Mantova: così Paolo e Francesca hanno accolto Ahmed

Francesca Andreazzoli e Paolo Zani, entrambi insegnanti, sono sposati da circa un anno e mezzo e da qualche mese ospitano un 19enne somalo, Ahmed, rifugiato politico. Trent’anni lui, 29 lei, sono i primi mantovani ad aver aderito al progetto Refugees Welcome. Sarebbe troppo facile dire che marito e moglie abbiano deciso di “prendersi un immigrato a casa loro” come da ritornello social degli ultimi anni. La vicenda è un po’ più complessa o forse molto più semplice di quanto possa apparire, dipende dai punti di vista.

"Abbiamo saputo della possibilità di ospitare un rifugiato grazie ad una volontaria dell’associazione, una nostra amica – spiega Francesca – Ci abbiamo pensato su per qualche mese e poi abbiamo intrapreso il percorso che porta alla convivenza. È stata una scelta molto ragionata, Refugees ci ha affiancato e lo fa ancora con professionisti che stanno seguendo tutte le fasi del progetto". Ahmed è arrivato in Italia quando era ancora minorenne, scappava dalla guerra civile che ancora oggi dilania la Somalia. Dopo il passaggio allo Sprar di Mantova e l’acquisizione dello status di rifugiato, è entrato nel programma di Refugees welcome. La convivenza con Francesca e Paolo durerà sei mesi.

Per il futuro Ahmed ha le idee molto chiare: sta studiando per diventare mediatore culturale. Vuole rimanere a Mantova, la città che lo ha accolto e di cui conosce pregi e difetti. "Da quando Ahmed sta da noi – racconta Paolo – ho avuto la conferma di qualcosa che già pensavo: finché non hai un contatto diretto e quotidiano con qualcuno, non puoi dire di conoscerlo, tanto più se ha origini diverse dalle tue. Come sta andando la convivenza? Bene, cioè normale, non ci sono stati episodi particolari, come con tutti i coinquilini può nascere qualche incomprensione, tipo su chi ci mette troppo tempo a preparasi in bagno al mattino...". Insomma, sembra proprio che le barriere culturali che secondo qualcuno rendono impossibile la coesistenza tra popoli, a volte, in concreto, si riducano a discussione su docce troppo lunghe e simili.

Del resto l’idea di Refugees Welcome Italia è proprio questa: dimostrare con i fatti che la convivenza è possibile e che anzi non esiste altro modo di affrontare i fenomeni migratori se non attraverso la conoscenza reciproca.

Ahmed al momento studia alle serali e un paio di volte a settimana frequenta il Bonomi al mattino. Nel tempo libero fa il volontario per l’unione italiana ciechi. Paolo e Francesca insegnano in due istituti di Verona. La convivenza prosegue come se i tre fossero studenti universitari fuori sede ed è un elogio alla normalità. Si può fare.

 

Vincenzo Corrado, Gazzetta di Mantova


Ora sono finalmente in Europa!

Sono sbarcato a Lampedusa il 29 ottobre del 2016. Si, il mio è stato proprio quel tipo di viaggio della speranza di cui sentite tanto parlare: ho lasciato il Gambia quando ancora c’era la dittatura, attraversato Senegal, Mali, Algeria e Libia. E poi la barca. Quando sono arrivato sull’isola non mi sono preoccupato del posto in cui mi hanno messo, ero troppo contento di essere sopravvissuto e sapevo che era una soluzione provvisoria. Molti dei compagni conosciuti durante il viaggio volevano proseguire per l’alta Europa, ma non io. Io, non so perché, ho sentito che in Italia qualcosa mi tratteneva. Forse la lingua, perché l’italiano mi piace tanto, o forse qualcosa nelle persone. A Lampedusa ho conosciuto il signor Papalino e mi ha colpito molto. Lui ha una libreria e ci aiutava sempre tutti: ci faceva usare internet, ci insegnava le cose in italiano quando ancora non lo capivamo, era buono e gentile e non si arrabbiava nemmeno con quelli che facevano casino ed erano testoni. Ero stupito che lo facesse, perché non era il suo lavoro, non era obbligato. Lì ho capito che in Italia c’erano delle persone belle.
Ecco, la bellezza della lingua e Papalino sono le ragioni che mi hanno spinto a rimanere in Italia. Dopo un breve periodo a Lampedusa mi hanno portato al CAS di Castelnuovo di Porto, dove sono rimasto più di un anno. Non era il posto dove immaginavo di essere accolto in Europa. All’inizio ero talmente stupito che sono rimasto immobilizzato, poi ho capito che dovevo integrarmi, ho cominciato a studiare italiano e mi hanno iscritto alla Scuola media di Monterotondo dove ho preso la licenza.

Ma dal CAS di Castelnuovo era difficilissimo muoversi, perché passano pochi autobus e alle 9 di sera non ce ne è più nemmeno uno. Con altri ragazzi del centro, però, andavamo un po’ nei paesi quando potevamo, a Capena, Fiano e Castelnuovo, per conoscere un po’ le persone del posto e stare a contatto con la gente del paese. Volevo conoscere come è fatta l’Italia, come stanno le persone, la cultura. Volevo integrarmi. Ma al CAS mi sentivo in gabbia. Al CAS eravamo tantissimi e le stanze erano affollate, quindi per ragioni di sicurezza c’erano anche le guardie armate. Io capisco che è giusto preoccuparsi per la sicurezza, ma vengo da un paese in cui c’era una dittatura e a me le armi fanno paura, non si può stare tranquilli in una stanza dove ci sono uomini armati. Quando mi guardavo attorno in questa
situazione mi sembrava di non essere mai arrivato in Europa, pensavo di essere ancora in Libia.
Mentre ero lì ho fatto la Commissione e a distanza di quasi un anno, il 23 aprile 2018, ho avuto lo status di rifugiato. Quindi sono stato trasferito allo SPRAR di Mostacciano. Lì la situazione era molto meglio, eravamo una sessantina in tutto e le stanze erano da tre o quattro persone. Mi sono iscritto all’istituto professionale Cattaneo. Allo SPRAR mi hanno aiutato a trovare lavoro part time in un centro di riabilitazione per disabili, e il pomeriggio andavo a scuola. Ma in questa scuola non si studiava abbastanza, così ho cambiato e ora faccio il terzo anno di un istituto tecnico turistico. Ora studio bene, mi piace molto!
Dopo circa 8 mesi di SPRAR in cui uscivo la mattina per andare al lavoro e tornavo la sera dopo la scuola, l’assistente sociale mi ha mandato a chiamare e mi ha spiegato il progetto Refugees Welcome. Mi ha detto che ci sono delle famiglie italiane che ospitano i migranti a casa e che se l’idea mi interessava potevo iscrivermi. Io però non ero convinto perché avevo paura di dare fastidio a queste persone che non conoscevo e anche paura che loro potessero dare fastidio a me.
Ma siccome al Centro avrei potuto rimanere ancora pochi mesi soltanto, l’assistente sociale mi ha consigliato di iscrivermi a Refugees Welcome, altrimenti avrei dovuto pagarmi l’affitto e quindi lavorare a tempo pieno e lasciare perdere la scuola. Allora ho accettato di fare questa scommessa. Per me è stata una scommessa. Io sono una persona solitaria, non parlo molto, faccio le mie cose da
solo… non ero per niente convinto!!!

Dopo qualche mese sono stato chiamato. Ho fatto prima degli incontri con gli operatori, che mi hanno chiesto che cosa mi piaceva e cosa non mi piaceva e che tipo di famiglia avrei voluto. Dopo pochissimo, meno di un mese, mi hanno richiamato per dirmi che avevano trovato la famiglia. Così ci siamo incontrati tutti insieme, io, gli operatori di Refugees Welcome e la famiglia. Avevo paura, ansia, ero molto agitato….invece è stato facile! Ci siamo incontrati al laghetto dell’EUR con Massimo, Maria Grazia e Valerio, che è il loro figlio grande che ormai abita da solo. Era durante il Ramadan, quindi non potevamo nemmeno andare al bar!
Abbiamo fatto una passeggiata e poi il giorno dopo li ho rivisti e mi hanno invitato a vedere la casa. Ho capito subito che i miei pregiudizi erano sbagliati, che gli italiani non erano come pensavo negli ultimi mesi, che c’erano davvero persone come Papalino.
Cosa è cambiato per me da quando sto con loro? Fin da subito con loro mi son sentito trattato come un essere umano come tutti gli altri, cioè come ognuno dovrebbe essere trattato: come una persona. Dopo due settimane che stavo con loro hanno fatto addirittura una festa di benvenuto! E poi questa soluzione mi ha permesso di continuare gli studi e di avere speranza per il futuro. Ora oltre alla scuola faccio anche il servizio civile, faccio assistenza sociosanitaria a ragazzi disabili.
Una cosa mi ha stupito più di tutte: un giorno Massimo e Maria Grazia sono venuti a prendermi al centro. Il contratto di convivenza non era ancora finalizzato ma quando siamo andati a cena Massimo mi ha dato in mano qualcosa e mi ha detto “prenditi queste chiavi!”.
Io non me lo aspettavo davvero in quel momento, sono rimasto in silenzio perché non sapevo cosa dire ma è stata una cosa bellissima!
Sentire di nuovo la fiducia, poter di nuovo entrare e uscire quando mi pare mi ha fatto sentire libero come un uccello nel cielo. Il confronto diretto con le persone mi ha insegnato tanto di questa cultura: mangiamo insieme, ridiamo insieme, passeggiamo insieme, discutiamo…vivo come qualsiasi essere umano dovrebbe vivere, fuori e dentro la sua patria. ORA SONO ARRIVATO IN EUROPA!


Dalla Mauritania all'Italia: la storia di Ibrahima

Non è facile essere nero, in Mauritania.
Nel Paese, che si estende a cavallo tra il Maghreb arabo e l’Africa sub-sahariana, il potere è distribuito in un rigido sistema di caste in cui la popolazione di origine arabo-berbera - che è la minoranza - occupa una posizione di leadership politica ed economica, mentre gli afro-mauritani, che costituiscono la maggioranza, sono discriminati, esclusi, faticano ad accedere all’istruzione e svolgono mestieri che gli altri considerano degradanti. Molti di loro continuano ad essere esplicitamente sfruttati attraverso un vero e proprio sistema di schiavitù, prassi ancora diffusa e tollerata, nonostante il governo mauritano insista nel dire che il fenomeno sia scomparso. E Ibrahima, che per i diritti della sua gente è sceso in piazza, è stato arrestato, torturato, ha perso un occhio. È stato costretto a rifugiarsi prima in Senegal e poi in Mali, sopravvivendo con lavori mal pagati, è passato dall’inferno libico, dove ha trascorso un mese e mezzo in un centro di detenzione, per poi cercare la salvezza su un barcone che lo ha portato in Italia. Un volta qui, ha ottenuto l’asilo politico.

Trasferitosi nelle Marche, ha studiato l’italiano, ha preso la licenza media e, una volta uscito dal progetto di seconda accoglienza dello Sprar-Siproimi, è stato accolto da Luigi ed Elvira, una coppia di Macerata che lo sta sostenendo nel suo percorso, spesso faticoso, verso l’autonomia. Luigi ed Elvira sono alla loro seconda esperienza di ospitalità con Refugees Welcome: per un anno circa hanno aperto le porte a Mamadou, che ora vive da solo e ha trovato un lavoro stabile in una azienda del verde. La stessa dove adesso anche Ibrahima sta svolgendo un tirocinio.


“Questi ragazzi hanno affrontato l’indicibile", sottolinea Luigi. "Quello che ricevo sul piano umano è molto di più di quello che do. Se ognuno di noi avesse la possibilità di parlare con loro, molti pregiudizi verrebbero meno. I muri che si vogliono erigere imprigionano innanzitutto noi”.


Fiorenza e Gallo: al via a Ravenna la nostra prima convivenza

Che carattere avrà? Andremo d’accordo? Come sarà avere di nuovo una persona in casa dopo tutti questi anni?” Sono queste alcune delle domande che si è posta Fiorenza, 68enne, farmacista ravennate, quando ha deciso di ospitare a casa un rifugiato. “Ho visto l’annuncio sui social – racconta la donna – e ho pensato che facesse al caso mio. Sentivo il bisogno di aiutare questi ragazzi”. Ed è così che Fiorenza si iscrive sulla piattaforma di Refugees Welcome Italia, “Quando decido di fare una cosa, la faccio e, poi magari, dopo mi vengono le paure. La titubanza più grande riguardava avere nuovamente qualcuno in casa. Mia figlia Francesca di 39 anni, vive a Ferrara ormai da una ventina d’anni e io nel frattempo mi ero disabituata a convivere, persino a cucinare per qualcun altro”.
Intanto la loro convivenza, la prima nel ravennate, va avanti da un mese. “Gallo non ha molto l’idea del pranzo. Mi ha detto che prima faceva un solo pasto al giorno. Ora torna a casa quasi sempre per mangiare e se non torna, avverte sempre. A tavola con lui scopro l’amore che prova per il Senegal, il suo paese. Mi parla di ricette e di abitudini. Guardando la Tv mi accorgo che ogni tanto si incupisce un po’ quando vede fatti di cronaca legati all’immigrazione, ma io non gli chiedo nulla. È un ragazzo timido e riservato”.
Ancora cinque i mesi, come da contratto, durerà l’accoglienza di Gallo in famiglia. “Del suo arrivo ho avvertito i vicini. Viviamo in una zona residenziale appena fuori dal centro e non volevo che la gente si chiedesse chi fosse questo ragazzo. Qualcuno ha commentato che sono matta. Io, invece, ne sono contenta. Ci confrontiamo molto. Lui mi racconta come vede il mondo. L’altro giorno ero arrabbiata per la politica italiana e mi ha detto: ‘Non ti preoccupare. Salvini può fare quello che vuole. Tanto è Dio a decidere se muori in acqua o se arrivi in Italia!’ Io, che sono sempre stata atea, sono rimasta spiazzata. Spero solo di poterlo aiutare a trovare un lavoro e una casa tutta sua”. E Gallo è proprio a Ravenna che vuole vivere, tornando in Senegal, solo in vacanza. Anche se l’Italia non era nei suoi programmi quella mattina del 2015 quando partì per il Mali. “Cosa vuoi che ti dica? Ho visto un autobus in partenza e l’ho preso, senza sapere dove stesse andando. Dopo un paio di anni in Mali, mi sono spostato in Niger e poi in Libia, dove, come tutti ho vissuto una brutta esperienza. Infine, pagando, sono riuscito a salire su un barcone. Appena messo piede in Italia mi sono sentito al sicuro”.

Dall’isola, Gallo viene trasferito a Bologna, e, appena maggiorenne, entra nello Sprar di Ravenna, dove comincia lo studio della lingua italiana, che parla molto bene, e il tirocinio come operatore del legno. Uscito dal progetto Sprar sopravvive facendo qualche lavoretto come lavapiatti, tuttofare e raccogliendo frutta nei campi. Poi, grazie allo Sportello Immigrati della città, scopre Refugees e incontra Fiorenza. “Appena l’ho conosciuta, ho pensato che sarebbe andata bene. Era troppo simpatica. Io le sono molto grato. Quando ho raccontato della convivenza ai miei genitori in Senegal, mi hanno detto di avere coraggio e di andare avanti. Per me Fiorenza è come un’altra mamma”.

 

B. Gnisci

 


La "straordinaria" normalità dell'accoglienza.

"Ospitare Hagerie vuol dire aiutarla a costruirsi una nuova vita in Italia, ma ci permette anche di mostrare ai nostri figli cosa sia, concretamente, la solidarietà". Carlotta e Thomas, una giovane coppia con tre bambini di undici, otto e due anni, da giugno condividono la casa con Hagerie, una ragazza eritrea, e con suo figlio di due anni, nell'ambito del progetto “Welcome home” di Refugees Welcome, in collaborazione con il Consiglio italiano per i rifugiati. "Come sta andando la convivenza? Dovremmo chiederlo ai nostri vicini, visto che abbiamo in casa due bambini piccoli che un momento giocano insieme e un altro litigano e urlano", scherzano Thomas e Carlotta. "Ma, al di là delle battute, possiamo dire che sta andando bene. Certo, vivere con altre persone non è sempre semplice, soprattutto quando si hanno dei figli piccoli. Ma con loro abbiamo discusso a lungo prima di iniziare la convivenza, volevamo che capissero il valore di quello che stavamo facendo e perché lo stavamo facendo. E ci hanno appoggiato: i due più grandi hanno anche accettato di tornare a condividere la stanza, per lasciare una camera ad Hagerie". La ragazza sta frequentando un corso di pasticceria: "Ho lavorato per tre anni come pasticcera prima di venire in Italia" racconta.

Fabiola da nove mesi ospita, nella casa in cui vive da sola, Farah, un ragazzo di 20 anni nato a Mogadiscio e arrivato in Italia via mare, passando dalla Libia. "Vivo con Farah dallo scorso ottobre: trascorso il primo periodo di sei mesi ho deciso di prolungare la convivenza per non lasciarlo solo. Nella sua vita ha sofferto molto e ora si sta dando da fare per trovare un lavoro ed essere, finalmente, libero.  Mi ha raccontato delle difficoltà del suo viaggio, di quando si è trovato a dormire in una stanza con altre cento persone ammassate. È entrato nel nostro Paese come minore non accompagnato, mi ha detto di aver dormito anche all'aperto, da solo. Ora sto cercando di aiutarlo a trovare la sua strada e a essere indipendente. Penso sia questo il senso del progetto di Refugees Welcome: non assistenzialismo fine a se stesso, ma una spinta verso l'autonomia e l'integrazione in un Paese straniero". La decisione di ospitare un ragazzo di 20 anni, per una donna sola, non è stata semplice: "In molti mi dicevano che stavo sbagliando – spiega – e io stessa avevo dei dubbi. Poi ho conosciuto Farah e mi è sembrato tutto tranne che una persona di cui aver paura. Così ho deciso di iniziare quest'avventura. E non me ne pento».

"Per noi è stato come aver accolto un parente o un amico in difficoltà, non c'è nulla di straordinario. Purtroppo in questo periodo storico anche un normale gesto di umanità diventa eccezionale". Guido parla così della sua vita con Layla, una ragazza irachena che da quattro mesi vive con lui, con la moglie Giovanna e con la loro figlia più piccola, che ha 24 anni. La stessa età della giovane donna ospitata. Una convivenza attivata nell'ambito del progetto Welcome Home di Refugees Welcome, in collaborazione con il Consiglio italiano per i rifugiati. "Non si può restare indifferenti di fronte alla sofferenza di tante persone. Abbiamo sentito il dovere di fare qualcosa. Chiunque abbia la possibilità di aiutare dovrebbe farlo, basta avere una stanza libera in casa. Speriamo che più persone possibili possano mobilitarsi". Layla nel frattempo si sta dando da fare: ha vinto una borsa di studio e sta proseguendo l'università. "Vivere con lei ha aiutato anche noi a crescere – conclude – e a conoscere più da vicino situazioni di sofferenza e disumanità che spesso ci sembrano lontanissime ma che invece riguardano tutti noi. Nessuno escluso".


La nuova casa di Foday

Daniela e Giorgio sono passati dalle parole ai fatti, scegliendo un modo concreto per essere di aiuto.
Così hanno deciso di aprire le porte della loro casa, piena di cose fatte con le loro mani. Giorgio è un artista, trasforma gli oggetti di uso quotidiano in bellissime sculture e quadri, Daniela invece è appassionata di botanica e ha creato un orto ricchissimo a casa sua.Hanno due figlie, anche loro artiste e artigiane ormai fuori casa, un nipotino molto intelligente e scaltro di due anni e un altro in arrivo.

Giorgio e Daniela hanno accolto Foday, 20 anni, del Gambia. Ha ottenuto la protezione umanitaria, lavora in una pizzeria di Genova e grazie a questo potrà tranquillamente convertire il suo permesso. Foday è un ragazzo ricco di curiosità e di desideri, sogna di diventare un mediatore culturale e di prendere la patente. Appena ha visto la sua stanza ha esclamato: "sembra un villaggio" nel senso che c'era tutto quello di cui ha bisogno.
Foday era in uscita dal sistema Sprar e non aveva un posto dove andare. Era iscritto da tempo a Refugees Welcome ma è rimasto sorpreso quando gli è stato comunicato che, nel momento in cui fosse uscito, ci sarebbe stata una famiglia pronta a conoscerlo, accoglierlo nella propria casa e a sostenerlo verso la piena indipendenza.


Young Together: quando giovani europei e rifugiati dividono casa.

Le risate insieme, le discussioni, le serate passate a raccontarsi tutto. Vivere in una casa in condivisione per molti giovani è un'esperienza importante, da cui nascono spesso amicizie che durano ben oltre la scadenza del contratto di affitto. E se il coinquilino è un ragazzo rifugiato, arrivato in Italia con il suo pesante bagaglio di sofferenze, ma con lo stesso mix di paura, curiosità ed entusiasmo per il futuro, le possibilità di crescere e migliorarsi reciprocamente, sono ancora di più. Ed è ai giovani che si rivolge Young Together il progetto lanciato dal Cir (Consiglio italiano per i rifiugiati) e da Refugees Welcome con l'obiettivo di promuovere il co-housing tra ragazzi europei sotto i 35 anni e giovani rifugiati, nelle città di Roma, Verona, Lecce, Milano, Torino, Genova e Catania.

Nella Capitale partiranno in questi giorni le prime convivenze. Giulia, 27 anni, vive con il compagno, Tommaso, 28, in una casa a Monteverde. Dove, dalla prossima settimana, andrà a vivere anche Amira, una ragazza somala di 22 anni, arrivata in Italia tre anni fa. "Con Amira è stato un colpo di fulmine: ci siamo trovati in sintonia fin dal primo incontro. Siamo rimasti colpiti dalla sua voglia di fare: la mattina fa servizio civile, il pomeriggio studia per la licenza media. Sappiamo che ci potrebbero essere dei momenti di difficoltà, ma non ci spaventano.La voce energica e piena di entusiasmo di chi non vede l'ora di iniziare una nuova avventura. "Se non lo facciamo noi a 27 anni chi dovrebbe farlo? Tutti dicono che noi giovani siamo il futuro, allora cerchiamo di esserlo davvero. Faremo il possibile per mettere Amira a suo agio. Vogliamo che si senta parte della nostra famiglia, perché, in un certo senso lo è già: abbiamo amici e parenti che non vedono l'ora di conoscerla. Speriamo che ci aiuti a crescere e ad imparare tanto, perché è questo il senso del progetto".

Annika è una ragazza tedesca di 27 anni, che si è trasferita a Roma per lavoro. Vive al Pigneto e, a fine mese, inizierà la convivenza con Sahel, ventunenne arrivato dalla Somalia. "In Germania la convivenza tra giovani e ragazzi rifugiati è una realtà consolidata, in Italia, invece, si conosce ancora poco. Il progetto "Young Together", in questo senso, è una novità. Sono molto felice di poter partecipare. Il primo incontro con Sahal è stato molto informale e tranquillo: ho studiato e lavorato in diverse città europee, vivendo sempre in case in condivisione e non mi è mai importato del colore della pelle dei miei coinquilini. Per questo mi è sembrato di trovarmi in uno dei normali incontri che si fanno quando in un appartamento c'è una stanza libera e si deve trovare una persona a cui affittarla. Mi è già capitato di ospitare un rifugiato con Refugees Welcome ed è stata un'esperienza molto formativa: ho visto da vicino le difficoltà che vive ogni giorno chi è costretto a lasciare il proprio Paese per cercare fortuna altrove, gli sguardi diffidenti delle persone, la fatica di trovare un lavoro. È giusto che chi ne ha la possibilità faccia la sua parte per aiutare queste persone".

 

 


Ogni donna al sicuro è una luce sul mondo

"Mi chiamo Chiara e, negli anni, ho imparato che se vuoi cambiare un contesto non basta combatterlo. Devi essere capace di pensare una visione alternativa, migliore di quella che combatti e poi farla accadere nella vita reale. “Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo” diceva Gandhi.

Per questo, quando ho letto dell’iniziativa di accoglienza "in famiglia" di Refugees Welcome Italia, ho deciso di partecipare, mettendo a disposizione la mia stanza degli ospiti. Allora, la mia esigenza era quella di praticare una forma di resistenza, un antidoto al clima di intolleranza ed odio che intossica l’aria che respiro.

Così ho conosciuto Saba. Una mia coetanea etiope con cui ho costruito una relazione di convivenza, amicizia e solidarietà che dura da qualche mese. Se state leggendo della mia esperienza perché vi aspettate una storia incredibile, resterete delusi. Siamo una normalissima coppia di coinquiline. Ci svegliamo presto la mattina e usiamo due caffettiere diverse perché il mio caffè, secondo lei, è “forte da infarto”. Ci disperiamo allo specchio mentre ci sistemiamo i capelli lamentandoci una volta del mio riccio moscio e quella successiva del suo, ispido. Dividiamo le incombenze casalinghe e ci raccontiamo le storie della nostra vita e quando ci succede qualcosa di spiacevole a volte sappiamo consolarci e a volte no. Ultimamente la nostra comune missione è la lotta ai dolori alla cervicale e il nostro campo di battaglia i due tappetini da yoga che teniamo in salotto. Forse di davvero incredibile c’è la bontà del suo zighinì e lo spasso alle feste della comunità etiope a Roma a cui posso finalmente imbucarmi perché ho “un aggancio”.

Di speciale, invece, c’è che ci preoccupiamo l’una per l’altra e ci teniamo al sicuro. E di questo sono felice perché ogni donna al sicuro è una luce sul mondo. Una luce che, ultimamente, troppe persone provano ad oscurare.  A casa nostra però, non ci sono ancora riusciti".

Chiara

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Accolgo perché: il racconto di Laura

"Che senso ha per te ospitare Alieu?”. È la domanda che mi hanno rivolto gli attivisti di Refugees Welcome per provare  a ragionare sul punto di partenza, sulle motivazioni che spingono ad aprire una porta ed ad accogliere. L’idea di ospitare mi è stata proposta da Agnese, mia figlia.  Agnese sapeva bene che l’equilibrio in cui stavamo vivendo io e suo fratello (mio figlio Riccardo) era estremamente precario. Chiarisco: io vivevo e vivo tuttora con Riccardo, di 22 anni, affetto da una disabilità di tipo cognitivo e da epilessia farmaco resistente. Lo scorso maggio, quando abbiamo contattato Refugees Welcome, per noi si delineavano già scenari che avrebbero modificato per sempre i nostri equilibri e le nostre vite: un evento molto doloroso, una malattia e la successiva perdita di un affetto importante … il padre dei miei figli. Si rendeva necessario ampliare, aprire, ridefinire un’idea di famiglia (la nostra era già insolita, del tipo “allargato”), riempire spazi e inventarne nuovi. Posso affermare che per questa accoglienza sono partita da me, da noi, dai nostri bisogni. Mentre riflettevo su questo, si faceva strada di pari passo la consapevolezza che l’atto privato di accogliere fosse anche una scelta politica. Può essere un modo di rispondere alla vergognosa partita giocata sulla pelle di persone inconsapevoli che attraversano mondi atroci per affrancarsi da una vita di miseria, di guerra, di persecuzione. Aprire la porta è uno dei modi per schierarsi, per ribadire con chiarezza da che parte si sta. È uno dei modi per dire basta alla costruzione della paura e dell’odio per l’altro, l’altro che porta via, che ruba, che delinque, che vive nella pacchia. Un linguaggio insopportabile con cui vengono definite persone che che vivono un momento di difficoltà. Se si chiudono i porti, io apro la porta. In questo doppio binario di mutuo soccorso e di scelta politica è arrivato Alieu, cittadino gambiano di 20 anni. Da tre anni risiede in Italia e ha terminato il progetto SPRAR.  Ho nella memoria il nostro primo incontro in una Genova fredda, pre-natalizia: i suoi occhi belli dallo sguardo intenso diritto al mio cuore. Alieu è arrivato da noi con la sua valigia il 21 Dicembre.
Giorno dopo giorno impariamo a conoscerci, a convivere, ci aiutiamo e … ridiamo tantissimo.
Alieu costruisce il suo futuro: lavora e studia (con grande sacrificio per un giovane di 20 anni) e nella convivenza acquisisce competenze nuove. Noi, d’altro canto, proseguiamo la nostra vita fatta di impegni quotidiani, di affetti, di amicizie, con la piacevole consapevolezza che nella nostra casa c’è un membro in più, un affetto in più, un valore in più.

Laura


Una nuova convivenza a Firenze

Daniele e Giosuè, sei e tre anni, da qualche settimana hanno un nuovo amico con cui giocare. Si chiama Sanna, viene dal Gambia e, a causa del decreto sicurezza, rischiava di non avere più un posto dove dormire. Costretto ad abbandonare il Centro di accoglienza straordinaria dove aveva trascorso gli ultimi due anni e non potendo accedere allo Sprar, il ragazzo è stato accolto da Michela, Andrea e i loro due figli.

“Sono stato salvato per la seconda volta. La prima è quando sono arrivato sano e salvo a Lampedusa. La seconda è ora: grazie all’aiuto di tante persone, sono riuscito a trovare una nuova famiglia, ad avere una nuova quotidianità. La parte più bella della giornata è quando sento aprire la porta e vengo travolto dall’entusiasmo di Daniele e Giosuè che mi chiedono di giocare a nascondino. Per me è come tornare indietro nel tempo, a quando io e i miei fratelli ci rincorrevamo per casa o inventavamo mondi fantastici da esplorare”.

Michela e Andrea, appena saputo che Sanna non aveva un posto dove andare, non ci hanno pensato due volte a mettere a disposizione il loro appartamento. Sanna, che in Africa aveva imparato a cucire, ha vinto le selezioni per il corso di formazione “Voglio fare il sarto”, in cui vengono coinvolti i richiedenti asilo. L’aver trovato una famiglia disposta ad ospitarlo permetterà al ragazzo di proseguire il suo percorso verso la piena autonomia.