Una casa dove stare al sicuro.

“Dove sta Mamadou?” chiede dal balcone la piccola vicina di casa di Margherita e Michele, dopo che hanno deciso di aderire al progetto Refugees Welcome Italia e di ospitare un rifugiato. “Mamadou è arrivato da noi proprio nel momento in cui le restrizioni sono diventate più limitanti con il Decreto nazionale del 9 marzo – spiega Margherita – ed è cominciata una convivenza molto più intensa di quella che avevamo immaginato”.

Ma neanche ora Margherita ha dubbi nel voler accogliere Mamadou e si muove con la stessa determinazione con la quale ha preso la decisione qualche mese fa. “Quando ho letto un articolo che parlava di una convivenza a Ravenna –  spiega Margherita – mi sono subito iscritta a Refugees Welcome Italia. Quando sono tornata a casa, ho condiviso l’intenzione con Michele, il mio compagno, e con nostro figlio Francesco. Entrambi ne sono rimasti entusiasti. Credo che sia un passaggio fondamentale far conoscere queste iniziative mediante i giornali, ma conta molto anche il passaparola. Dopo qualche giorno dall’arrivo di Mamadou, un mio amico di Brindisi al quale avevo raccontato dell’esperienza intrapresa, mi ha riferito di essersi iscritto anche lui alla piattaforma. Sono convinta che ‘pubblicizzare’ queste accoglienze non serva a far cambiare idea a chi la pensa in maniera differente, ma può far riflettere tutte quelle persone che nutrono valori solidali e altruistici”.

Mamadou Sow, 21enne, proveniente dalla Guinea Konakry, in Italia dal 2017, è stato precedentemente accolto in un Cas (centro di accoglienza straordinaria) del territorio, dove ha avuto la possibilità di imparare la lingua italiana, di lavorare come aiuto cuoco, seguire un corso come costruttore di carpenteria metallica, operatore del verde e di prendere la patente per il muletto. “Sono molto contento di essere a casa con loro e sono anche preoccupato per il Coronavirus, perché la malattia non guarda in faccia a nessuno. Ma stare qui e condividere il mio tempo con loro mi rasserena, mi fa sentire al sicuro. E poi adoro giocare con Francesco”, spiega Mamadou. “Quando potremo tornare a uscire però non avremo così tanto tempo per giocare, perché io ho tanti impegni con il basket, la scuola, la musica. Un po’ mi dispiace, ma spero comunque di poter tornare a fare le altre cose”, aggiunge Francesco.

Si tengono compagnia h24 in casa. “Ogni tanto gli ricordiamo – continua Margherita – che questa non è la normalità. E sebbene ci sia più tempo per conoscerci, si tratta di un tempo fittizio. Le persone le conosci guardandole vivere,  osservando come si comportano con gli altri e in generale come si approcciano alla realtà circostante. Questo è un tempo sospeso, ma nonostante tutto, va molto bene e le piccole perplessità iniziali su come sarebbe stato si stanno dissolvendo con la convivenza stessa. Anche quelle paure legate al contagio del virus si sono interrotte nel momento in cui Mamadou ha smesso di lavorare”.

Si cucina, si guardano film e si usano le tecnologie come in qualsiasi altra casa ai tempi del Covid-19.

“Quelle che emergono sono anche le differenze – racconta Michele – Mamadou ha un approccio alla vita alternativo al nostro. Sin dal modo di raccontare la sua storia emergono priorità e punti di vista differenti. Emana una calma, uno stare nel presente, forse per fatalismo o per le esperienze che ha vissuto, che restituiscono al tempo un altro significato”.

Curiosità, libertà e autonomia sono le parole d’ordine di questa accoglienza. “Sin da quando è entrato – continua Michele –  abbiamo cominciato a mandare domande di lavoro per la stagione che verrà, con la speranza che l’emergenza Coronavirus passi presto e che si possa tornare alla normalità.  Noi non pensiamo alla scadenza della nostra convivenza, ma ci auguriamo che possa finire quanto prima perché ciò vorrebbe dire che il progetto ha funzionato, che Mohamadou ha raggiunto la sua indipendenza”.

E questo è l’intento del giovane. “Mi va bene qualsiasi lavoro – specifica Mamadou – ma punterò soprattutto al settore metalmeccanico, perché è un lavoro specializzato e potrà darmi più garanzie”.

E rispetto all’accoglienza al di fuori della porta di casa. “Quando Mamadou è arrivato, lo abbiamo presentato ai vicini dalla finestra e le reazioni sono state tutte positive, conclude Margherita. Certo, so già che saremo anche criticati, ma quelle critiche che arriveranno, ci renderanno ancora più certi della nostra decisione. Penso che il bene non abbia un colore e nemmeno una nazionalità. Spesso ci si rivolge a una determinata situazione spinti dalla propria storia e cultura di appartenenza. A chi dirà: ‘Ma con tutti gli italiani che hanno bisogno, proprio uno straniero?’ risponderò: “E chi lo dice che questa è l’unica forma di solidarietà che noi mettiamo in atto? Come diceva mia nonna: ‘Dove si mangia in tre, si mangia anche in quattro’.

Sono tanti i ragazzi, come Mamadou, che hanno bisogno di una casa dove stare al sicuro. Se hai una camera in più nella tua abitazione e desideri aiutare un rifugiato o una rifugiata a trovare un posto dove stare, clicca a questo link.

 

 

Una famiglia arcobaleno per Samuel.

“Samuel ha 20 anni, viene dalla Nigeria ed è un ragazzo meraviglioso!. Questa è la prima frase che Alberto ci dice per telefono quando gli viene chiesto di descrivere il suo ospite.

Alberto e suo marito Luca incontrano Samuel per la prima volta a marzo del 2019, conoscono già da anni l’associazione Refugees Welcome Italia ma abitando in un monolocale e non avendo a disposizione una camera in più hanno dovuto per un po’ lasciare nel cassetto il desiderio comune di accogliere un ragazzo rifugiato. Finalmente ad inizio 2019 acquistano una casa, un po’ più grande della precedente, e capiscono che quello era il momento giusto per proporsi come famiglia ospitante. La mancata esperienza di una genitorialità, il desiderio di un impegno concreto in linea con le scelte fatte nella loro vita personale, contro il pregiudizio e i luoghi comuni, li muovono ad aprire la loro vita e la loro casa a Samuel. Certo le paure prima di iniziare il percorso sono state tante, per esempio dice Alberto “avevamo paura di non trovare qualcuno che accettasse in pieno la nostra omosessualità, avevamo inoltre sentito alcune leggende metropolitane sui nigeriani che ci hanno messo un po’ di paura ma eravamo davvero determinati a superare questo timore e a non lasciarci condizionare”. Paure che sono comunque subito scomparse non appena hanno visto Samuel che gli ha subito confidato di essersi iscritto al sito perché cercava il calore di una famiglia. Samuel ha perso la sua in Nigeria e la scelta di entrare nel progetto non è stata dettata dal mero bisogno economico ma dal desiderio di integrarsi, di stringere legami affettivi.

“Le prime settimane di convivenza sono state delle settimane strane” confida Luca, “ci sentivamo impacciati, avevamo paura di sbagliare, cercavamo di essere prudenti, ci chiedevamo continuamente quale fosse il modo più giusto di relazionarci con lui. Non avendo figli temevamo di essere troppo apprensivi. Ma allo stesso tempo volevamo offrirgli il nostro affetto. E poi c’era la vita in tre. Non eravamo abituati a condividere i nostri spazi con nessuno. Poi, gradualmente, ci siamo sciolti e rasserenati, il dialogo ha iniziato ad aprirsi, tutto è diventato più semplice e più spontaneo”.

Luca ricorda un giorno in cui, dovendo cambiare una lampadina, sale su una sedia e Samuel gli si avvicina tenendolo per le gambe per assicurarsi che non cadesse. “In quel momento ho capito quanto ci tenesse a me” racconta.

Samuel già al momento dell’inizio della convivenza lavorava come magazziniere, “eravamo così felici e fieri del suo impegno nel lavoro, però cerchiamo anche di supportare la sua voglia di continuare gli studi” racconta Alberto.

Alberto e Luca riconoscono in lui una cultura ampia, una mentalità aperta e un atteggiamento protettivo nei loro confronti rispetto a chi può all’esterno avere pregiudizi sulla loro unione. “Samuel legge, si confronta con noi, e la sera, quando torna dopo una giornata di lavoro, trova anche il tempo per studiare l’italiano”.

La loro routine quotidiana è simile a quella di tante altre famiglie, durante il giorno lavorano ed è la sera che si ritrovano tutti e tre a cena e a guardare poi un film insieme o a studiare l’italiano. La domenica sono tutti a casa, Luca ci confida che, “da quando c’è lui, abbiamo ripreso a frequentare la Chiesa Valdese visto che lui ce lo chiede spesso. E poi a pranzo da una delle nonne, le nostre madri, la sua rassicurante famiglia allargata”.

In queste settimane di emergenza sanitaria, la loro quotidianità non è cambiata molto, perché Samuel sta continuando a lavorare. Però adesso da contratto gli spetta un giorno libero che utilizzano per prepararsi al meglio all’inizio della scuola a settembre, “abbiamo effettuato l’iscrizione ad un istituto professionale prima dell’arrivo di questo virus e stiamo cogliendo l’occasione per rafforzare la lingua e le altre materie” racconta Alberto.  Se la loro quotidianità resta immutata nonostante la “chiusura forzata” cambiano però i loro progetti di viaggi estivi. Pensavano infatti di andare a visitare l’isola di Vulcano a giugno ospiti di alcuni amici e dopo a Roma. Ma per il momento possono solo dire che è tutto rinviato.

L’impegno di Moussa.

Moussa ha 30 anni e viene dalla Costa d’Avorio. Come molti, prima di arrivare in Italia, ha affrontato un viaggio lungo e pericoloso che lo ha portato ad attraversare diversi paesi e anche il deserto. Poi c’è stato l’inferno libico, da cui è riuscito a scappare nell’unico modo possibile, salendo su un barcone a attraversando il Mediterraneo.

Moussa è così arrivato in Sicilia e poi nel milanese. Dopo aver ottenuto lo status di rifugiato, è entrato nel nostro progetto di accoglienza in famiglia. Ha vissuto per sei mesi con Daniele e Valentina, una coppia di Milano. Una esperienza molto positiva che ha anche ispirato la graphic novel Emigrania, scritta da Daniele stesso e illustrata da Alessandro Cripsta, che racconta il viaggio di Moussa dal suo paese all’Italia.

Moussa oggi vive da solo e, prima dell’inizio dell’emergenza sanitaria, lavorava in un ristorante come cuoco. Come tutti ora è in quarantena e non sta lavorando perché il ristorante è chiuso. Ha deciso di utilizzare il tempo a disposizione per dare una mano al suo Comune di residenza, Novate Milanese, che organizza consegne a domicilio per le persone più in difficoltà. Indossati mascherina e guanti, si è messo subito a disposizione!

“È un modo per sostenere il Paese che mi ha accolto, la piccola città in cui vivo e che considero casa. Fratellanza, comprensione, solidarietà. Aiutandoci a vicenda ce la faremo”.

 

Emergenza sanitaria: proteggere chi una casa non ce l’ha

La situazione a Roma continua ad essere di assoluta emergenza per quanti si trovano senza dimora. Si tratta di circa 8 mila persone.
Per questa ragione, assieme ad altre organizzazioni attive sul territorio di Roma, torniamo a scrivere alle autorità capitoline per richiedere interventi che tempestivamente possano dare risposte a bisogni sempre più urgenti. L’appello si rivolge nuovamente alla Sindaca di Roma Virginia Raggi, alla Prefetta Gerarda Pantalone, all’Assessora alla Persona, alla Scuola e Comunità solidale Veronica Mammì, al Dipartimento della Protezione
civile di Roma Capitale. Si tratta di un documento programmatico che non solo evidenzia le criticità riscontrante sul territorio capitolino, ma che propone iniziative percorribili e sostenibili a tutela sia dei professionisti che dei volontari che offrono servizio in favore di queste persone.
Crediamo sia necessario organizzare un incontro con le diverse istituzioni competenti (Comune di Roma Capitale, Dipartimento per le Politiche Sociali, Municipi, Prefettura, Aziende Sanitarie Locali – ASL) non solo per garantire scambio di informazioni, ma soprattutto per programmare azioni comuni di tutela per queste categorie vulnerabili, anche grazie all’istituzione di una cabina di regia.

Il documento con tutte le proposte è consultabile qui

 

Le mascherine di Mustapha.

Ci sono dei rumori familiari e inconfondibili, che riportano indietro nel tempo. Come quelli delle vecchie macchina a cucire a pedali che appartenevano ai nostri nonni.

È questo tipo di macchina, figlia di un’altra epoca, che Mustapha ha comprato da un anziano signore di Napoli. È stata una delle prime cose che ha acquistato da quando vive in Italia: non un cimelio o un modello da collezione, ma uno strumento di lavoro. Perché Mustapha fa il sarto e quella macchina gli serve per cucire. Ne aveva una simile quando viveva ancora in Benin, il suo paese di origine, da cui è stato costretto a scappare nel 2017. Lì la usava per cucire abiti femminili destinati alle donne del posto. Qui invece la usa, in questi giorni, per creare delle mascherine che possano proteggere le persone a cui vuole dall’epidemia di COVID-19. L’emergenza sanitaria lo costringe a casa come tutti, sospende la sua quotidianità e la ricerca di un lavoro, spingendolo a inventare nuovi modi per riempire il vuoto delle giornate tutte uguali. E perché no, per rendersi utile. 

Mustapha vive a Poggio Reale, nella casa di famiglia che Rosaria e Nunzia, due sorelle napoletane, gli hanno messo a disposizione dopo la morte della loro madre. Desideravano ripopolare quello spazio di nuove voci e nuovi volti, tenerlo vivo per mantenere la memoria: si sono così rivolte a Refugees Welcome Italia per ospitare un rifugiato e, qualche giorno prima di Natale, hanno conosciuto Mustapha. Nunzia vive in un’altra abitazione a pochi metri di distanza; Rosaria, che fa l’infermiera, ha un appartamento al piano di sotto, ma di fatto, quando non lavora, divide la casa di famiglia con Mustapha.

“A fine febbraio anche qui a Napoli le mascherine sono diventate introvabili, così, su suggerimento di Nunzia e Rosaria, ho pensato di poter dare una mano, cucendole io stesso. Ho usato delle stoffe africane, a fantasie e molto colorate. Non sono le classiche mascherine, ma proteggono lo stesso. In questo momento non posso fare molto, se non restare a casa e usare la mia macchina da cucire per aiutare le persone che conosco. Ho prodotto una cinquantina di mascherine per  Rosaria, Nunzia, i loro familiari, i colleghi di lavoro e gli amici. È il mio modo di contribuire, di mostrare la mia vicinanza al Paese che mi ha accolto”.

 

A proposito della vita ai tempi della quarantena, Mustafa aggiunge: “Non mi pesa tanto stare a casa, soprattutto se c’è di mezzo una cosa importante come la salute. Nunzia e Rosaria mi aiutano a migliorare l’italiano, leggiamo e facciamo insieme gli esercizi. Mi spiace solo non aver potuto iniziare un corso di sartoria a cui mi ero iscritto e non poter cercare lavoro. Ho bisogno, come tutti, di lavorare. Ho sempre desiderato fare il sarto: per me è anche un modo per creare una continuità fra il prima, la mia vita in Africa, e il dopo, il mio arrivo in Italia. In pochi anni tutto è cambiato attorno a me, ma rimane il mio amore per il cucito. Un punto fermo”.

Una passione che lo porta a vivere quasi in simbiosi con la sua macchina a pedali Singer, fedele compagna di questi giorni sospesi. “Vorrei modificarla, inserendo un motore, per poterla utilizzare come se fosse elettrica. Il pedale è faticoso, rallenta. Appena finirà la quarantena andrò a comprarne uno”. Di quello che è diventato ormai il suo paese adottivo dice: “Non avevo in programma di venire in Europa. Non pensavo che un giorno sarei diventato un rifugiato, ma è andata così e non si può cambiare quello che non puoi controllare. Anche se non l’ho scelta, amo l’Italia, amo Napoli. Non è stato amore a prima vista, ma un sentimento che è cresciuto col tempo, imparando a conoscere ogni giorno qualcosa di più”.

Della sua vita passata, invece, Mustapha non vuole parlare. Non ha condiviso dettagli nemmeno con Nunzia e Rosaria. “Credo non sia ancora pronto a farlo e noi rispettiamo questa sua scelta. Quando e se avrà voglia di aprirsi, noi siamo qui”, commentano le due sorelle. “Il nostro rapporto con Mustapha è iniziato in punta di piedi, con discrezione e qualche imbarazzo. Per un po’ di tempo ci siamo “studiati”, ma poi la relazione, grazie alla condivisione della quotidianità, è cresciuta. All’inizio credo che lui avesse dei timori, del tutto comprensibili, rispetto a questa esperienza. Ma ora ha trovato la sua dimensione” racconta Nunzia. Della sintonia che si respira in casa, anche in questi giorni di quarantena, parla anche Rosaria: “Io sto continuando ad andare a lavorare fuori casa, perché faccio l’infermiera. Quando torno, spesso Mustapha mi fa trovare il pranzo o la cena pronti, a seconda dell’orario. Approfittiamo di queste giornate di reclusione per cucinare – l’altro giorno abbiamo fatto la pizza – per fare ginnastica e migliorare il suo italiano. Lo aiuto a fare gli esercizi e mi fa piacere vedere che migliora. Non sbaglia più nessun congiuntivo, quasi meglio di un italiano!”.

 

Una nuova casa per Moussa.

Nuova convivenza a Palermo nell’ambito del progetto “Dalle esperienze al modello: l’accoglienza in famiglia come percorso di integrazione”, che ci vede collaborare con il comune per rafforzare la nostra esperienza di accoglienza in città.

Moussa ha 18 anni, viene dalla Guinea Conakri ed è arrivato in Italia da solo, ancora minorenne.

Oltre l’80% dei minorenni non accompagnati che arrivano in Italia ha un’età compresa fra i 16 e i 17 anni. Si tratta, quindi, di adolescenti che, anche dopo il raggiungimento della maggiore età, continuano ad aver bisogno di essere sostenuti nel loro cammino, perché spesso faticano a realizzare il loro potenziale e a mettere in pratica le loro capacità.

Come molti dei ragazzi nella sua situazione, una volta raggiunta la maggiore età ed uscito dal circuito dell’accoglienza, non aveva un posto dove andare. Maurizio e Luciana, con loro figlia Martina, hanno deciso di aprirgli le porte di casa.

Due giorni fa, hanno firmato il patto che ufficializza l’inizio del loro percorso insieme! Un’esperienza che li porterà a conoscersi e a condividere momenti di vita nel corso dei prossimi mesi.

 

Fiorenza e Gallo: al via a Ravenna la nostra prima convivenza

Che carattere avrà? Andremo d’accordo? Come sarà avere di nuovo una persona in casa dopo tutti questi anni?” Sono queste alcune delle domande che si è posta Fiorenza, 68enne, farmacista ravennate, quando ha deciso di ospitare a casa un rifugiato. “Ho visto l’annuncio sui social – racconta la donna – e ho pensato che facesse al caso mio. Sentivo il bisogno di aiutare questi ragazzi”. Ed è così che Fiorenza si iscrive sulla piattaforma di Refugees Welcome Italia, “Quando decido di fare una cosa, la faccio e, poi magari, dopo mi vengono le paure. La titubanza più grande riguardava avere nuovamente qualcuno in casa. Mia figlia Francesca di 39 anni, vive a Ferrara ormai da una ventina d’anni e io nel frattempo mi ero disabituata a convivere, persino a cucinare per qualcun altro”.
Intanto la loro convivenza, la prima nel ravennate, va avanti da un mese. “Gallo non ha molto l’idea del pranzo. Mi ha detto che prima faceva un solo pasto al giorno. Ora torna a casa quasi sempre per mangiare e se non torna, avverte sempre. A tavola con lui scopro l’amore che prova per il Senegal, il suo paese. Mi parla di ricette e di abitudini. Guardando la Tv mi accorgo che ogni tanto si incupisce un po’ quando vede fatti di cronaca legati all’immigrazione, ma io non gli chiedo nulla. È un ragazzo timido e riservato”.
Ancora cinque i mesi, come da contratto, durerà l’accoglienza di Gallo in famiglia. “Del suo arrivo ho avvertito i vicini. Viviamo in una zona residenziale appena fuori dal centro e non volevo che la gente si chiedesse chi fosse questo ragazzo. Qualcuno ha commentato che sono matta. Io, invece, ne sono contenta. Ci confrontiamo molto. Lui mi racconta come vede il mondo. L’altro giorno ero arrabbiata per la politica italiana e mi ha detto: ‘Non ti preoccupare. Salvini può fare quello che vuole. Tanto è Dio a decidere se muori in acqua o se arrivi in Italia!’ Io, che sono sempre stata atea, sono rimasta spiazzata. Spero solo di poterlo aiutare a trovare un lavoro e una casa tutta sua”. E Gallo è proprio a Ravenna che vuole vivere, tornando in Senegal, solo in vacanza. Anche se l’Italia non era nei suoi programmi quella mattina del 2015 quando partì per il Mali. “Cosa vuoi che ti dica? Ho visto un autobus in partenza e l’ho preso, senza sapere dove stesse andando. Dopo un paio di anni in Mali, mi sono spostato in Niger e poi in Libia, dove, come tutti ho vissuto una brutta esperienza. Infine, pagando, sono riuscito a salire su un barcone. Appena messo piede in Italia mi sono sentito al sicuro”.

Dall’isola, Gallo viene trasferito a Bologna, e, appena maggiorenne, entra nello Sprar di Ravenna, dove comincia lo studio della lingua italiana, che parla molto bene, e il tirocinio come operatore del legno. Uscito dal progetto Sprar sopravvive facendo qualche lavoretto come lavapiatti, tuttofare e raccogliendo frutta nei campi. Poi, grazie allo Sportello Immigrati della città, scopre Refugees e incontra Fiorenza. “Appena l’ho conosciuta, ho pensato che sarebbe andata bene. Era troppo simpatica. Io le sono molto grato. Quando ho raccontato della convivenza ai miei genitori in Senegal, mi hanno detto di avere coraggio e di andare avanti. Per me Fiorenza è come un’altra mamma”.

 

B. Gnisci

 

Palermo lancia bando per famiglie accoglienti

Sostieni l’inclusione sociale e il percorso verso l’autonomia di giovani migranti e rifugiati: apri le porte di casa!

Puoi fare un gesto concreto di solidarietà e accogliere un rifugiato a casa tua, nell’ambito del progetto “L’accoglienza in famiglia come percorso di integrazione”, realizzato da Refugees Welcome Italia in partnership con il Comune di Palermo.

L’iniziativa si rivolge a famiglie, coppie, singoli cittadini, gruppi di coinquilini che abbiano i seguenti requisiti:

  • avere una camera libera a casa; 
  • essere disponibili ad ospitare per almeno 6 mesi;
  • abitare a Palermo;
  • godere dei diritti civili e politici ed essere incensurati;
  • avere un’età superiore ai 23 anni

 

Il Comune selezionerà le famiglie con un colloquio motivazionale. L’avviso è aperto per tutto l’anno solare.

Per presentare la propria candidatura è necessario compilare i seguenti documenti  (allegato A, B, C e copia carta di identità) e consegnarli o inviarli al comune di Palermo, secondo le modalità descritte nel bando.

 

“L’accoglienza in famiglia come percorso di integrazione”: presentato a Bari il nostro progetto

Lo scorso venerdì, 27 settembre, è stato presentato ufficialmente il programma “Rifugiati in famiglia: l’accoglienza come percorso di integrazione” che ci vede sperimentare il nostro modello di accoglienza in famiglia in collaborazione con il comune di Bari, nell’ambito di un progetto di condivisione di buone pratiche finanziato dal Fondo Asilo Integrazione e Migrazione.

“Il Comune di Bari è da sempre impegnato a promuovere l’accoglienza diffusa. Questo progetto fa parte di questa visione. Il valore aggiunto è la mobilitazione dei cittadini che decidono di fare spazio, nelle loro case e nelle loro vite, ai rifugiati, per accompagnarli nel loro percorso di inclusione sociale. Il Comune sostiene l’iniziativa anche mettendo a disposizione uno sportello informativo che sarà aperto ogni giovedì dalle 15.30 alle 17.30 per chiunque voglia avere informazioni”, ha affermato Francesca Bottalico, Assessore al Welfare del capoluogo pugliese.

“L’esperienza di Refugees Welcome parte dall’intuizione che ci fosse nella società una risorsa inespressa: la cittadinanza che diventa protagonista dei processi di integrazione. E lo fa sia aprendo le porte di casa ad un rifugiato, sia donando il proprio tempo libero per facilitare l’incontro e la relazione fra chi desidera ospitare e chi ha bisogno di una casa. Questo progetto di condivisione di buone pratica è finalizzato a sperimentare in collaborazione con i comuni il nostro modello, per capire se e come può essere modificato e migliorato, ma anche a valutarne l’efficacia, grazie ad un modello di valutazione che sta elaborando l’Università di Tor Vergata”, ha proseguito Fabiana Musicco, direttrice di Refugees Welcome Italia.

All’incontro, tenutosi presso la sede del Comune di Bari, hanno partecipato anche due famiglie ospitanti. Ecco le parolee di.. “Sono quasi otto mesi che in famiglia ne stiamo discutendo. Siamo 5 persone.  Abbiamo tutti il desiderio di fare qualcosa che vada al di là delle parole, di dare un segnale e aprirci come famiglia. Sta montando una cultura dell’esclusione e desideriamo fare la nostra piccola parte. La preoccupazione è lecita, ma abbiamo messo in conto che ci potrebbero essere delle difficoltà. Per noi questa esperienza non è solo dare un tetto a chi non lo ha, ma aiutare qualcuno inserirsi nel tessuto sociale”.

“Alassane è arrivato a casa nella perplessità generale di parenti ed amici, che poco a poco, imparando a conoscerlo, hanno superato i loro pregiudizi. Non siamo una famiglia del “Mulino Bianco”, abbiamo i nostri problemi, ma desideravamo mettere in pratica una idea di solidarietà. Vorremmo aiutare Alassane a promuovere se stesso, a realizzarsi. Per questo, da insegnante, lo incoraggio sempre a leggere, ad approfondire. Ha tutte le carte in regola per arrivare dove vuole”, spiega Arcangela, che con suo marito e i figli ha accolto da qualche mese Alassane, 21 anni, del Niger. Il quale racconta: “All’inizio avevo timore di vivere con degli italiani, ma ora è passato. Grazie a questo progetto ho avuto la possibilità di incontrare questa meravigliosa famiglia. E’ una bellissima esperienza per me: sto facendo tante cose che avrei sempre voluto fare. Sto studiando, conoscendo nuovi amici. Ora ho delle persone che mi sostengono. Non pensavo che in Italia ci fosse gente così”.