Una famiglia arcobaleno per Samuel

Un lungo tratto di strada insieme

Un libro per lenire il dolore e per ricordare copia

Un libro per lenire il dolore e per ricordare

Una casa dove stare al sicuro.

“Dove sta Mamadou?” chiede dal balcone la piccola vicina di casa di Margherita e Michele, dopo che hanno deciso di aderire al progetto Refugees Welcome Italia e di ospitare un rifugiato. “Mamadou è arrivato da noi proprio nel momento in cui le restrizioni sono diventate più limitanti con il Decreto nazionale del 9 marzo – spiega Margherita – ed è cominciata una convivenza molto più intensa di quella che avevamo immaginato”.

Ma neanche ora Margherita ha dubbi nel voler accogliere Mamadou e si muove con la stessa determinazione con la quale ha preso la decisione qualche mese fa. “Quando ho letto un articolo che parlava di una convivenza a Ravenna –  spiega Margherita – mi sono subito iscritta a Refugees Welcome Italia. Quando sono tornata a casa, ho condiviso l’intenzione con Michele, il mio compagno, e con nostro figlio Francesco. Entrambi ne sono rimasti entusiasti. Credo che sia un passaggio fondamentale far conoscere queste iniziative mediante i giornali, ma conta molto anche il passaparola. Dopo qualche giorno dall’arrivo di Mamadou, un mio amico di Brindisi al quale avevo raccontato dell’esperienza intrapresa, mi ha riferito di essersi iscritto anche lui alla piattaforma. Sono convinta che ‘pubblicizzare’ queste accoglienze non serva a far cambiare idea a chi la pensa in maniera differente, ma può far riflettere tutte quelle persone che nutrono valori solidali e altruistici”.

Mamadou Sow, 21enne, proveniente dalla Guinea Konakry, in Italia dal 2017, è stato precedentemente accolto in un Cas (centro di accoglienza straordinaria) del territorio, dove ha avuto la possibilità di imparare la lingua italiana, di lavorare come aiuto cuoco, seguire un corso come costruttore di carpenteria metallica, operatore del verde e di prendere la patente per il muletto. “Sono molto contento di essere a casa con loro e sono anche preoccupato per il Coronavirus, perché la malattia non guarda in faccia a nessuno. Ma stare qui e condividere il mio tempo con loro mi rasserena, mi fa sentire al sicuro. E poi adoro giocare con Francesco”, spiega Mamadou. “Quando potremo tornare a uscire però non avremo così tanto tempo per giocare, perché io ho tanti impegni con il basket, la scuola, la musica. Un po’ mi dispiace, ma spero comunque di poter tornare a fare le altre cose”, aggiunge Francesco.

Si tengono compagnia h24 in casa. “Ogni tanto gli ricordiamo – continua Margherita – che questa non è la normalità. E sebbene ci sia più tempo per conoscerci, si tratta di un tempo fittizio. Le persone le conosci guardandole vivere,  osservando come si comportano con gli altri e in generale come si approcciano alla realtà circostante. Questo è un tempo sospeso, ma nonostante tutto, va molto bene e le piccole perplessità iniziali su come sarebbe stato si stanno dissolvendo con la convivenza stessa. Anche quelle paure legate al contagio del virus si sono interrotte nel momento in cui Mamadou ha smesso di lavorare”.

Si cucina, si guardano film e si usano le tecnologie come in qualsiasi altra casa ai tempi del Covid-19.

“Quelle che emergono sono anche le differenze – racconta Michele – Mamadou ha un approccio alla vita alternativo al nostro. Sin dal modo di raccontare la sua storia emergono priorità e punti di vista differenti. Emana una calma, uno stare nel presente, forse per fatalismo o per le esperienze che ha vissuto, che restituiscono al tempo un altro significato”.

Curiosità, libertà e autonomia sono le parole d’ordine di questa accoglienza. “Sin da quando è entrato – continua Michele –  abbiamo cominciato a mandare domande di lavoro per la stagione che verrà, con la speranza che l’emergenza Coronavirus passi presto e che si possa tornare alla normalità.  Noi non pensiamo alla scadenza della nostra convivenza, ma ci auguriamo che possa finire quanto prima perché ciò vorrebbe dire che il progetto ha funzionato, che Mohamadou ha raggiunto la sua indipendenza”.

E questo è l’intento del giovane. “Mi va bene qualsiasi lavoro – specifica Mamadou – ma punterò soprattutto al settore metalmeccanico, perché è un lavoro specializzato e potrà darmi più garanzie”.

E rispetto all’accoglienza al di fuori della porta di casa. “Quando Mamadou è arrivato, lo abbiamo presentato ai vicini dalla finestra e le reazioni sono state tutte positive, conclude Margherita. Certo, so già che saremo anche criticati, ma quelle critiche che arriveranno, ci renderanno ancora più certi della nostra decisione. Penso che il bene non abbia un colore e nemmeno una nazionalità. Spesso ci si rivolge a una determinata situazione spinti dalla propria storia e cultura di appartenenza. A chi dirà: ‘Ma con tutti gli italiani che hanno bisogno, proprio uno straniero?’ risponderò: “E chi lo dice che questa è l’unica forma di solidarietà che noi mettiamo in atto? Come diceva mia nonna: ‘Dove si mangia in tre, si mangia anche in quattro’.

Sono tanti i ragazzi, come Mamadou, che hanno bisogno di una casa dove stare al sicuro. Se hai una camera in più nella tua abitazione e desideri aiutare un rifugiato o una rifugiata a trovare un posto dove stare, clicca a questo link.

 

 

L’impegno di Moussa.

Moussa ha 30 anni e viene dalla Costa d’Avorio. Come molti, prima di arrivare in Italia, ha affrontato un viaggio lungo e pericoloso che lo ha portato ad attraversare diversi paesi e anche il deserto. Poi c’è stato l’inferno libico, da cui è riuscito a scappare nell’unico modo possibile, salendo su un barcone a attraversando il Mediterraneo.

Moussa è così arrivato in Sicilia e poi nel milanese. Dopo aver ottenuto lo status di rifugiato, è entrato nel nostro progetto di accoglienza in famiglia. Ha vissuto per sei mesi con Daniele e Valentina, una coppia di Milano. Una esperienza molto positiva che ha anche ispirato la graphic novel Emigrania, scritta da Daniele stesso e illustrata da Alessandro Cripsta, che racconta il viaggio di Moussa dal suo paese all’Italia.

Moussa oggi vive da solo e, prima dell’inizio dell’emergenza sanitaria, lavorava in un ristorante come cuoco. Come tutti ora è in quarantena e non sta lavorando perché il ristorante è chiuso. Ha deciso di utilizzare il tempo a disposizione per dare una mano al suo Comune di residenza, Novate Milanese, che organizza consegne a domicilio per le persone più in difficoltà. Indossati mascherina e guanti, si è messo subito a disposizione!

“È un modo per sostenere il Paese che mi ha accolto, la piccola città in cui vivo e che considero casa. Fratellanza, comprensione, solidarietà. Aiutandoci a vicenda ce la faremo”.

 

Emergenza sanitaria: proteggere chi una casa non ce l’ha

La situazione a Roma continua ad essere di assoluta emergenza per quanti si trovano senza dimora. Si tratta di circa 8 mila persone.
Per questa ragione, assieme ad altre organizzazioni attive sul territorio di Roma, torniamo a scrivere alle autorità capitoline per richiedere interventi che tempestivamente possano dare risposte a bisogni sempre più urgenti. L’appello si rivolge nuovamente alla Sindaca di Roma Virginia Raggi, alla Prefetta Gerarda Pantalone, all’Assessora alla Persona, alla Scuola e Comunità solidale Veronica Mammì, al Dipartimento della Protezione
civile di Roma Capitale. Si tratta di un documento programmatico che non solo evidenzia le criticità riscontrante sul territorio capitolino, ma che propone iniziative percorribili e sostenibili a tutela sia dei professionisti che dei volontari che offrono servizio in favore di queste persone.
Crediamo sia necessario organizzare un incontro con le diverse istituzioni competenti (Comune di Roma Capitale, Dipartimento per le Politiche Sociali, Municipi, Prefettura, Aziende Sanitarie Locali – ASL) non solo per garantire scambio di informazioni, ma soprattutto per programmare azioni comuni di tutela per queste categorie vulnerabili, anche grazie all’istituzione di una cabina di regia.

Il documento con tutte le proposte è consultabile qui

 

Una nuova casa per Moussa.

Nuova convivenza a Palermo nell’ambito del progetto “Dalle esperienze al modello: l’accoglienza in famiglia come percorso di integrazione”, che ci vede collaborare con il comune per rafforzare la nostra esperienza di accoglienza in città.

Moussa ha 18 anni, viene dalla Guinea Conakri ed è arrivato in Italia da solo, ancora minorenne.

Oltre l’80% dei minorenni non accompagnati che arrivano in Italia ha un’età compresa fra i 16 e i 17 anni. Si tratta, quindi, di adolescenti che, anche dopo il raggiungimento della maggiore età, continuano ad aver bisogno di essere sostenuti nel loro cammino, perché spesso faticano a realizzare il loro potenziale e a mettere in pratica le loro capacità.

Come molti dei ragazzi nella sua situazione, una volta raggiunta la maggiore età ed uscito dal circuito dell’accoglienza, non aveva un posto dove andare. Maurizio e Luciana, con loro figlia Martina, hanno deciso di aprirgli le porte di casa.

Due giorni fa, hanno firmato il patto che ufficializza l’inizio del loro percorso insieme! Un’esperienza che li porterà a conoscersi e a condividere momenti di vita nel corso dei prossimi mesi.

 

Fiorenza e Gallo: al via a Ravenna la nostra prima convivenza

Che carattere avrà? Andremo d’accordo? Come sarà avere di nuovo una persona in casa dopo tutti questi anni?” Sono queste alcune delle domande che si è posta Fiorenza, 68enne, farmacista ravennate, quando ha deciso di ospitare a casa un rifugiato. “Ho visto l’annuncio sui social – racconta la donna – e ho pensato che facesse al caso mio. Sentivo il bisogno di aiutare questi ragazzi”. Ed è così che Fiorenza si iscrive sulla piattaforma di Refugees Welcome Italia, “Quando decido di fare una cosa, la faccio e, poi magari, dopo mi vengono le paure. La titubanza più grande riguardava avere nuovamente qualcuno in casa. Mia figlia Francesca di 39 anni, vive a Ferrara ormai da una ventina d’anni e io nel frattempo mi ero disabituata a convivere, persino a cucinare per qualcun altro”.
Intanto la loro convivenza, la prima nel ravennate, va avanti da un mese. “Gallo non ha molto l’idea del pranzo. Mi ha detto che prima faceva un solo pasto al giorno. Ora torna a casa quasi sempre per mangiare e se non torna, avverte sempre. A tavola con lui scopro l’amore che prova per il Senegal, il suo paese. Mi parla di ricette e di abitudini. Guardando la Tv mi accorgo che ogni tanto si incupisce un po’ quando vede fatti di cronaca legati all’immigrazione, ma io non gli chiedo nulla. È un ragazzo timido e riservato”.
Ancora cinque i mesi, come da contratto, durerà l’accoglienza di Gallo in famiglia. “Del suo arrivo ho avvertito i vicini. Viviamo in una zona residenziale appena fuori dal centro e non volevo che la gente si chiedesse chi fosse questo ragazzo. Qualcuno ha commentato che sono matta. Io, invece, ne sono contenta. Ci confrontiamo molto. Lui mi racconta come vede il mondo. L’altro giorno ero arrabbiata per la politica italiana e mi ha detto: ‘Non ti preoccupare. Salvini può fare quello che vuole. Tanto è Dio a decidere se muori in acqua o se arrivi in Italia!’ Io, che sono sempre stata atea, sono rimasta spiazzata. Spero solo di poterlo aiutare a trovare un lavoro e una casa tutta sua”. E Gallo è proprio a Ravenna che vuole vivere, tornando in Senegal, solo in vacanza. Anche se l’Italia non era nei suoi programmi quella mattina del 2015 quando partì per il Mali. “Cosa vuoi che ti dica? Ho visto un autobus in partenza e l’ho preso, senza sapere dove stesse andando. Dopo un paio di anni in Mali, mi sono spostato in Niger e poi in Libia, dove, come tutti ho vissuto una brutta esperienza. Infine, pagando, sono riuscito a salire su un barcone. Appena messo piede in Italia mi sono sentito al sicuro”.

Dall’isola, Gallo viene trasferito a Bologna, e, appena maggiorenne, entra nello Sprar di Ravenna, dove comincia lo studio della lingua italiana, che parla molto bene, e il tirocinio come operatore del legno. Uscito dal progetto Sprar sopravvive facendo qualche lavoretto come lavapiatti, tuttofare e raccogliendo frutta nei campi. Poi, grazie allo Sportello Immigrati della città, scopre Refugees e incontra Fiorenza. “Appena l’ho conosciuta, ho pensato che sarebbe andata bene. Era troppo simpatica. Io le sono molto grato. Quando ho raccontato della convivenza ai miei genitori in Senegal, mi hanno detto di avere coraggio e di andare avanti. Per me Fiorenza è come un’altra mamma”.

 

B. Gnisci