Grecia: proteggere proteggere richiedenti asilo e rifugiati.

Insieme ad altre 120 organizzazioni, abbiamo firmato una lettera indirizzata alle più alte autorità Greche, dell’Unione Europea, delle Nazioni Unite e del Consiglio d’Europa per reiterare la nostra preoccupazione, acuita dalla minaccia della pandemia, circa la gestione dell’accoglienza e l’esercizio del diritto di asilo in Grecia.

Lo scorso 1 marzo, il governo greco ha varato un Decreto Legislativo di emergenza che prevede la sospensione della registrazione delle richieste di asilo e l’immediata deportazione di chi arriva in Grecia dalla Turchia o dai propri Paesi di origine. Un provvedimento che viola il diritto nazionale, europeo e internazionale, tra cui il principio di non refoulement e che,  in una situazione di pandemia pone un serio rischio per la salute pubblica.

Da quanto il decreto è entrato in vigore, infatti, molti rifugiati e migranti, fra cui dei minori, sono detenuti in prigioni, in centri di detenzione formali o informali greci, senza che sia minimamente garantito il rispetto di standard igienici e misure di protezione, anche in questo momento emergenziale per la gestione della salute pubblica. 

A questo si aggiunge la già drammatica situazione delle Isole dell’Egeo, che rischia di peggiorare qualora si diffondesse l’epidemia di COVID-19. A Lesvo, Leros, Samos e Chios migliaia di rifugiati e richiedenti asilo vivono in campi informali sovraffollati e provi di servizi sanitari adeguate. Queste condizioni rendono impossibile il rispetto della necessaria distanza sociale e del rispetto delle condizioni igieniche, sia per le persone che sono lì accolte, sia per gli operatori che ci lavorano. Una  seria minaccia alla salute pubblica sia dei richiedenti asilo che per la società.

Chiediamo alle autorità greche e alle istituzioni europee di garantire il rispetto del diritto di asilo e di introdurre misure urgenti per tutelare la salute pubblica, prevedendo un piano di evacuazione che consenta di trasferire in Grecia e in altri paesi europei le persone più vulnerabili.

La lettera con tutte le richieste alle istituzioni è consultabile qui.

Photo Credit: (Marios Lolos/Xinhua via ZUMA Wire) 


COVID-19: a rischio i diritti dei più vulnerabili.

Se è indubbiamente vero che di fronte al virus "siamo tutti uguali", è altrettanto vero che l'epidemia in corso rende ancora più evidente  la condizione di precarietà in cui vivono molte persone che risiedono in Italia.

Tra loro molti sono stranieri e straniere e si trovano esposti, in questi giorni di emergenza, a specifici rischi per la loro condizione giuridica e per gli spazi in cui spesso vengono confinati quali i centri di accoglienza, i CPR o gli hotspot, luoghi nei quali l’impatto dell’epidemia sulle procedure amministrative e giudiziali è tutt’altro che neutro. Ma anche persone senza fissa dimora e lavoratori e delle lavoratrici ammassati negli insediamenti informali rurali.

Come associazione della società civile riteniamo indispensabile che al legislatore, nell'analizzare le conseguenze dell'epidemia sulla società e nella programmazione delle iniziative da intraprendere per tutelare la popolazione, si occupino con particolare attenzione di questi rischi che oggi, più di sempre, dimostrano quale società vogliamo essere e se siamo veramente una comunità.

Assieme ad altre organizzazioni abbiano elaborato un documento che non si limita ad elencare le criticità ma propone e chiede al legislatore soluzioni concrete ed immediate, che consentano di garantire a tutte le persone le medesime tutele previste dai provvedimenti per contenere il contagio da coronavirus.

Con specifico riguardo ai Centri straordinari di accoglienza (che dalla riforma del cd. decreto sicurezza n. 118/2018 sono diventati grandi contenitori di persone, con significativa riduzione dei servizi, compresi quelli sanitari), le Associazioni firmatarie chiedono che vengano chiusi, riorganizzando il sistema secondo il modello della cd. accoglienza diffusa in piccoli appartamenti e distribuiti nei territori, essendo impossibile nei contesti attuali il rispetto delle misure legali vigenti, a partire dalla distanza tra le persone e al divieto di assembramenti.

Il documento chiede, inoltre, che venga consentito l'accesso al sistema di seconda accoglienza (SIPROIMI) anche per coloro che ne sono stati esclusi dal decreto sicurezza (titolari di permesso umanitario, richiedenti asilo) e che le persone senza fissa dimora o che vivono negli insediamenti informali rurali (cioè che lavorano per l’agricoltura per fornire i prodotti per la vita quotidiana) siano accolte in strutture adeguate, con dotazione di acqua e servizi igienici, oggi assenti in questi ultimi.

Analoghe richieste chiediamo per i CPR e gli Hot-Spot, evidenziando, quanto ai primi, la necessità di impedire nuovi ingressi e per le persone già trattenute di disporre le misure alternative al trattenimento, stante l’impossibilità attuale di eseguire ogni rimpatrio nei Paesi di origine.

L’insieme di queste richieste, che ci auguriamo il legislatore e tutte le competenti autorità prendano immediatamente in considerazione, non rispondono solo ad una imprescindibile necessità di trattamento uguale per tutte le persone, “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” (art. 3 Costituzione), ma ad una necessità per la salvaguardia dell’intera salute


Sono Abdullahi, ho 22 anni e vengo dalla Somalia.

Mi chiamo Abdullahi, ho 22 anni e sono somalo. Abito in Italia da tre anni. Sono arrivato in Europa dall’Egitto, dopo aver attraversato diversi paesi africani. Il viaggio è pericoloso e ho perso tanti amici. Le persone non muoiono solo in mare, cercando di attraversare il Mediterraneo, ma anche nel deserto. Non amo ricordare questi momenti, perché sento che ancora manca qualcosa. C’è troppo dolore. 

Nel mio Paese c’è la guerra dal 1991. Io sono nato e cresciuto in una bellissima città che si chiama Merka. Dopo essere arrivato in Sicilia, sono stato immediatamente trasferito in Piemonte, a Germagno, in un centro di accoglienza straordinario (CAS). Germagno è un piccolo paese, le persone parlano solo piemontese ma sono molto gentili. Ho anche conosciuto un ragazzo del posto, Luca. Siamo diventati amici. Lui giocava a calcio con noi. Sono rimasto a Germagnano due anni, in attesa di avere i documenti. Dopo che mi è stato riconosciuto lo status di rifugiato, mi sono spostato a Civie, in un centro di seconda accoglienza.In questo periodo ho studiato per l’esame di terza media e ho fatto un tirocinio.

Dopo sei mesi, il progetto di accoglienza è finito, non avevo un posto dove andare e temevo di finire per strada. Ero preoccupato. Avevo paura di perdere tutto quello che avevo faticosamente raggiunto. Poi l’operatrice del centro di accoglienza che mi seguiva mi ha messo in contatto con Refugees Welcome Italia, che mi ha presentato una famiglia italiana che voleva ospitarmi. Vivo ancora con loro. Si chiamano Federico ed Elena. Hanno tre figli: Eugenio, Francesco e Filippo. Sono delle persone meravigliose. Per me è stato importantissimo incontrarli. Mi hanno insegnato che anche se il colore della pelle, la cultura, la religione sono diverse, l’umanità ci rende tutti uguali. Viviamo come una famiglia, mangiamo insieme, a volte cucino dei piatti somali per loro. Mi sento a casa. Abbiamo anche fatto un viaggio in Francia tutti assieme: per me è stato un grande regalo poter visitare un altro paese europeo. Anche grazie a loro, posso dire che Torino è una città accogliente! Noi abitiamo un po’ fuori città, a Superga. L’ultimo bus per questa zona è alle 8 di sera e quando non riesco a prenderlo, incrocio sempre qualche vicino che è pronto a darmi un passaggio.

Ora sto facendo il servizio civile e lavoro con dei ragazzi disabili. Ho capito che non siamo noi ad aiutarli, ma sono loro che aiutano noi e ci insegnano tante cose. Mi trovo molto bene con i miei colleghi di lavoro: festeggiamo i compleanni tutti insieme, come vecchi amici.

Se guardo indietro e penso a quello che mi sono lasciato alle spalle, provo nostalgia. Non so se rivedrò mai la mia famiglia. Però, allo stesso tempo, anche se sono lontano dal mio Paese, qui mi sento a casa.


Emergenza Coronavirus: tutelare chi una casa non ce l'ha.

Abbiamo scritto alla Sindaca Virginia Raggi e a Gerarda Pantalone, Prefetta di Roma, per chiedere di attuare tutte le misure necessarie per assicurare a chi una casa non ce l'ha, assistenza e condizioni di vita sicure, a partire dal trasferimento in strutture di accoglienza.
L'eccezionalità della situazione dovrebbe imporre l'adozione di misure, atti e comportamenti che non violino le prescrizioni sanitarie e le precauzioni attinenti alle misure adottate per tutta la cittadinanza e sono migliaia le persone senza una dimora che in questi giorni di emergenza hanno bisogno di attenzione e di interventi straordinari, come ha ricordato anche il capo dipartimento della Protezione civile, Angelo Borrelli, chiedendo a Comuni e Regioni di occuparsene.

Non basta, come ha stabilito un ordine del giorno approvato ieri dall'Assemblea capitolina, essersi impegnati a garantire ai volontari di continuare a distribuire i pasti e a prestare assistenza senza incorrere nelle sanzioni previste dall'ultimo provvedimento del governo.
Serve la volontà politica di affrontare la situazione e una maggiore capacità di intervento ricorrendo a misure efficaci e attuabili in tempi brevi.

Sappiamo, infatti, che è del tutto insufficiente il numero dei posti a disposizione nel circuito di Roma Capitale tra centri di prima assistenza ed emergenza freddo: per questo chiediamo di assicurare un posto in accoglienza alle persone senza dimora, nel superiore interesse della tutela della salute dei medesimi e della collettività, tramite l’inserimento per quanto possibile nel circuito di accoglienza cittadino e la predisposizione e l’allestimento di ulteriori strutture in grado di assicurare tutela e assistenza a quanti ne abbiano bisogno.
Riguardo ai cittadini stranieri richiedenti asilo o beneficiari di protezione (internazionale o per motivi umanitari), chiediamo al Prefetto di sospendere le fuoriuscite dai centri per quanti hanno concluso il loro progetto di accoglienza e di accelerare il trasferimento nelle strutture per quanti ne abbiano diritto e siano in attesa di accedervi, creando eventualmente ulteriori posti nei circuiti per richiedenti asilo (CAS) e per i titolari di protezione internazionale (SIPROIMI), cui far accedere chi ne abbia già beneficiato e, una volta fuoriuscito da quei circuiti, si trovi a fronteggiare una temporanea situazione di emergenza abitativa.

Firmatari:
A Buon Diritto, Alterego - Fabbrica dei diritti, APS Nessun dorma, Arci Roma, Associazione Archetipo, Astra 19, Avvocato di Strada Roma, Baobab Experience, Be Free, Brancaleone, LasciateCIEntrare, Ca7, Casetta Rossa Spa, CIR, Csoa La Strada, Diritti al cuore, Forum per cambiare l’ordine delle cose, K_Alma, Lab Puzzle - Bene Comune, Legal Team Italia, Liberi Nantes, Lunaria, Mani rosse antirazziste, Nonna Roma, Médecins du Monde – Missione Italia, Medici Senza Frontiere, Pensare Migrante, Progetto Diritti Onlus, Radicali Roma, Refugees Welcome Italia, Rete antenne migranti.


Il Parlamento Europeo intervenga per fermare la violazione dei diritti umani alla frontiera tra UE e Turchia

Facciamo appello al Parlamento Europeo e ai gruppi politici che rappresentano i cittadini e le cittadine dell’UE affinché venga fermata la violenza e l’uso della forza contro persone inermi al confine tra UE e Turchia e venga ristabilita la legalità e il rispetto dei diritti umani, in primo luogo il diritto d’asilo.

Quanto sta succedendo, è frutto di scelte sbagliate fatte con l’obiettivo di esternalizzare le frontiere e impedire alle persone in fuga da guerre e persecuzioni di arrivare in Europa per chiedere protezione.

L’accordo siglato nel marzo 2016 con la Turchia di Erdogan oltre che sbagliato è anche controproducente.

I Governi e le istituzioni europee hanno fornito alla Turchia un’arma di ricatto che consente di usare le persone come fossero merce, cancellando la nostra storia, i principi delle costituzioni europee e la civiltà del diritto.

Il governo greco, con il sostegno dei governi europei e della Commissione, ha messo in atto una vera e propria guerra, con l’uso di armi e violenza indiscriminata, contro uomini, donne e minorenni indifesi. L’uso delle armi, di esercito e polizia, contro civili inermi è vietato dalle leggi e dalle convenzioni internazionali e non c’è alcuna circostanza che possa giustificare una tale barbarie.

Il Parlamento Europeo intervenga per riaffermare il principio di non refoulement che in queste ore viene cancellato alla frontiera greco turca, il diritto d’asilo e il diritto all’accoglienza delle persone che arrivano alle nostre frontiere a chiedere protezione.

Si intervenga per riaffermare la necessità di un piano europeo di redistribuzione dei richiedenti asilo, con quote adeguate e con priorità per i minori stranieri non accompagnati e situazioni vulnerabili.

È urgente fermare la violenza e l’uso della forza contro i profughi e per ribadire quei principi di solidarietà e umanità che sono parte fondante dell’Unione Europea e ai quali non possiamo rinunciare se non vogliamo cancellare la nostra storia e alimentare i sentimenti anti europei e anti democratici che mettono a rischio l’esistenza stessa dell’UE.

FIRMA QUI: http://chng.it/CmCgCGyCHZ

Le associazioni promotrici:

A Buon Diritto, ACLI, ActionAid Italia, AEDH, AOI, ARCI, ARCS, ASGI, Association Humanitas, Slovenie,Caritas Italiana, Centro Astalli, CGIL, CIR, Collectif de soutien de l'EHESS aux sans-papiers et aux migrant-es, Comunità Papa Giovanni XXIII, CNCA, Dimensioni Diverse, Dutch league for human rights, Emergency, Ero Straniero, Europasilo, Europe External Programme (EEPA) with Africa, FCEI, Focsiv, Focus-Casa dei Diritti, Sociali Fondazione Arché, Fondazione Migrantes, Green Italia, Intersos, Legambiente, Ligue des droits humains, Lunaria, Médecins du Monde missione Italia, NAIM, Open Arms, Rainbow4Africa Italia, Rainbow4Africa UK, Refugees Welcome Italia, Réseau Immigration Développement Démocratie, Rete degli Studenti Medi, Saltamuri, Save the Children, SIMM, Solidar, The day of the Endangered lawyer foundation, Todo Cambia, Vivre Ensemble, UIL, Unione degli Universitari.


Se non noi, chi? Se non ora, quando?

Si è appena conclusa la convivenza con Lamin ed è tempo di bilanci.
Ripensando a questi mesi appena trascorsi non possiamo che essere contenti e grati per come sono andati. Sono stati mesi intensi, in cui abbiamo dovuto ripensare non solo i nostri spazi per accogliere in casa un’altra persona ma soprattutto il nostro modo di rapportarci all’altro ed in parte i nostri caratteri.
Ci siamo confrontati con una cultura, una religione, un carattere ma soprattutto una storia diversa dalla nostra. Inizialmente non riuscivamo a superare le difficoltà della convivenza, le piccole incomprensioni che si venivano a creare, perché rimanevamo chiusi in noi stessi. La chiave di svolta c’è stata quando abbiamo iniziato a pensare “se è difficile per noi, quanto può essere difficile per lui?!”.
Lamin non ci ha mai raccontato tutta la sua storia, alcune cose preferiva non ricordarle ed è giusto cosi ma, nonostante la sua riservatezza ed il suo orgoglio (che ci ha portato a discutere diverse volte), è riuscito a renderci partecipi anche di una parte della sua vita , quella che ha lasciato in Gambia.
Ci siamo più volte scontrati con la sua testardaggine ed il suo orgoglio ma le scene di vita quotidiana che portiamo maggiormente nel cuore sono le braccia aperte di nostro figlio Pietro quando Lamin tornava a casa. Questa è una delle cose che ci rendeva più felici, contro tutti gli scetticismi di chi non concepiva un progetto simile con un bambino piccolo in casa.
Eppure questo progetto è servito, non solo a lui ma anche e soprattutto a noi. Ci ha insegnato tanto e ci ha dato la conferma che in un momento in cui l’indifferenza la fa da padrone, riuscire ad uscire da sé stessi per andare verso l’atro, è la chiave di svolta.
D’altronde, “se non noi, chi? Se non ora, quando? Se non qui, dove?”.


La politica di esternazionalizzazione delle frontiere provoca violenza e morte.

Le associazioni del Tavolo asilo sono estremamente preoccupate di quanto sta accadendo ai confini dell’Europa, dove stiamo assistendo a massicce violazioni dei diritti umani ed al completo fallimento delle politiche europee in materia di asilo.

Le immagini dei migranti in fila o letteralmente aggrappati alle coste greche o alle frontiere bulgare, e quelle della guardia costiera che speronano le precarie imbarcazioni cariche di profughi per impedire che sbarchino sul suolo europeo, la morte di un bambino a causa di questi atti disumani, rappresentano inaccettabili violazioni del principio del diritto internazionale del non respingimento dei richiedenti asilo e rifugiati e del diritto d’asilo previsto dalle Costituzioni e dalla Carta di Nizza, nonché una violazione delle direttive UE in materia di protezione internazionale che consentono a tutti l'accesso al territorio per fare esaminare le proprie richieste di protezione o d’asilo.
La scelta fatta da tutti gli Stati dell'Unione europea di sottoscrivere un accordo con il governo turco nel 2016 al fine di scaricare sulla Turchia l’onere dell’accoglienza dei profughi in gran parte provenienti da Siria, Afghanistan e Iraq, erogando ogni anno al governo turco, come contropartita, enormi finanziamenti tratti dai bilanci nazionali, non è stata soltanto sbagliata, ma anche contro producente.
Si è infatti fornita al presidente turco un’arma di ricatto efficacissima: milioni di persone che potrebbero tentare di arrivare in Europa se il regime decidesse di aprire le frontiere, come paventa anche in questi giorni per ottenere sempre più risorse.
Non si può restare inerti davanti alla cancellazione della civiltà giuridica dell’Europa.
Le politiche di esternalizzazione delle frontiere attuate dagli Stati UE finiscono per produrre crimini contro l'umanità: investire sulla militarizzazione delle frontiere, sugli accordi di riammissione, su rimpatri e sui controlli di frontiera nei Paesi d’origine e di transito, rinunciando alla cultura dei diritti, e alimentando il business dell’immigrazione irregolare, ci ha sottomesso alla legge del più forte, quella che il leader turco non ha remore ad imporre.
L’Unione Europea intervenga subito ai sensi di quanto prevede il Trattato sul funzionamento dell'Unione (art. 78.3) attuando un piano di ricollocazione straordinario e urgente dei richiedenti asilo che giungono in Grecia e Bulgaria per sottrarre alla violenza e all'arbitrio le decine di migliaia di esseri umani che hanno diritto ad essere accolti e a chiedere asilo in Europa.
Il Piano deve prevedere quote adeguate e va attuato con procedure celeri e senza l'applicazione di requisiti legati alla nazionalità al fine di evitare irragionevoli discriminazioni e determinarne il fallimento, come purtroppo già è avvenuto nel 2015 con le misure allora assunte a favore di Grecia e Italia e rimaste quasi del tutto inattuate.

A Buon Diritto, ACLI, ActionAid, Amnesty International Italia, ARCI, ASGI, Avvocato di Strada, Caritas Italiana, Centro Astalli, CIR, Comunità Papa Giovanni XXIII, CNCA, Europasilo, Federazione delle Chiede Evangeliche in Italia, FOCUS-Casa dei Diritti Sociali, Fondazione Migrantes, Intersos, Legambiente, Medécins du Monde missione Italia, Medici per i Diritti Umani, OXFAM Italia, Save the Children Italia, Senza Confine, SIMM (Società Italiana Medicina delle Migrazioni); del Tavolo Asilo Nazionale

E inoltre
AOI, Casa della carità "A. Abriani", CGIL, Ero Straniero, Fondazione Archè, Lunaria, Saltamuri, Refugees Welcome Italia.


Solidarietà a Fiorenza per le offese ricevute: il nostro comunicato

Refugees Welcome Italia esprime profonda solidarietà a Fiorenza Campidelli per le offese e le parole d’odio che ha ricevuto in seguito alla pubblicazione di un articolo, apparso su RavennaToday, che racconta l'esperienza di accoglienza di Gallo, rifugiato senegalese, che la signora ospita a casa sua da qualche mese.

Da luglio 2019 Refugees Welcome Italia è attiva anche a Ravenna, dove è impegnata nel progetto "Dalle Esperienze al modello", finanziato dal Fondo Asilo Migrazione e Integrazione (FAMI) del Ministero dell'Interno, che ci vede collaborare con il Comune per diffondere sul territorio ravennate l'accoglienza in famiglia. Le convivenze realizzate nell'ambito di questo progetto, come quella di Fiorenza, si basano su una mobilitazione spontanea e totalmente gratuita, ovvero solamente su di un fine solidaristico, di condivisione e reciproco arricchimento.

Ci uniamo a quanti lo abbiano già fatto e allarghiamo l’invito alla cittadinanza tutta a denunciare assieme a noi queste ingiuste, infondate e vili parole formulate da dietro uno schermo.
L'aiutare il prossimo non dovrebbe mai essere condannato in nessuna forma né misura, men che meno un tale gesto di puro e disinteressato altruismo.


Through my eyes, ATTO I: la storia di Abdullahi

Attraverso i suoi occhi, la linea, quasi un confine che gli si pone davanti, è quella dell’arrivo. Ma Abdullahi sa che ogni traguardo è una nuova partenza, ogni approdo è l’inizio di un nuovo viaggio. Abdullahi Ali è sbarcato in Italia tre anni fa. Lui è di origine somala, è nato nel 1996, ma oggi vive a Superga. Abita in famiglia: vive con loro e lavora a Torino. E una volta all’anno partecipa a una gara podistica che si corre in collina. Nel 2018 aveva il pettorale 202 ed è arrivato terzo. Nel 2019 ha avuto nuovamente il pettorale 202, ma questa volta ha tagliato quel traguardo, quel confine, prima di tutti.

Termina con queste immagini la prima clip raccolta da “Through My Eyes”, il progetto video di Refugees Welcome Italia basato sulla metodologia partecipativa, finanziato nell’ambito del bando Frame, Voice Report dell’Unione Europea che ha l’obiettivo di  sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi legati agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibili.

In circa due mesi, Abdullahi, la sua famiglia, i suoi compagni di lavoro si sono raccontati attraverso una videocamera. Circa due mesi di immagini montate da Abdullahi e dalla regista Beatrice Surano (coordinatrice del progetto insieme ad Alessandro Cappai).

“E che mi fa sentire a casa”, sussurra Abdullahi quando nella sua cameretta si punta l’obiettivo addosso e guarda oltre lo specchio per ripercorrere la sua fuga. Un percorso lungo tanti Paesi dell’Africa fino all’Egitto: una rotta dove la terra, sotto forma di deserto, è letale quanto il mare. “A volte non mi piace ricordare questi momenti - dice -, perché sento che mi manca ancora qualcosa”.

E Trough My Eyes è lo sguardo oltre quell’orizzonte. Il racconto è soprattutto la storia del presente, della nuova famiglia, di Refugees Welcome nelle persone di Elena e Federico e dei suoi nuovi amici. Ecco perché Abdullahi Ali nei dieci minuti del suo video personale testimonia anche i giochi in salotto coi fratellini italiani, gli abbracci con i ragazzi e gli animatori di Artemisia: il laboratorio per ragazzi disabili nel quale svolge il servizio civile.

Una nuova vita riassunta in dieci minuti di immagini tra le quali c’è anche l’autobus che lo porta da casa al lavoro. E c’è  una strada che, quando non si può percorrere coi mezzi pubblici, diventa l’occasione per trovare un passaggio offerto da qualche vicino che la sera sale a Superga. Ci sono le cene, “come una vera famiglia”,  tutti insieme nelle serate invernali, aspettando la primavera per tornare di nuovo in cortile e giocare a pallone.

 

Da Abdullahi a Mamadou: il secondo capitolo del progetto Through my eyes

Intorno al tavolo ci sono Francesca, Matteo e Mamadou, subito sotto, nella sua cuccia, c'è Zena. La seconda famiglia che si racconta attraverso i "suoi" occhi, vive ad Avigliana. Mamadou, 21 anni, proveniente dal Senegal, ha raccolto il testimone (e la videocamera) dalle mani di Abdullahi ed è pronto a documentare in prima persona la sua storia di convivenza.

Through My Eyes, il progetto video basato sulla metodologia partecipativa e finanziato nell’ambito del bando Frame, Voice Report, fa la sua seconda tappa ad Avigliana, in Val di Susa, provincia di Torino.

Cambia la situazione di accoglienza rispetto al capitolo precedente, perché Francesca, Matteo e Mamadou condividono gli spazi casalinghi, il tempo del lavoro e delle feste, come tre ragazzi divisi da pochi anni di differenza.

Così  sta nascendo il secondo capitolo di una storia che la regista Beatrice Surano dovrà poi cucire insieme. Il Through My Eyes (attraverso i miei occhi) targato Mamadou ha un sapore molto più collettivo e condiviso che trasforma la prima persona singolare in plurale.

Through "our" eyes nella versione di Mamadou inoltre si sviluppa anche nel tempo particolare delle feste natalizie, a poche settimane dall'inizio del suo lavoro come operaio in un magazzino di arredamenti. Guardando le immagini che Mamadou, Francesca e Matteo hanno girato ci sono anche i racconti delle cene con gli amici, delle passeggiate al lago con la piccola Zena e del pranzo di Natale con la famiglia allargata, la nuova "famiglia del giovane di origine senegalese. Perché Mamadou, con o senza la videocamera che sta usando in queste settimane, racconta della sua vita fatta di molte relazioni: dagli amici di Torino dai quali si ferma a dormire quando i tempi non gli consentono di tornare in Val di Susa ai colleghi coi quali consegna e monta i mobili. Poi ci sono, tra le inquadrature e no, le sue sue analisi delle partite di calciouna passione che si porta dietro da bambino, la voglia di prendere la patente di guida e qualche aneddoto sulla sua casa in Senegal dove c'erano altri cani come Zena, ma dove coabitavano anche molti altri animali.