismo, restituendo loro una voce e l’umanità che spesso gli viene negata.
Francesca

Il fatto di avere la stessa età è stato senza dubbio un elemento chiave della loro amicizia. “L’essere coetanei ha reso tutto più semplice”, conferma Francesca, “nonostante i percorsi di vita diversi, condividiamo le stesse speranze e gli stessi timori per il futuro”. “Quando mi sento giù perché mi mancano il mio paese e la mia famiglia, parlare con Francesca mi fa sentire più leggero. Lei mi capisce”, racconta Jumman. “È così anche per me”, ribatte Francesca, “nelle mie giornate nere mi confido e chiedo consiglio perchè Jumman è molto saggio e anche molto maturo per la sua età”. Una maturità frutto anche dell’essere cresciuto troppo in fretta e dell’aver vissuto esperienze che hanno lasciato il segno. “Jumman non ama parlare del passato e io ho molto rispetto di questo. Quando penso che, mentre io iniziavo l’università, lui era in Libia, capisco di essere stata molto fortunata ad essere nata in questa parte del mondo“.

Il progetto Fianco a Fianco mira anche a costruire relazioni che possano andare al di là del rapporto uno a uno. “Si è creato un piccolo gruppo, frequentiamo anche altri mentori e mentees coinvolti nell’iniziativa. A volte sembra che questi ragazzi stranieri siano invisibili in città. Entrare in contatto con la comunità può aiutare a combattere questa invisibilità: credo che il senso di questo progetto sia tutto qui”, conclude Francesca.


Amin: una casa tutta per sé

Quando incontriamo Amin e la famiglia che lo ospita – Marianna, Walter e i figli Letizia, Filippo e Corrado – quello che colpisce è la complicità che li lega: sguardi di intesa, grandi sorrisi e molta ironia. Un affiatamento che, dopo un iniziale assestamento, è cresciuto giorno dopo giorno, fino a diventare un’amicizia profonda“Non nascondo che, i primi tempi, ci sono state delle piccole incomprensioni legate a differenze culturali e linguistiche, come è normale che sia”, racconta Marianna, “il nostro approccio è stato molto pragmatico: abbiamo subito affrontato la cosa, parlandone e cercando di chiarire, per evitare che il problema si ingigantisse. Ha funzionato”, conclude. “All’inizio ci siamo studiati a vicenda e da lì è stato un crescendo”, aggiunge Walter.

La fiducia è senza dubbio uno degli aspetti fondamentali su cui è stata costruita una convivenza che ormai va avanti da più di un anno. Racconta Amin: “sono una persona un po’ timida, ma appena capisco di potermi fidare, le resistenze vengono meno. È successo così anche con Marianna e Walter. Con loro mi sento a mio agio e libero, posso dire quello che penso senza paura di essere giudicato”.

Amin è un giovane somalo che, come molti suoi connazionali, è stato costretto a lasciare un paese da molti considerato “fallito” e afflitto da instabilità cronica e violenza diffusa, di cui, troppo spesso, è la popolazione civile a esserne vittima. Dopo un viaggio lungo e pericoloso, è arrivato in provincia di Milano, dove ha vissuto in un centro d’accoglienza, fino a quando non gli è stato proposto di trasferirsi a casa di Walter e Marianna a Cornate d’Adda. “L’idea dell’accoglienza in famiglia mi è piaciuta subito, perché sentivo di aver bisogno di stabilità, di creare dei legami. Nei centri, non sempre è possibile costruire dei rapporti personali. Ho pensato che fosse una bella opportunità per me”, racconta il ragazzo.

L’idea dell’accoglienza in famiglia mi è piaciuta subito, perché sentivo di aver bisogno di stabilità, di creare dei legami. Con Marianna e Walter mi sento libero. Posso dire quello che penso senza paura di essere giudicato.
Amin

“Abbiamo deciso di aprire le porte di casa perché desideriamo insegnare ai nostri figli e figlie che la diversità è ricchezza. Conoscere è fondamentale per crescere con una mente aperta e libera”, raccontano Walter e Marianna. “Amin ha creato un rapporto molto bello e spontaneo con Letizia, Corrado e Filippo. È un fratello maggiore e si prende cura di loro”. Letizia conferma: “giochiamo insieme, ci facciamo un sacco di risate”.

“Sono abituato a stare con i bambini, in Somalia ho lasciato i miei fratelli più piccoli. Per me è stato come ritrovare un pezzo della mia famiglia, che mi manca tantissimo. È bello essere circondato dal loro entusiasmo, mi mette di buon umore e mi fa sentire a casa”, racconta Amin.

Il percorso di accoglienza in famiglia si è rivelato fondamentale per garantire al giovane somalo un futuro in Italia, aiutandolo ad allargare la propria rete sociale e a trovare una stabilità economica. “Amin si è inserito in modo naturale nella nostra famiglia allargata, che comprende anche tutti i parenti. Ormai è davvero uno di noi, partecipa a pranzi e cene con amici, amiche e familiari. Gli vogliono tutti bene e mio fratello lo ha anche assunto nel suo colorificio”, racconta Marianna. “Questa famiglia è stata come una porta di accesso nella società. Ho conosciuto tantissime persone, ho fatto amicizia in paese, ho trovato un lavoro sicuro. Le relazioni umane fanno la differenza, sotto vari punti di vista”, condivide Amin. “Ormai ha la sua comitiva, la sera esce per conto suo senza coinvolgerci”, aggiunge, scherzando, Marianna. Fra i vari momenti di condivisione, anche gite fuori porta e un viaggio in Grecia. “Una esperienza indimenticabile”, ricorda Amin.

Amin ci ha insegnato ad affrontare la vita con maggiore leggerezza, a sdrammatizzare. Nonostante tutto quello che ha passato, o forse proprio per questo, ha sempre il sorriso sulle labbra. È un esempio per tutti e tutte.
Marianna e Walter

L’amicizia di Walter e Marianna è stata fondamentale per costruirmi un futuro e per sentirmi, finalmente, parte della comunità in cui vivo.
Amin

Come diciamo sempre, l’accoglienza fa bene a tutti e tutte: anche in questo caso a beneficiarne non è stata solo la persona accolta, ma anche chi ha offerto ospitalità. “Amin ci ha insegnato a vedere le cose in una prospettiva diversa, ad affrontare la vita con maggiore leggerezza, a sdrammatizzare. Nonostante tutto quello che ha passato, o forse proprio per questo, ha sempre il sorriso sulle labbra di fronte alle difficoltà. È un esempio per noi adulti, ma anche per i bambini”.

Dopo più di un anno, la convivenza ora volge al termine, nel miglior modo possibile: l’autonomia è stata raggiunta. Grazie ad un contratto di lavoro a tempo indeterminato, Amin ha ottenuto un mutuo ed è pronto ad acquistare una casa tutta per sé, a pochi metri di distanza da quella della famiglia Crippa. Un passo importante, fino a qualche mese fa impensabile, che riempie tutti di gioia e orgoglio. “Siamo contentissimi di aver accompagnato Amin in questo viaggio verso l’indipendenza. Aveva bisogno di una mano per compiere gli ultimi passi e ora può spiccare il volo. Lascerà un vuoto enorme nella nostra quotidianità, perché è ormai, a tutti gli effetti, parte di questa famiglia, ma per fortuna si sposterà solo di qualche metro”, commenta la coppia.

“Credevo che avere una casa di mia proprietà, in Italia, fosse un sono irrealizzabile. Senza Marianna e Walter tutto questo non sarebbe stato possibile. La loro amicizia è stata fondamentale per costruirmi un futuro e per sentirmi, finalmente, parte della comunità“.


La lettera di Annalisa

Annalisa e Sidi si sono conosciuto grazie al progetto Community Matching che realizziamo in collaborazione con UNHCR Italia, Ciac Onlus e Soka Gakkai per promuovere la creazione di legami di amicizia fra persone rifugiate e volontari e volontarie (buddies). In questa lettera, Annalisa, ci racconta cosa ha significato e significa aver incontrato Sidi.

“Quando mi hanno chiesto di raccontare la mia esperienza di buddy per il progetto Community Matching, sono stata felice di condividere che, dopo diversi mesi, non so chi sia davvero chi sia la persona, fra di noi, che si prende cura dell’altra.

È Sidi che si preoccupa se parto per lavoro e arrivo sana e salva a destinazione, se uno dei miei figli è più triste del solito o se mi serve aiuto in casa per trasportare cose pesanti. Io, da parte mia, ci sono sempre, ma questa è l’unica vera azione che compio. Ci sono e ci siamo, uno nella vita dell’altro. Come se fosse sempre stato così, come una persona di famiglia.

Non è stato un percorso facile, sopratutto all’inizio quando io lo invitavo con entusiasmo al mare e lui declinava l’invito con gentilezza. Poi, con il tempo, mi ha detto che il mare lui non lo aveva mai visto prima di imbarcarsi di notte dall’Africa e che non sa ancora nuotare. Rimedieremo. Oppure quando un giorno avevo preparato un pranzo sontuoso (senza maiale) e c’era il Ramadan… ok, errore mio.
Sidi ha sempre il sorriso, anche quando gli chiedono di continuare a lavorare senza contratto in regola o deve camminare per tre ore perché c’è sciopero dell’autobus per tornare a casa dopo il turno di notte. Io mi domando a volte: al suo posto, io cosa farei?

“Possiamo dire che Sidi oggi ha un po’ del mio mondo ed io un pizzico della sua saggezza. E che l’incontro sia la più grande ricchezza che abbiamo”.

Annalisa

Sabato ha giocato la sua prima partita di calcio e mi ha scritto per raccontarmi come è andata. Al prossimo incontro andrò a fare il tifo per la sua squadra del Mali. Si sfideranno divisi in nazioni: vedremo se le partite a Fifa con mio figlio adolescente valgono come allenamento. A proposito, abbiamo spiegato a Sidi come giocare alla PlayStation, cosa sono i pop corn e perché la Smart è comoda a Roma. Mio padre controlla che i suoi contratti di lavoro siano regolari, il mio ex marito gli insegna a cucinare i piatti romani come la carbonara e i miei amici Andrea e Francesca discutono a cena con lui sulle differenti rappresentazione dell’emisfero.
Possiamo dire che Sidi oggi ha un po’ del mio mondo ed io un pizzico della sua saggezza. E i miei figli la consapevolezza di avere tante strade. E che l’incontro sia la più grande ricchezza che abbiamo“.


Rohela ritrova i suoi figli dopo nove anni

Questa è una storia di tenacia, pazienza, e tanto amore. Rohela è una giovane donna afghana, arrivata nove anni fa in Italia per poter curare sua figlia, molto piccola. La bambina necessitava di un intervento chirurgico, e dopo di cure. Rohela era inoltre incinta, e per sua figlia aveva diviso il suo cuore: metà in Italia, l’altra metà in Afghanistan, dove aveva lasciato altri due figli piccoli. Il tempo è passato, e la sua preoccupazione di madre è diventata angoscia infinita negli ultimi tempi, quando in Afghanistan le tensioni sono nuovamente esplose e nel 2021 c’è stato il ritorno dei Talebani.

Nel frattempo, Rohela stava costruendo la sua nuova vita in Puglia: grazie al nostro progetto di accoglienza aveva conosciuto una famiglia originaria di Bitonto, i Maffei, che l’aveva accolta con le sue due bimbe, e l’aveva poi aiutata a prendere una casa in affitto. Rohela aveva imparato ad andare in bicicletta, aveva instaurato amicizie e imparato l’italiano, e aveva anche trovato lavoro. Nell’agosto 2021, però, l’esigenza di riunire la famiglia e rivedere i due figli lontani – nonostante fossero in costante contatto con le videochiamate – era diventata insostenibile, soprattutto nei momenti concitati che hanno segnato l’occupazione dell’Afghanistan da parte dei Talebani. C’era stato un primo tentativo di far arrivare i ragazzi in Italia, Refugees Welcome Italia era riuscita a inserirli fra coloro che potevano prendere l’aereo e scappare, ma il caso ha voluto che in aeroporto a Kabul arrivassero tardi.

Riabbracciare i miei figlie dopo così tanto tempo e dopo tutto quello che abbiamo passato è una gioia che non pensavo di poter provare
Rohela

E per fortuna, dato che sono riusciti a sfuggire all’attentato che è costato la vita a molti civili. Rohela l’ha saputo dopo, che i suoi figli erano vivi e si erano rifugiati in Pakistan con la zia e i cugini. E quindi ha ricominciato a sperare, grazie alla famiglia Maffei e alla nostra e a Refugees Welcome Italia si è provato ad aprire un corridoio umanitario tramite il ministero degli Interni, ma la questione ha richiesto ulteriore tempo. È passato un anno, i documenti necessari sono arrivati, un primo tentativo di partenza non è andato a buon fine, si è ricominciato nuovamente tutto daccapo per raccogliere i soldi e comprare nuovi biglietti aerei. E stavolta è arrivato il lieto fine: Rohela ha potuto abbracciare i due figli arrivati all’aeroporto di Bari a metà agosto, e anche la sorella e i due nipoti. I figli – una ragazza e un bimbo – ora hanno 18 e 10 anni, e sono finalmente con la mamma.

Abitano in otto (compresa la zia e i due cugini) nella casa di Rohela a Bitonto, e lei, che lavora come badante, è l’unica fonte di reddito. Perciò ora la nostra organizzazione è scesa nuovamente in campo insieme con Etnie onlus e Medici con l’Africa CUAMM Bari, al suo fianco: abbiamo lanciato una raccolta fondi per sostenerli nelle spese di vitto e utenze, e allo stesso tempo aiutare nell’inserimento scolastico e lavorativo, permettendo loro di frequentare corsi di italiano e anche dei tirocini che li rendano autonomi nel sostentamento della famiglia. Il supporto dei Maffei, che da sempre hanno aiutato Rohela, c’è anche stavolta. E stavolta, però, c’è una grande, importante differenza: il suo cuore di mamma è finalmente tutto unito.


Dall'Ucraina a Bari nel segno della musica

Francesco e Claudia da due mesi e mezzo sono i genitori di Sierra. Vivono a Bari con il cane Beira, e ora in casa sono arrivate altre due persone: Elena Hanna. Sono due musiciste ucraine di circa 40 anni, la prima suona il flauto e la seconda l’oboe nelle orchestre dei teatri delle rispettive città di provenienza, Odessa e Dnipro. Sono state costrette a lasciare l’Ucraina a causa della guerra, e una giovane famiglia di Bari ha aperto loro le braccia. Francesco ha 34 anni, è medico specialista in Malattie infettive e ricercatore dell’Università degli studi di Bari, sua moglie Claudia di anni ne ha 31 ed è medico specialista in Sanità pubblica, dirigente per il ministero della Salute. Sono abituati a spostarsi spesso per lavoro, ma il tempo per accogliere due sconosciute l’hanno trovato.

L’incontro con Elena e Hanna è stato reso possibile grazie alla sede locale di Refugees Welcome e al progetto avviato con il Comune di Bari per creare un albo delle famiglie accoglienti per l’emergenza Ucraina. “Conoscevamo Refugees Welcome e avevamo già avviato in passato il percorso per dare ospitalità – spiega Di Gennaro – ma la prima volta che ci hanno chiamato eravamo a Roma per il parto e la nascita di Sierra”. Già, la famiglia viveva lì, poi si era spostata a Bari perché Francesco aveva vinto un concorso universitario, e la moglie a Bari aveva scoperto di aspettare un bambino. Il caso ha voluto che quando è iniziata la guerra in Ucraina la coppia si trovasse a Bari, e quindi si è resa di nuovo disponibile all’accoglienza. Ed è così che sono arrivate le due musiciste, circa dieci giorni fa, le quali intanto sono entrate in forze nell’Orchestra metropolitana di Bari e tengono concerti durante il weekend, oltre a prove continue nella settimana.

Aprire le porte di casa è la cosa più normale del mondo. Vale per tutti: per chi fugge dall’Ucraina, dall’Africa o da qualsiasi parte del mondo, per il collega di lavoro che vive un momento di difficoltà o l’abitante dello stesso condominio.
Francesco

“Siamo andate a sentirle, sono molto brave – dice Francesco  – Sappiamo che il nostro gesto non mette fine a una guerra, ma proviamo in piccolo almeno ad lenire il dolore di queste persone, ci fa sentire meglio”. Fra di loro comunicano in inglese e tramite i traduttori ucraini, le due musiciste stanno anche imparando l’italiano. Hanno lasciato le loro famiglie in Ucraina, parlano poco della guerra ma sono in costante contatto con parenti e amici: “Sono persone molto care, a volte suonano anche in casa ed è bello anche per la bimba. Adesso Sierra ha due zie musiciste, e il cane dal canto suo ha il doppio delle carezze”. Il piccolo gesto di Francesco, Claudia e di Sierra ha un potere e un significato enormi: “Aprire le porte di casa è la cosa più normale del mondo, lo facevano i nostri nonni e l’abbiamo dimenticato – riflette Francesco – Sentire il dolore degli altri e aiutarli fa parte di noi. E vale per tutti: per chi fugge dall’Ucraina o da altre parti del mondo, per collega di lavoro che vive un momento di difficoltà o l’abitante dello stesso condominio. Il problema è che oggi c’è tanto egocentrismo culturale, crediamo che i nostri problemi sono i più grandi, e invece abbiamo tutti bisogno di ridimensionarci e fare un piccolo sforzo per immedesimarci nelle vite degli altri”. I Di Gennaro – Marotta l’hanno fatto, e sono contenti: “Anche se stiamo spesso fuori non abbiamo alcun problema a lasciare casa agli estranei”. Anche perché Elena e Hanna non lo sono più: resteranno a Bari fino a giugno, perché finirà il percorso con l’orchestra, “ma noi siamo sempre disponibili e possono restare per tutto il tempo di cui hanno bisogno. Quello che si riceve è sempre di più di quello che si dà. Noi diamo solo una stanza, e in cambio abbiamo un bellissimo scambio culturale”.

Credit: La Repubblica – Bari


Una buddy per amica

È bello avere la possibilità di conoscere un posto attraverso gli occhi e le esperienze di chi ci è cresciuto. Incontrare Benedetta mi ha aperto la porta di una città, Roma, in cui vivevo da qualche anno, ma che continuavo a sentire straniera”.  Larissa e Benedetta sono due coetanee, la prima nata in Camerun, la seconda in Italia, le cui vite si sono incrociate grazie al programma Community Matching, Comunità e Rifugiati insieme per l’integrazione – realizzato da Ciac e Refugees Welcome Italia, con il supporto di UNHCR Italia – che ha l’obiettivo di mettere in contatto rifugiati e rifugiate con volontari e volontarie, chiamati “buddies”, che possano affiancarli nel loro percorso di integrazione in Italia. A spingere Benedetta a partecipare al programma è stato il desiderio di fare qualcosa di concreto per costruire una società più inclusiva e solidale, in cui ci sia spazio per l’incontro e il dialogo: “in passato ho lavorato come volontaria in un centro di accoglienza in Belgio e mi sono resa conto di quanto importante sia creare delle relazioni tra le persone rifugiate e la comunità”, racconta. “Esistono barriere sia fisiche, sia culturali, che creano spesso contrapposizioni, incomprensioni e anche pregiudizi. L’unico modo per abbatterle è la conoscenza reciproca. Questo progetto è un modo per costruire un ponte fra due mondi che, altrimenti, difficilmente si incontrerebbero”, conclude.

Le relazioni umane fanno la differenza nella vita di tutte le persone, questo vale ancora di più per i rifugiati e le rifugiate: ti fanno sentire davvero parte della comunità.
Larissa

Per Larissa, arrivata in Italia da qualche anno per ricominciare una nuova vita in sicurezza e attualmente ospite di un centro di seconda accoglienza, l’incontro con Benedetta è stato soprattutto un modo per vincere il senso di isolamento: “vivo in Italia da più di due anni, ma al di là delle interazioni con gli operatori della struttura dove vivo, non ho avuto molte occasioni di conoscere persone del posto. Mi sentivo molto sola e desideravo fare nuove amicizie. Così, quando mi hanno parlato di questo progetto, ho pensato che fosse un’ottima opportunità per allargare la mia rete di relazioni”. Il programma Community Matching prende le mosse dalla consapevolezza che il coinvolgimento dei cittadini e delle cittadine abbia un ruolo fondamentale nel promuovere l’integrazione delle persone rifugiate e che il rafforzamento di legami relazionali possa facilitarne il percorso di autonomia. La giovane rifugiata sottolinea, inoltre, come questa esperienza l’abbia aiutata a rivedere anche alcune sue idee sull’Italia. “Devo ammettere che, all’inizio, avevo alcuni pregiudizi su questo Paese: mi avevano raccontato di alcuni episodi poco piacevoli capitati a delle persone straniere e questo mi aveva condizionato nel rapporto con gli altri. Per molto tempo ho avuto un pò di timore ad aprirmi: incontrare Benedetta mi ha aiutato a superarlo”.

All’inizio, avevo alcuni pregiudizi sull’Italia. Per molto tempo ho avuto un pò di timore ad aprirmi: incontrare Benedetta mi ha aiutato a superarlo.
Larissa

Esistono barriere sia fisiche, sia culturali, che creano spesso contrapposizioni, incomprensioni e anche pregiudizi. Questo progetto è un modo per costruire un ponte fra due mondi che, altrimenti, difficilmente si incontrerebbero.
Benedetta

A quattro mesi dal loro primo incontro, tra Larissa e Benedetta è nato un rapporto di amicizia fatto di passeggiate, confidenze e condivisione, nonostante le restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria abbiano limitato la frequentazione. “Per me è un’esperienza di arricchimento reciproco. Grazie a Larissa, sto imparando molte cose sulla storia e l’attualità del Camerun, ma anche sulla musica e sulla cucina”, racconta Benedetta. Le fa eco Larissa: “il fatto di avere la stessa età, io 27 anni, lei 28, ci ha aiutato ad entrare subito in sintonia, in modo molto naturale. Mi trovo a mio agio con lei e parliamo di tutto. Andiamo in giro alla scoperta della città e delle sue bellezze, ci vediamo per un aperitivo o per aggiornarci sulle novità di entrambe. Ci diamo consigli sulla musica da ascoltare, Benedetta mi sta facendo conoscere i cantautori italiani”. Uno dei compiti dei case workers coinvolti nel progetto è proprio quello di studiare l’abbinamento fra i buddies, sulla base delle caratteristiche e dei bisogni di entrambi, in modo da individuare il “matching” migliore. Nel suo prossimo futuro, Larissa spera di poter riprendere gli studi, completando il master in risorse umane che aveva iniziato nel suo Paese, e di trovare un lavoro coerente con la sua formazione. “Devo ottenere il riconoscimento della mia laurea qui in Italia. La burocrazia è lunga e complessa. Benedetta, quando può, cerca di darmi una mano anche in questo”. Con il progressivo allentamento delle misure restrittive, le due ragazze sperano di poter approfondire ulteriormente la loro conoscenza: “questa esperienza mi dà tanta speranza e sono certa che io e Benedetta avremo modo di condividere tante cose. Le relazioni umane fanno la differenza nella vita di tutte le persone, questo vale ancora di più per i rifugiati e le rifugiate: ti fanno sentire davvero parte della comunità”, conclude Larissa.


Un compleanno per sentirsi a casa

Eric è un giovane ragazzo del Madagascar, con alle spalle una storia diversa rispetto a quella della maggior parte di suoi coetanei che arrivano in Italia ancora minorenni, senza la propria famiglia. Ha lasciato il suo paese a 17 anni per poter completare la sua istruzione ed è entrato in Italia con un visto per motivi di studio. “Ho avuto la possibilità di venire in Europa in modo sicuro, a differenza di molti ragazzi della mia età che sono costretti a rischiare la vita e a vivere esperienze traumatiche lungo il viaggio. Sono stato fortunato”, racconta il ragazzo. “Le difficoltà da affrontare, una volta arrivati in un Paese nuovo, credo siano comuni a tutti. Nel mio caso, l’ostacolo principale è stato il senso di solitudine e di isolamento rispetto all’ambiente che mi circondava. Avevo bisogno di un punto di riferimento qui a Roma perché, nonostante frequentassi persone della comunità malgascia, mi sentivo ancora straniero”. Per questo, una volta venuto a conoscenza del progetto Fianco a Fianco, lanciato nel 2019 da UNICEF e Refugees Welcome, Eric ha deciso di partecipare. “Ho visto un post su Facebook e mi ha molto colpito perché è raro trovare sui social network proposte rivolte a ragazzi e ragazze migranti. Mi sono riconosciuto nella descrizione del progetto e ho pensato che poteva essere una risposta a quello che stavo cercando”.

 

E così che Eric ha conosciuto Valentina, la sua mentore. “Cercavo una opportunità per fare qualcosa di concreto a fianco di ragazzi e ragazze migranti. Mi è piaciuta l’idea di poter costruire un rapporto di amicizia: lavorando tutto il giorno, non ho tanto tempo a disposizione, ma ho pensato di poter comunque coinvolgere il mio mentee nella mia vita sociale”, racconta Valentina. Il primo incontro fra i due, avvenuto alla presenza degli attivisti di Refugees Welcome Italia, è stato positivo per entrambi. “Sono di natura timido e quel giorno ero un pò intimorito, perché è un pò come essere sotto esame, ma Valentina ha rotto subito il ghiaccio con la sua simpatia” ricorda il ragazzo. Gli fa eco Valentina: “anche io mi sentivo sotto osservazione ed ero un pò preoccupata dal dover fare subito una buona prima impressione. Appena l’ho visto, mi ha colpito subito la sua dolcezza. Per vincere la sua reticenza ho giocato la carta dell’ironia, che è stata vincente. Abbiamo subito trovato un canale di comunicazione e da lì è stato tutto semplice”.

Festeggiare il mio compleanno con Valentina e la sua famiglia, è stato per me un bellissimo momento, un passo importante del mio percorso qui in Italia. Mi sono sentito davvero parte di questo Paese.
Eric

A distanza di sei mesi, la loro relazione procede molto bene: fra i due è nata una bella amicizia basata sulla condivisione di momenti di svago e sull’ascolto reciproco. “Avevo bisogno di costruire delle relazioni con persone italiane, era questo che cercavo e l’ho trovato grazie al progetto Fianco a Fianco. Spesso si sottovaluta questo aspetto: anche se fondamentali, avere un lavoro e una casa da soli non bastano. I rapporti personali fanno la differenza fra il vivere in un posto e sentire di farne davvero parte”, dice il giovane.

 

“Ho introdotto Eric nel mio gruppo di amici, che si sono mostrati subito aperti e accoglienti nei suoi confronti. Facciamo delle cose insieme: cene, aperitivi, mostre. Questa estate ha trascorso anche alcuni giorni al mare con noi. Entrambi amiamo la fotografia e coltiviamo questa passione. Il nostro è stato un incastro che ha funzionato”. Uno dei compiti degli attivisti di Refugees Welcome Italia all’interno del progetto è proprio quello di studiare l’abbinamento mentore e mentee, sulla base delle caratteristiche e dello stile di vita di entrambi, in modo da individuare il “matching” migliore.

 

Uno dei momenti di condivisione più significativi di questi mesi è stata la festa di compleanno per Eric. “È venuto a casa mia e abbiamo cucinato insieme tutto il pomeriggio per preparare il cibo. Eric ha diretto i lavori in cucina e ci ha insegnato a preparare il pollo al curry, gli involtini e la torta. Poi sono arrivati i miei amici a festeggiarlo: abbiamo mangiato e giocato a Monopoli fino a sera tarda. È stato molto bello”, ricorda Valentina. “Per la prima volta nella mia vita ho celebrato il mio compleanno due volte: la mattina i miei coinquilini del Madagascar hanno preparato una festa a sorpresa per me, poi, la sera, ho festeggiato con la mia comitiva italiana. Valentina mi ha regalato un corso di cucina thailandese, perché sa che mi piace molto cucinare e sperimentare nuove ricette. Alcune lezioni le seguiremo insieme, non vedo l’ora”.

Questa esperienza mi ha insegnato che, nonostante le differenze culturali, linguistiche, di percorsi di vita, c’è sempre una base comune su cui costruire la comprensione e la conoscenza dell’altro: l’umanità.
Valentina

Anche se fondamentali, avere un lavoro e una casa da soli non bastano. I rapporti personali fanno la differenza fra il vivere in un posto e sentire di farne davvero parte.
Eric

Al momento, Eric lavora di sera assistendo una persona anziana, mentre il pomeriggio frequenta un corso per diventare operatore socio-sanitario. “Mi piace la scuola che seguo,  ma è un pò difficile, ci sono molte parole nuove, che non ho mai sentito. Non è proprio quello che avrei voluto fare nella vita, ma è un modo per trovare un lavoro stabile e qualificato. Valentina mi è stata molto d’aiuto a mettere a fuoco il mio progetto: mi ha spronato a continuare la mia formazione per poter avere migliori opportunità, ma, allo stesso tempo, mi incoraggia a coltivare le mie passioni, come la fotografia e la cucina”, afferma il ragazzo. “Cerco di sostenerlo nelle sue scelte a lungo termine, perché mi auguro che possa trovare la sua strada professionale, senza abbandonare le cose che ama. Eric è un ragazzo dalla sensibilità spiccata, che esprime attraverso la creatività in cucina e nella fotografia”.

 

I sei mesi di durata formale del progetto sono quasi terminati ed è tempo di bilanci: “può sembrare banale, ma questa esperienza mi ha insegnato che, nonostante le differenze culturali, linguistiche, di percorsi di vita, c’è sempre una base comune su cui costruire la comprensione e la conoscenza dell’altro: l’umanità. Qualunque cosa succeda, spero di non perdere questo rapporto. Mi piacerebbe un giorno andare in Madagascar insieme”, afferma Valentina. “È bello avere l’opportunità di conoscere il Paese che ti ospita attraverso gli occhi e il modo di vivere di chi è nato e cresciuto qui. Non so cosa mi riserverà il futuro, ma Valentina è ormai parte della mia famiglia”, conclude Eric.