Uno scambio senza barriere

Fra noi non ci sono tabù: parliamo di tutto, mi sento a mio agio, libero di essere me stesso e di dire quello che penso. È bello che non ci siano barriere.

Diabo

Con queste parole Diabo, 22 anni, del Burkina Faso, sintetizza gli aspetti positivi di questi 4 mesi di vita in comune con Raniero, Alessandra e Serena, la famiglia che lo ha accolto in provincia di Torino da settembre. Una frequentazione, però, che va avanti da circa un anno: si erano infatti conosciuti poco prima dell’inizio della pandemia e, quando è stato possibile, si sono incontrati durante i week-end per passare un po’ di tempo assieme. Lo scorso autunno, Diabo ha terminato il suo periodo di accoglienza nel centro dove viveva e si è trasferito a casa Tomei.

Da allora, la convivenza procede a gonfie vele. Fra Diabo, Raniero, Alessandra e Serena è nata una complicità che è evidente anche durante l’intervista: raccontano aneddoti, ridono, completano gli uni i commenti e le riflessioni degli altri. Come se si conoscessero da sempre. Fra Serena e Diabo, in particolare, la sintonia è evidente: l’essere coetanei li ha aiutati a creare un rapporto fraterno. È stata proprio Serena ad avere l’idea di accogliere una persona rifugiata a casa. “Tempo fa una mia amica mi ha parlato del progetto Refugees Welcome Italia”, ci racconta, “e ho pensato che, avendo una camera in più inutilizzata, avremmo potuto farlo anche noi. L’ho proposto ai miei genitori, ero certa che avrebbero accettato”. E così è stato, come conferma Alessandra.

“In passato avevamo già ospitato delle persone nell’ambito di un progetto di scambio per motivi di studio. Non avevamo però mai considerato l’idea di aprire le porte di casa ad un ragazzo rifugiato. Quando Serena ce l’ha proposto ho pensato: perchè no? Io mi considero una persona fortunata: ho una famiglia, un lavoro, una casa con una stanza libera perché due dei miei figli vivono per conto loro. Mi sono quindi detta: perchè non condividere quello che abbiamo con altre persone che possono vivere, anche momentaneamente, una situazione di bisogno? Se io mi trovassi al posto di Diabo, mi piacerebbe che qualcuno lo facesse per me”.

A Raniero, in famiglia, spetta il ruolo di quello “meno ottimista” e quindi all’inizio era un pò più cauto. “Non nascondo che avevo qualche perplessità: arriva a casa una persona nuova, quindi c’è il timore che gli equilibri all’interno della vita familiare possano cambiare. Ci abbiamo pensato e abbiamo concluso che comunque valeva la pena provare, perché sarebbe stata sicuramente un’esperienza interessante. Si può sempre trovare un nuovo equilibrio”.

Le perplessità di Raniero erano in parte anche quelle di Diabo che, pur essendo da sempre interessato a conoscere persone italiane, non aveva mai considerato l’idea di viverci insieme. “Sono arrivato in Italia a 18 anni e, sin dall’inizio, avevo il desiderio di stare con la gente del posto, farmi degli amici, avere qualcuno da frequentare, magari nei fine settimana. Ne ho parlato con l’operatore del centro di accoglienza. Quando lui mi ha proposto di andare vivere con una coppia con figli ero un pò timoroso. Mi è bastato incontrarli per rassicurarmi: la prima impressione è stata positiva perché erano tutti molto sorridenti. Mi sono subito piaciuti”.

“Anche a noi è piaciuto immediatamente”, ricordano Alessandra, Raniero e Serena:  “all’inizio era un po’ taciturno, come saremmo stati noi al suo posto in una situazione simile, in cui sei sotto osservazione. Abbiamo cercato di metterlo a suo agio, buttandola sullo scherzo e lui ha apprezzato, mostrandosi aperto e disponibile”.

Dopo qualche mese di convivenza, è ora dei primi bilanci, che non sembrano lasciare spazio ad ombre. “Non saprei indicare aspetti negativi della nostra convivenza”.

Diabo si è perfettamente inserito nei ritmi della nostra famiglia. Parliamo tantissimo, ci confrontiamo su tutto: dall’attualità allo sport, dalla politica alla cultura. È una persona curiosa, informata di quello che succede nel mondo ed è molto appassionato della storia del suo Paese, di cui ci racconta tante cose.

Raniero e Alessandra.

A casa Tomei il calcio è una grande passione condivisa che vede due schieramenti contrapposti: Romeo è milanista, mentre Alessandra e Diabo sono juventini. “Spesso vediamo le partite tutti insieme: ormai mi hanno messo in minoranza”, racconta ridendo Raniero. Nei giorni feriali, si ritrovano tutti a chiacchierare, soprattutto a cena, mentre nei fine settimana ne approfittano per passeggiare in montagna, al lago o anche per uscire in paese. Diabo passa parte del suo tempo libero con Serena, non solo per qualche uscita con i suoi amici, ma anche per svolgere attività di volontariato, come la pulizia dei parchi cittadini o la distribuzione di pacchi alimentari organizzata dalla parrocchia locale. 

“Questa esperienza sta rendendo il mio percorso di inclusione più semplice. Sto imparando tante cose che sono certo mi saranno utili quando potrò andare a vivere da solo. Mi aiuta molto, a livello psicologico, sapere di avere qualcuno su cui contare, con cui parlare, non essere più solo quando devo prendere delle decisioni o fare delle scelte”, dice Diabo.

Grazie alla rete di conoscenze della famiglia Tomei, inoltre, è riuscito a trovare un lavoro. Un amico di Serena cercava una persona che potesse aiutarlo come apprendista nella sua attività di elettricista e ha dato una possibilità a Diabo, che è molto soddisfatto di questo suo percorso professionale.

Per i Tomei, questa è una esperienza che consigliano a tutti:  “è uno scambio reciproco di modi di vivere, di culture, di esperienze che troviamo molto stimolante. Ti aiuta ad eliminare i pregiudizi, che a volta si hanno semplicemente perchè non si conosce. Aprirsi verso qualcun altro è sempre un arricchimento: vale con chiunque, ancora di più con una persona di un altro Paese”.

A Brindisi una nuova casa per Blessing.

Una nuova accoglienza in Puglia, grazie alla collaborazione fra la nostra associazione, lo SPRAR di Carovigno gestito dall’Arci di Brindisi, e il Comune di Bari.
Questa volta è una famiglia di Brindisi ad aprire le porte della propria casa!
Blessing ha 22 anni, è arrivato in Italia nel 2017 dopo un lungo viaggio dalla Nigeria. Una volta nel nostro Paese, dopo aver ricevuto la protezione umanitaria, ha vissuto per un anno in un centro di seconda accoglienza gestito dall’Arci di Brindisi nel comune di Carovigno. Qui ha studiato la lingua italiana e ha frequentato alcuni tirocini formativi. Si è affezionato al nuovo paese a tal punto da impararne bene la storia, le tradizioni e, addirittura, il dialetto brindisino!
Dopo un anno nel centro di accoglienza, per Blessing è arrivato il momento di uscire per costruirsi una nuova vita. Con il sostegno dei suoi operatori, si è rivolto a Refugees Welcome Italia per trovare una famiglia che potesse ospitarlo il tempo necessario a diventare finalmente indipendente.
Nel frattempo Alessia e Lorenzo – una coppia di Brindisi che vive nelle vicinanze di un centro di accoglienza –  si iscrivono sul nostro sito. Ogni giorno i due incontrano ragazzi migranti e rifugiati e si interrogano su come debba essere difficile la loro vita lontani da casa e dai propri affetti. Poco a poco, cresce in loro il desiderio di fare qualcosa di concreto: su suggerimento di alcuni amici, che hanno accolto un rifugiato nella città di Ravenna, decidono di rivolgersi a Refugees Welcome Italia per aprire le porte della propria casa!
Detto, fatto: da qualche giorno Alessia, Lorenzo e Blessing hanno iniziato la loro convivenza! Buon vento a tutti loro.

Il sarto e l’insegnante: la storia di Brice e Ada.

ll Covid, nonostante le restrizioni e limitazioni, sembra non aver fermato il desiderio di condividere esperienze di vita, seppure apparentemente così diverse e lontane. La storia di accoglienza che raccontiamo oggi viene da Mola di Bari, una  cittadina della costa barese.

È qui che abita Ada, insegnante di italiano in una scuola media e appassionata di viaggi. Curiosa dell’altro e desiderosa di aiutare una persona rifugiata nel suo percorso di inclusione in Italia, Ada ha contattato Refugees Welcome Italia per dare disponibilità ad ospitare.  Dopo mesi di attesa, dovuti al lockdown, finalmente è riuscita a realizzare questo desiderio, che è diventato ancora più forte durante i mesi di isolamento. “La quarantena mi ha fatto capire ancora di più quanto sia importante avere una casa in cui stare al sicuro. E ho pensato che mettere a disposizione la mia fosse la cosa giusta da fare”. Così, a fine maggio, Ada ha potuto finalmente incontrare Brice, 28 anni, che è in Italia dal 2017 e proviene dal Camerun. Qui gestiva un atelier di moda e oggi ama definirsi “sarto di professione e parrucchiere per hobby”. Una volta in Italia ha fatto di tutto, lavorando ovunque fosse possibile e frequentando corsi di sartoria, ma anche di giardinaggio.

Brice ha conosciuto Refugees Welcome tramite un’amica e ha visto nel progetto un’ottima opportunità di crescita personale. Vivere con delle persone del posto, racconta, è uno dei modi migliori “per conoscere il territorio e le abitudini degli italiani, migliorare la lingua e orientarsi nella burocrazia”. Ma è anche, per il giovane camerunense, “trovare un luogo da poter chiamare finalmente casa”.

Dopo gli incontri conoscitivi preliminari, avvenuti con la mediazione del gruppo barese di Refugees Welcome, a inizio giugno Brice si è trasferito a casa di Ada e a quanto pare ci sono tutti i presupposti affinché questa esperienza si riveli arricchente per entrambi, da un punto di vista umano e del sostegno reciproco. Brice è arrivato a Mola di Bari portando con sé una grossa valigia piena di stoffe ed un abito realizzato esclusivamente per Ada, per ringraziarla del suo gesto di accoglienza e generosità.

 

Una nuova famiglia per Mamadou.

Mamadou ha 20 anni ed è arrivato in Italia 3 anni fa, era ancora minorenne quando è sbarcato in Sicilia dalla Guinea. È passato da diversi centri di accoglienza per minori fino a quando è approdato nelle vite di Nicola, Anna e nonno Benito l’estate scorsa. La differenza tra un centro d’accoglienza e una casa vera e propria è abissale: “ho vissuto per tanto tempo nei centri d’accoglienza e prima di iniziare quest’esperienza avevo paura perché non mi ricordavo più come si stava in famiglia, come ci si comporta con le altre persone, ma dopo un paio di settimane con loro ho riscoperto cosa si prova a stare tutti insieme ed essere supportati, ho anche acquistato una libertà che non avevo nemmeno in Africa, le mamma africane sono molto severe, Anna invece non lo è ” ci dice ridendo il ragazzo.

Mamadou è diventato parte integrante della famiglia, una sorta di secondo figlio per Anna che si è iscritta al progetto con il pieno supporto del figlio diciasettenne Nicola: “abbiamo deciso di prendere parte al progetto di Refugees Welcome perché in TV non si parlava d’altro che di barconi, di gente che moriva alla ricerca di un posto migliore e di centri d’accoglienza strapieni, tutto questo ci ha spinto a fare qualcosa di concreto nel nostro piccolo. Se durante la guerra, quando si moriva di fame, nel 44’/45’, mia mamma è stata accolta da parenti che economicamente non stavano bene, di sicuro lo potevamo fare anche noi che stiamo decisamente meglio!”

Aderire al progetto è stato facile ed Anna era davvero entusiasta ma le prime paure sono arrivate man mano che la data di inizio convivenza si avvicinava: “a casa c’era già Nicola, mi sono chiesta se accogliere un altro ragazzo adolescente non fosse un po’ troppo per me ma tutti i dubbi si sono sciolti quando abbiamo incontrato Mamadou per la prima volta, lui è davvero molto carino, non è come avere un ospite, lui è parte di casa nostra, è come se ci fosse sempre stato!” ci racconta Anna.

Ma i veri protagonisti di questa convivenza sono senza dubbio i due giovani di casa, quasi coetanei che condividono gli stessi interessi: “Io e Mamadou andiamo molto d’accordo, ho provato a farlo ambientare qui ad Imola presentandolo ai miei amici che lo hanno subito accolto nel nostro gruppo, prima del coronavirus uscivamo spesso tutti insieme ma adesso la nostra vista sociale non è molto attiva” afferma Nicola.

“Ci piace fare il bagno al fiume anche se l’acqua è fredda, fare delle passeggiate, giocare a calcio e vedere dei film, ci divertiamo un sacco! Durante la quarantena abbiamo passato davvero molto tempo insieme a chiacchierare, ci siamo conosciuti un po’ di più, non è stato un bel periodo per tutti ma io mi sono divertito molto!” ci dice Mamadou.

“Arrivare in famiglia mi ha aiutato a dimenticare i problemi passati ed essere finalmente felice” ci confessa Mamadou. Quest’esperienza gli è stata fondamentale, il supporto della famiglia gli ha permesso di conquistare tante piccole cose, ad esempio migliorare la lingua, prendere la patente e guidare ma anche riuscire a trovare un lavoro. Mamadou è un operaio in un’azienda agricola, si occupa della preparazione dei salumi: “lo prendiamo tutti in giro, lo chiamiamo il salumiere mussulmano” ci dicono ridendo Anna e Nicola.

Ma quest’esperienza non è stata positiva solo per Mamadou: “la vita senza di lui sarebbe stata più monotona e meno aperta verso il mondo, ho imparato un sacco di cose che sembravano davvero lontane ma che invece non lo sono affatto. Fare quest’esperienza ti avvicina tantissimo alla realtà e ti rendi conto di cosa è davvero importante” afferma Nicola.

“Questa convivenza ci fa crescere, ci arricchisce di nuove cose ogni giorno, ci siamo resi conto che per una persona abbiamo fatto la differenza ed è una sensazione meravigliosa!” conclude Anna.

 

 

 

 

Il divano blu dell’accoglienza.

Seduti sul comodo divano blu a casa di nonna Tiziana ci sono i suoi cinque nipoti e un nuovo speciale ospite: Amadou.  Amadou è un ragazzo di origine senegalese che dal 2018 si è spostato in Italia al fine di poter migliorare la sua vita e darsi la possibilità di studiare e apprendere un mestiere. Se gli si chiede quale siano le sue ambizioni future lui risponde: ”diventare saldatore, la mia tesina di scuola parla proprio di questo!”. Amadou, infatti, ha seguito un corso per imparare questa professione e, una volta ottenuto il diploma scolastico, spera di avere la possibilità di iniziare un tirocinio per approfondire al meglio ciò che ha imparato durante la formazione. 

Da febbraio, grazie a Refugees Welcome Italia,  Amadou è ospite nella casa di Tiziana, Pierfrancesco e di loro figlio Federico. Tiziana e Pierfranco raccontano la facilità e la spontaneità con cui si è attività questa convivenza: ”la cosa più bella di questo percorso è accorgersi di come sia normale ciò che stiamo facendo, ci si conosce poco alla volta e tutto diventa giorno dopo giorno naturale. Sin da subito abbiamo compreso di essere molto simili e capaci di adattarci l’uno con l’altro”. La famiglia, ad esempio, ha voluto condividere con Amadou il periodo del Ramadan trovandosi a cenare alle nove di sera, dopo il tramontare del sole, lasciando sempre un piatto da scaldare per il mattino seguente, all’alba. Al tempo stesso, anche Amadou si è sempre dimostrato aperto ed interessato a conoscere la cultura italiana. Parlando di Amadou, Tiziana lo descrive come un ragazzo curioso: “chiede sempre il significato delle parole che non conosce, chiede il perché di alcune nostre usanze italiane, rimanendo sempre affascinato”.

Da subito, Amadou è stato accolto con grande entusiasmo da tutti i quindici nipoti di Tiziana e Pierfranco. In poco tempo, è diventato, per loro, parte della quotidianità a casa della nonna: un compagno di giochi, di studio e tanto altro. Che sia una partita a basket in giardino o alla playstation, un pomeriggio passato a fare costruzioni con i Lego, Amadou è sempre disponibile e felice di poter giocare con loro.

Tiziana e Pierfranco si augurano che questa esperienza di convivenza possa trasmettere ai lori nipoti il valore dell’accoglienza, dell’inclusione e della condivisione. “Speriamo che capiscano cosa è l’empatia e che sapersi mettere nei panni degli altri è fondamentale”. Il tutto su un divano blu, nella comodità di un pantaloncino corto che mostra le sbucciature sulle ginocchia e nella praticità di essere liberi di non indossare scarpe correndo per casa della nonna.

Noi stiamo a casa con Fodè.

Dallo scorso novembre condividiamo casa nostra a Mirano con Fodè, un ragazzo giovanissimo che è arrivato in Italia da minorenne. Fodè è molto intraprendente e proprio in concomitanza con l’inizio della convivenza ha trovato un tirocinio presso lo “Scatolificio Veneto”, a pochi chilometri da casa. Fodè non ha avuto problemi ad ambientarsi ed è stato accolto con gioia dai nostri amici. Anche noi abbiamo avuto modo di conoscere i suoi e passare del tempo tutti insieme, ad esempio una sera prima di Natale ci siamo ritrovati con alcuni dei suoi amici dall’ora di merenda a dopo cena e abbiamo finito la serata in allegria con danze senegalesi.  Prima dell’inizio dell’emergenza sanitaria, Fodè si era iscritto a scuola guida dove frequentava i corsi serali che ha dovuto però abbandonare con l’arrivo del Covid-19. Inoltre, questo virus ha purtroppo costretto l’azienda, per la quale lavora, a sospendere tutti i tirocini e Fodè si è ritrovato ha passare più tempo a casa con il mio compagno Massimo che è rimasto, anche lui, a casa dal lavoro. Per non annoiarci abbiamo organizzato un programma di attività giornaliera in casa e in giardino/orto. Questi mesi di quarantena ci hanno dato il tempo di effettuare piccole riparazioni che erano state messe in stand-by da mesi e a volte da anni.

La stagione primaverile, quest’anno particolarmente fiorente, non chiedeva altro che di mettere mano a tosaerba, decespugliatori, cesoie, vanghe, zappe ecc. Insomma, avremo un orto e un giardino invidiabili! Intendiamoci, non facciamo mica le levatacce, ci si alza fra le 8 e le 9 del mattino e senza stress svolgiamo i lavori del giorno.  Fodè ci aiuta volentieri e dopo il pranzo si rilassa chattando, videochiamando, dormendo, insomma fa le cose tipiche degli adolescenti. A volte nell’obiettivo del suo smartphone finiamo anche noi ed inevitabilmente si finisce a condividere qualche sua amicizia. Nel pomeriggio io e lui ci dedichiamo alle lezioni dell’autoscuola, ci esercitiamo facendo un paio di batterie di quiz, studiare per la patente comporta anche lo studio della lingua italiana. Fodè parla con facilità la nostra lingua ma la terminologia utilizzata nel libretto dell’autoscuola e nei quiz per l’esame della patente è spesso astrusa ed incomprensibile. Generalmente questa tortura finisce dopo un’ora e mezza o due con la corsetta liberatoria nella strada sterrata davanti a casa: più la seduta è stata faticosa e più numerose sono le andate-e-ritorni lungo la sterrata.

Fodè, però preferisce in assoluto darsi da fare in cucina; più che la banale cottura di pasta o riso o bocconcini di pollo che preparava per il pranzo in fabbrica e che talvolta prepara anche adesso, gli piacciono ricette più originali e di maggiore soddisfazione, come gli gnocchi o il pane. La manualità non gli manca, ci mette davvero una grande passione che dimostra una “vocazione” che meriterebbe in futuro –chissà- di essere assecondata e coltivata.

Poi ci sono i passatempi extra: ordinaria amministrazione come il taglio dei fittissimi capelli da parte di Maurizio, l’uscita autocertificata in bici in tabaccheria per la ricarica telefonica; ma anche la straordinaria amministrazione, come per esempio la partecipazione all’appello per il salvataggio dei profughi nel Mediterraneo a seguito della chiusura dei porti italiani e altri imprevisti che riempiono le giornate.

Siamo fortunati di aver passato queste giornate così insolite insieme, qui con noi Fodè può trascorrerle all’aperto e in movimento. Noi, grazie alla sua compagnia ci manteniamo attivi inventandoci ogni giorno nuove cose da fare, senza indulgere alla pigrizia o al pessimismo.  Ieri è finito il Ramadan, vissuto da Fodè con contagiosa energia e leggerezza. Anzi, col suo accattivante sorriso ha convinto Maurizio a digiunare con lui per un giorno. E allora, per la fase 2 o ancor più per la fase 3, che dire? Inshallah!

Il piacere di sentirsi dire: “Come stai”?

È proprio vero che nella vita il tempo è tutto: c’è bisogno di tempo per conoscersi e studiarsi meglio, tempo per capire il carattere e le abitudini di chi ci sta vicino. Così è stato per Anna, Francesco e Awa che da un anno condividono casa a Bologna. All’inizio della convivenza Awa, 25 anni originaria del Gambia, era una ragazza molto timida, silenziosa e riservata. Aveva sempre vissuto in un centro d’accoglienza e non sapeva cosa aspettarsi dall’esperienza in famiglia: “quando mi sono iscritta al progetto non sapevo come poteva essere la vita in una famiglia italiana ma quando ho incontrato Anna per la prima volta non ho pensato a nulla di male, lei e il marito avevano accolto in passato due ragazzi del Mali e Gambia e ho pensato che potevo fidarmi”.

Anna e Francesco sono stati una “famiglia accogliente” per altri due ragazzi ed esserlo anche per Awa è stato naturale: “eravamo molto curiosi di accogliere una ragazza e di iniziare un’esperienza diversa dalle altre. Quando abbiamo conosciuto Awa abbiamo capito che dovevamo darle del tempo per conoscerci ed entrare in confidenza con noi, avevo la consapevolezza che le cose un poco alla volta si sarebbero svelate da sole” racconta Anna.

Effettivamente a distanza di un anno le cose sono cambiate, i timori iniziali sono svaniti. Awa si sente più a suo agio e questo ha messo in luce anche un lato più spiritoso del suo carattere che era rimasto nascosto. Anche Francesco si è aperto di più: “sono sempre stata io a promuovere l’accoglienza in famiglia, mio marito aveva qualche timore ma ho visto una grande trasformazione in lui, è cambiato grazie alle convivenze che abbiamo attivato ed oggi è un punto di riferimento per i ragazzi che sono stati nostri ospiti. Lui è felice di avere Awa a casa con noi che lo vizia, e per Awa è lo stesso…guai a chi le tocca il suo papone!” ci dice Anna ridendo.

Rispetto ai primi mesi si nota più confidenza, si condividono più cose, si scherza e ci si prende in giro. Prima del Coronavirus i loro orari erano completamente diversi, Awa lavorava su turni anche nel weekend e non riuscivano a vedersi spesso, ora invece passano più tempo a casa insieme e si stanno conoscendo più approfonditamente.

Un hobby che ha contribuito a rafforzare la loro relazione è stata la cucina: “Awa è molto brava a cucinare, ed è una vera disgrazia perché mangiamo sempre! Cucinare insieme era un’abitudine che avevamo prima dell’arrivo del virus ma adesso è diventata una cosa esagerata, cuciniamo in continuazione” ci rivela Anna. Awa ha frequentato un corso di cucina e si diverte a preparare pietanze italiane e africane: “mi piace cucinare tutto ma il mio piatto preferito italiano sono le lasagne quello africano è il Tchep, un piatto tradizionale con carne e riso”. Inoltre, Awa ci racconta, ridendo, che sta approfittando di questo periodo di reclusione forzata per esercitarsi con i quiz per la patente: “è un disastro non capisco nulla, per fortuna Anna e Francesco mi stanno aiutando!”. Francesco la supporta con la parte più tecnica spiegandole il codice della strada, Anna invece le da una mano con la comprensione della lingua ma è uno studio pesante e ogni tanto Awa non si presenta a lezione!

Ma oltre al supporto con la patente, Awa ci confida che Anna e Francesco sono sempre presenti e disponibili ad aiutarla: “quello che apprezzo di più di loro è che mi chiedono sempre se sto bene, sono contenta quando qualcuno mi chiede come sto e sono felice di aver fatto questa esperienza che è davvero particolare e che mi ha insegnato a guardare le cose con occhi diversi”. Anna ci rivela di essere davvero contenta che Awa sia riuscita aprirsi di più: “è bello riuscire a stringere un rapporto di fiducia con le persone che ospiti, anche noi siamo felici di aver preso parte al progetto, ogni convivenza ci ha donato qualcosa, la nostra famiglia si allarga sempre di più e di una cosa siamo certi: non siamo destinati a rimanere soli”!

 

Fra chiacchiere e cucina: la convivenza di Ali e Giovanna.

Come state passando il tempo in quarantena? Chiediamo in videochiamata a Giovanna ed Ali, la loro risposta è immediata e all’unisono: “cuciniamo”! “Beh in realtà Ali prepara il pane e la pizza ed io sto a guardare mentre gli do sempre una mano quando fa la pasta fresca perché quella la so fare anche io” aggiunge Giovanna. Impastare è la passione di Ali che a gennaio ha concluso un corso di panificazione con la speranza di trovare un lavoro, magari in un panificio, dopo questa emergenza sanitaria così da poter mettere in pratica tutto quello che ha imparato.

Giovanna ed Ali hanno in comune la passione per la cucina, si divertivano a preparare cene e pranzi la domenica anche prima di questo periodo di quarantena. A Giovanna piacerebbe sperimentare nuove ricette e condimenti per la pasta, Ali invece è più tradizionalista: “la pizza? rigorosamente margherita, una volta Ali si è lanciato e abbiamo preparato una napoletana, quella con le acciughe, ma è stato solo un caso” dice Giovanna ridendo.

Nonostante la differenza di età i due cercano sempre di trovare delle attività da fare insieme, oltre alla cucina, condividono l’hobby delle passeggiate in montagna. E poi parlano e si confrontano: “discutiamo molto, di politica e questioni di genere, a volte abbiamo punti di vista completamente opposti ed è naturale visto che veniamo da realtà e generazioni diverse, ma non manca mai il rispetto per il punto di vista dell’altro”, affermano entrambi. Del suo ospite, Giovanna apprezza la maturità, nonostante la giovane età, e il fatto che l’abbia aiutata ad allargare i propri orizzonti. Ali invece fa affidamento sui consigli di Giovanna: “il miglior consiglio ricevuto da lei è quello di dover pensare di più a me stesso e non preoccuparmi sempre e solo per gli altri” dice Ali.

A soli 22 anni Ali ha quella maturità di chi ne ha viste già tante. Ancora minorenne, a 14 anni, ha abbandonato il nord del Mali, all’epoca caduto in una spirale di violenza e dove, ancora  oggi, persiste una situazione di conflitto a bassa intensità fra il governo centrale e le milizie islamiche di Al Qaida nel Sahel. “Quando i miliziani hanno iniziato a imporre la legge islamica e a costringere i ragazzi della zona ad unirsi alla guerriglia, ho capito che era arrivato il momento di andare via”. Da lì Ali ha iniziato il viaggio che lo ha portato prima in Algeria e poi in Libia. “Arrivato a Tripoli, ho lavorato un po’. La situazione ha iniziato a diventare pericolosa. Un giorno mi hanno fermato per strada e portato in un centro di detenzione per otto mesi. Lì funziona così, chiedono un riscatto alla tua famiglia e se non ti procuri il denaro, sei in trappola. Io purtroppo non avevo né denaro mio, né qualcuno che potesse pagare per me”, racconta con sguardo chino, mentre si accarezza alcune cicatrici che ha sul braccio.

“Ad un certo punto sono riuscito a scappare e  salire su un barcone. La traversata è stata difficile, ma per fortuna una nave italiana ci ha soccorso e portato in Sicilia”. Dall’isola Ali è stato trasferito prima in un centro per minori e poi in uno per adulti.

A sentirli parlare sembrerebbe che i due si conoscano da anni ma in verità Giovanna e Ali abitano insieme solamente da un anno. In realtà la loro convivenza era destinata a durare solo poche settimane. Giovanna si era iscritta a Refugee Welcome Italia con l’intenzione di ospitare una donna ma aveva deciso di dare una mano ad Ali per un paio di settimane così da dare alle volontarie il tempo di trovare il matching perfetto per entrambi: “abito da sola e per questo motivo avevo pensato di ospitare una ragazza rifugiata ma in quel preciso momento non c’erano donne nella lista di Refugee Welcome, così quando le volontarie mi hanno raccontato la storia di Ali, un ragazzo giovanissimo che aveva urgente bisogno di una stanza a Roma perché doveva iniziare un corso di panificazione, ho pensato di lanciarmi, ero serena perché tanto sapevo che sarebbe stata una soluzione temporanea, solo per 3 massimo 4 settimane”.

Ma qualcosa è cambiato nel loro rapporto quasi da subito, ad Ali è stata presentata una famiglia che era disposta ad ospitarlo per più tempo e a Giovanna sono state fatte varie proposte ma nessuna soluzione li soddisfaceva in pieno: “non ne avevamo parlato bene tra di noi ma in realtà avevamo già preso una decisione, quella di continuare quest’avventura insieme,  è stata una scelta naturale perché ci eravamo trovati bene e anche adesso a distanza di un anno tutto sembra filare liscio per fortuna”, conclude Giovanna.

La quarantena di Kalissa.

Kalissa è un giovane rifugiato accolto da una famiglia di Palermo. In questi giorni lo abbiamo incontrato per farci raccontare come sta andando questo periodo di quarantena.

Come stai vivendo questo periodo?

Lo sto vivendo come si dovrebbe. Nel senso che resto a casa per la mia sicurezza e per quella delle persone con cui convivo. Per salvaguardare la salute di tutti.

Come guardi a questa pandemia?

Sono sicuro che ce la faremo e la supereremo, anche se non si sa quando. Se tutti rispettiamo le regole stabilite dagli scienziati, sperando che abbiano ragione, supereremo anche questo.

La pandemia ti fa riflettere sull’importanza dell’avere una casa?

Sì, l’importanza della casa è grandissima. Auguro a tutti di averne una, un posto in cui stare. È importante perché mi trovo in un posto in cui mi sento al sicuro, protetto, nonostante la pandemia. Non sono solo, sono assieme a questa famiglia, che mi dà grande supporto. È anche per questo che sto vivendo questa esperienza con fiducia. Mi chiedo: “chi vive un momento del genere senza una casa, come fa?”

Qual è la prima cosa che farai appena finita la quarantena?

È una domanda che ognuno di noi si pone, ma la prima cosa da chiedersi è: “sopravvivremo?” Se tutto andrà bene, appena finisce questa quarantena, c’è la mia ragazza che è da 3 settimane che piange e ha voglia di vedermi.

 La tua attività preferita in questi giorni?

Studiare e leggere, perché mi aiutano a passare la giornata in maniera leggera.

Hai scoperto cose nuove?

Ho cucinato piatti nuovi, quello sì.

Pensi che sia cambiato il rapporto con Giando, Patrizia e i loro figli?

È cambiato molto, perché prima ci vedevamo poco. Adesso ci svegliamo assieme e fino a sera restiamo insieme. Facciamo lavori a casa, cuciniamo, mangiamo, chiacchieriamo e guardiamo film.

Pensi di conoscerli meglio?

Molto meglio, sì. C’è una maggiore apertura tra di noi, pure io sto condividendo di più quello che prima cercavo di tenere solo per me stesso. Parliamo anche delle mie preoccupazioni, e loro mi danno sostegno, anche perché sono grandi e hanno più esperienza.

Pensi che questo virus, come società, ci possa insegnare qualcosa?

L’uomo è nato per affrontare la sopravvivenza, come un pesce in mare aperto, sempre troverà delle sfide da affrontare e supererà anche questa. Al di là di questo, penso che insegnerà a tutti l’importanza di avere una casa in cui sentirsi al sicuro e dell’importanza delle relazioni, del convivere con gli altri.

Una casa dove stare al sicuro.

“Dove sta Mamadou?” chiede dal balcone la piccola vicina di casa di Margherita e Michele, dopo che hanno deciso di aderire al progetto Refugees Welcome Italia e di ospitare un rifugiato. “Mamadou è arrivato da noi proprio nel momento in cui le restrizioni sono diventate più limitanti con il Decreto nazionale del 9 marzo – spiega Margherita – ed è cominciata una convivenza molto più intensa di quella che avevamo immaginato”.

Ma neanche ora Margherita ha dubbi nel voler accogliere Mamadou e si muove con la stessa determinazione con la quale ha preso la decisione qualche mese fa. “Quando ho letto un articolo che parlava di una convivenza a Ravenna –  spiega Margherita – mi sono subito iscritta a Refugees Welcome Italia. Quando sono tornata a casa, ho condiviso l’intenzione con Michele, il mio compagno, e con nostro figlio Francesco. Entrambi ne sono rimasti entusiasti. Credo che sia un passaggio fondamentale far conoscere queste iniziative mediante i giornali, ma conta molto anche il passaparola. Dopo qualche giorno dall’arrivo di Mamadou, un mio amico di Brindisi al quale avevo raccontato dell’esperienza intrapresa, mi ha riferito di essersi iscritto anche lui alla piattaforma. Sono convinta che ‘pubblicizzare’ queste accoglienze non serva a far cambiare idea a chi la pensa in maniera differente, ma può far riflettere tutte quelle persone che nutrono valori solidali e altruistici”.

Mamadou Sow, 21enne, proveniente dalla Guinea Konakry, in Italia dal 2017, è stato precedentemente accolto in un Cas (centro di accoglienza straordinaria) del territorio, dove ha avuto la possibilità di imparare la lingua italiana, di lavorare come aiuto cuoco, seguire un corso come costruttore di carpenteria metallica, operatore del verde e di prendere la patente per il muletto. “Sono molto contento di essere a casa con loro e sono anche preoccupato per il Coronavirus, perché la malattia non guarda in faccia a nessuno. Ma stare qui e condividere il mio tempo con loro mi rasserena, mi fa sentire al sicuro. E poi adoro giocare con Francesco”, spiega Mamadou. “Quando potremo tornare a uscire però non avremo così tanto tempo per giocare, perché io ho tanti impegni con il basket, la scuola, la musica. Un po’ mi dispiace, ma spero comunque di poter tornare a fare le altre cose”, aggiunge Francesco.

Si tengono compagnia h24 in casa. “Ogni tanto gli ricordiamo – continua Margherita – che questa non è la normalità. E sebbene ci sia più tempo per conoscerci, si tratta di un tempo fittizio. Le persone le conosci guardandole vivere,  osservando come si comportano con gli altri e in generale come si approcciano alla realtà circostante. Questo è un tempo sospeso, ma nonostante tutto, va molto bene e le piccole perplessità iniziali su come sarebbe stato si stanno dissolvendo con la convivenza stessa. Anche quelle paure legate al contagio del virus si sono interrotte nel momento in cui Mamadou ha smesso di lavorare”.

Si cucina, si guardano film e si usano le tecnologie come in qualsiasi altra casa ai tempi del Covid-19.

“Quelle che emergono sono anche le differenze – racconta Michele – Mamadou ha un approccio alla vita alternativo al nostro. Sin dal modo di raccontare la sua storia emergono priorità e punti di vista differenti. Emana una calma, uno stare nel presente, forse per fatalismo o per le esperienze che ha vissuto, che restituiscono al tempo un altro significato”.

Curiosità, libertà e autonomia sono le parole d’ordine di questa accoglienza. “Sin da quando è entrato – continua Michele –  abbiamo cominciato a mandare domande di lavoro per la stagione che verrà, con la speranza che l’emergenza Coronavirus passi presto e che si possa tornare alla normalità.  Noi non pensiamo alla scadenza della nostra convivenza, ma ci auguriamo che possa finire quanto prima perché ciò vorrebbe dire che il progetto ha funzionato, che Mohamadou ha raggiunto la sua indipendenza”.

E questo è l’intento del giovane. “Mi va bene qualsiasi lavoro – specifica Mamadou – ma punterò soprattutto al settore metalmeccanico, perché è un lavoro specializzato e potrà darmi più garanzie”.

E rispetto all’accoglienza al di fuori della porta di casa. “Quando Mamadou è arrivato, lo abbiamo presentato ai vicini dalla finestra e le reazioni sono state tutte positive, conclude Margherita. Certo, so già che saremo anche criticati, ma quelle critiche che arriveranno, ci renderanno ancora più certi della nostra decisione. Penso che il bene non abbia un colore e nemmeno una nazionalità. Spesso ci si rivolge a una determinata situazione spinti dalla propria storia e cultura di appartenenza. A chi dirà: ‘Ma con tutti gli italiani che hanno bisogno, proprio uno straniero?’ risponderò: “E chi lo dice che questa è l’unica forma di solidarietà che noi mettiamo in atto? Come diceva mia nonna: ‘Dove si mangia in tre, si mangia anche in quattro’.

Sono tanti i ragazzi, come Mamadou, che hanno bisogno di una casa dove stare al sicuro. Se hai una camera in più nella tua abitazione e desideri aiutare un rifugiato o una rifugiata a trovare un posto dove stare, clicca a questo link.