Cutro, tre anni dopo: verità, giustizia e responsabilità politica
Tra il 25 e il 26 febbraio 2023 un’imbarcazione in legno con a bordo circa 200 persone si è spezzata a poche decine di metri dalla costa di Steccato di Cutro, in Calabria. Almeno 94 persone hanno perso la vita, tra cui 34 bambine e bambini. Un numero imprecisato risulta ancora disperso.
La riva era visibile. L’Italia era lì.
Nonostante le segnalazioni di pericolo e l’evidente stato di difficoltà dell’imbarcazione, non venne attivata un’operazione di ricerca e soccorso. L’intervento fu inizialmente qualificato come un’azione di polizia, finalizzata al contrasto dell’immigrazione irregolare, e non come emergenza di salvataggio in mare.
Quelle vite si potevano salvare.
È in corso il processo che dovrà accertare eventuali responsabilità penali per quanto accaduto quella notte. Sei funzionari della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di non aver avviato tempestivamente il soccorso che avrebbe potuto prevenire o ridurre il numero delle vittime. I capi di accusa sono naufragio colposo e omicidio colposo plurimo.
Il tribunale dovrà stabilire se vi siano state omissioni o ritardi nella gestione dell’allarme e nella qualificazione dell’intervento. L’Italia, in base alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e alle convenzioni internazionali sulla ricerca e soccorso in mare (SAR e SOLAS), ha l’obbligo di intervenire tempestivamente quando vite umane sono in pericolo nelle proprie acque.
Oltre cinquanta sopravvissuti e familiari delle persone decedute si sono costituiti parte civile. Amnesty International segue il procedimento come osservatrice, sottolineando che il diritto alla verità e alla giustizia è parte integrante della tutela dei diritti fondamentali.
Ma Cutro non è solo una vicenda giudiziaria e umana. È la conseguenza di una scelta politica.
Negli ultimi anni i governi italiani, nel quadro delle politiche europee di gestione delle frontiere, hanno progressivamente privilegiato la deterrenza e il controllo degli arrivi rispetto alla protezione effettiva delle persone. Il cosiddetto “decreto ONG” ha imposto alle navi impegnate nei salvataggi restrizioni operative, fermi amministrativi e l’assegnazione di porti lontani, riducendone la capacità di intervento.
Parallelamente, il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo consolida un’impostazione centrata su procedure accelerate di frontiera, ampliamento della detenzione amministrativa, rafforzamento dei rimpatri ed esternalizzazione dei controlli verso paesi terzi. Un impianto che rafforza la dimensione securitaria della gestione migratoria senza prevedere un sistema europeo strutturale di ricerca e soccorso né un ampliamento significativo e proporzionato dei canali legali di ingresso.
In questo quadro, il Mediterraneo centrale continua a essere una delle rotte migratorie più letali al mondo. Dopo le recenti tempeste, l’ipotesi iniziale parlava di circa 380 dispersi, ma si stima che possano essere fino a mille le persone partite durante quei giorni di maltempo di cui non si hanno più notizie. Chi si trova in mare in condizioni simili lo fa perché non ha alternative sicure.
Vincenzo Luciano, pescatore di Cutro, è stato tra i primi a entrare in acqua quella mattina di tre anni fa. Per settimane ha recuperato corpi tra le onde. “Ho preso in braccio un bambino di tre anni, aveva ancora gli occhi aperti. Credevo fosse vivo”. Da allora non è più tornato a pescare. “Il giorno prima peschi, quello dopo vedi i corpi sulla spiaggia. È una cosa che non si può dimenticare”.
Evitare che tutto questo si ripeta richiede decisioni politiche precise.
Significa: ripristinare e rafforzare un sistema pubblico di ricerca e soccorso tempestivo, coordinato e adeguatamente finanziato; cessare la criminalizzazione e le restrizioni operative nei confronti delle navi impegnate nel salvataggio di vite umane; garantire piena attuazione agli obblighi internazionali sul diritto alla vita e sul soccorso in mare; ampliare in modo significativo i canali legali e sicuri di ingresso, incluse vie umanitarie, ricongiungimenti familiari e programmi di reinsediamento; riorientare le politiche europee dalla deterrenza alla protezione effettiva delle persone.
Il processo potrà accertare responsabilità individuali.
Ma evitare nuove morti è responsabilità della politica.
A Ravenna un modello di co-housing comunitario
Nel quadro del progetto europeo H:OUSE – Housing to Overcome Unstable Situations in Europe, a Ravenna è in corso una sperimentazione che mette al centro un modello innovativo di co-housing, sviluppato in collaborazione con il Comune e con una rete articolata di attori territoriali. L’iniziativa parte dalla consapevolezza che la fragilità abitativa non può essere affrontata unicamente garantendo un alloggio, ma richiede un lavoro più ampio, capace di intrecciare relazioni, competenze e responsabilità condivise.
Il cuore del pilot ravennate è rappresentato dall’attivazione di un appartamento in co-housing destinato a persone migranti in situazione di bisogno abitativo. Non si tratta di una soluzione emergenziale, ma di un percorso accompagnato verso l’autonomia. L’abitazione diventa uno spazio di convivenza regolata, dove le regole sono condivise e la responsabilità è parte integrante dell’esperienza. Il Comune e i partner coinvolti hanno lavorato alla definizione di accordi, strumenti e procedure che rendano il modello solido e replicabile, calibrandolo sulle specificità del territorio ravennate.
Attorno all’appartamento si è costruita una rete di supporto che coinvolge associazioni della diaspora, realtà del terzo settore e soggetti istituzionali. Questa dimensione comunitaria è centrale: il co-housing non è pensato come uno spazio isolato, ma come un nodo inserito in un ecosistema territoriale che accompagna, orienta e sostiene. Il progetto promuove infatti un dialogo costante tra attori pubblici e privati, anche attraverso momenti di confronto dedicati ai temi dell’abitare, con l’obiettivo di individuare soluzioni strutturali e sostenibili.
Parallelamente alla sperimentazione abitativa, il pilot prevede un articolato percorso formativo. L’accesso a una casa, infatti, è strettamente legato alla capacità di comprenderne diritti e doveri, di gestire un bilancio familiare, di orientarsi tra contratti e pratiche amministrative, di prendersi cura degli spazi. Per questo sono stati attivati training di base rivolti a migranti e membri delle comunità della diaspora, costruiti a partire da un’analisi dei bisogni e sviluppati in collaborazione con attori del territorio. I percorsi affrontano temi quali la lingua italiana per la vita quotidiana, l’educazione finanziaria, le regole della convivenza e la manutenzione dell’alloggio, con un approccio pratico e orientato all’autonomia.
Accanto alla formazione di base, sono previsti workshop tecnici con esperti, che approfondiscono aspetti legati ai contratti di locazione, all’accesso al credito e alle tutele previste dalla normativa. In questo quadro, la mediazione interculturale svolge un ruolo fondamentale, facilitando il dialogo tra beneficiari, istituzioni e soggetti privati e contribuendo a prevenire incomprensioni o conflitti.
Il pilot ravennate include inoltre un lavoro di analisi e studio delle condizioni abitative locali, con l’obiettivo di elaborare, insieme all’Amministrazione comunale, una strategia di lungo periodo sull’abitare inclusivo. L’esperienza del co-housing e delle attività formative non è dunque un intervento isolato, ma un laboratorio che ambisce a generare apprendimenti utili per le politiche locali.
Attraverso il progetto H:OUSE, Ravenna sperimenta un modello che integra casa, formazione e comunità. L’abitazione non è considerata solo un bene materiale, ma un punto di partenza per costruire autonomia, responsabilità e appartenenza, rafforzando al tempo stesso la collaborazione tra istituzioni, società civile e cittadini.
Per maggiori informazioni sul progetto H:OUSE, visita il sito: https://house-project.org/
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Selezione personale FAMI STAI
Selezione comparativa per l’affido di un incarico professionale esterno a soggetto titolare di P.IVA nell’ambito del progetto “Progetto STAI – Supporto e Tutoraggio all’Abitare Indipendente” (PROG-506 – CUP B49G25000090007 – CIG B8629D7710), finanziato dal Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione (FAMI) 2021–2027.
Unity in integration
Strengthening Accommodation Programmes for Refugees Welcome Organisations
Unity in Integration (N° 2024-1-IT02-KA210-ADU-000249107) is a European Erasmus+ project coordinated by Refugees Welcome Italia, developed together with partner organisations in Poland and Czechia to strengthen community-based accommodation programmes for refugees and people with a migration background.
The project was created from a shared need across the Refugees Welcome network: improving the quality, inclusiveness, and sustainability of training and support programmes for hosts, volunteers, facilitators, and hosted people. While Refugees Welcome chapters across Europe work toward the same goal — promoting inclusion through community-based housing — they often operate with different methodologies, tools, and organisational models.
Project objectives
The project focused on three main objectives:
improving the competences of hosts, volunteers, and facilitators involved in accommodation programmes;
strengthening European cooperation and knowledge exchange among Refugees Welcome chapters;
promoting community-based accommodation as a concrete alternative to institutional reception systems.
A key cross-cutting element of the project was the active involvement of people with lived migration experience in the design and evaluation of accommodation programmes and training activities.
Partnership
The project brought together organisations working in refugee inclusion and accommodation across Europe:
Refugees Welcome Italia (Italy) – project coordinator
Fundacja Ocalenie / Refugees Welcome Polska (Poland)
Association for Integration and Migration – SIMI / Refugees Welcome Czechia (Czechia)
Each organisation contributed specific expertise in volunteer training, refugee inclusion, community engagement, and programme design.
Main activities
The project was implemented through five main phases:
Mapping existing training programmes across partner organisations;
Thematic focus groups with hosts, volunteers, and hosted people in Italy, Poland, and Czechia;
Development of the Guidelines for Designing Inclusive Refugees Accommodation Programmes;
Creation of the Refugee Welcome Canvas, a visual tool to support programme design and dissemination;
Local and international dissemination activities, including events, workshops, online campaigns, and presentations within the wider Refugees Welcome International network.
Project outputs
The project produced several practical tools and resources designed to support organisations working in refugee accommodation and adult education:
a comparative report on volunteer training programmes;
a consolidated report based on focus groups with hosts and hosted people;
the Guidelines for Designing Inclusive Refugees Accommodation Programmes;
dissemination and communication materials shared across the European network.
The Guidelines provide practical recommendations on topics such as intercultural communication, trauma-informed approaches, conflict prevention, expectation management, safeguarding, and volunteer support.
Impact
The project strengthened cooperation among Refugees Welcome chapters and contributed to the development of more coherent, inclusive, and transferable accommodation programmes across Europe. It also increased the visibility of community-based accommodation practices and fostered dialogue among NGOs, volunteers, local communities, and institutional stakeholders.
All project outputs were developed as open-access resources and shared through European dissemination platforms, including EPALE and the Erasmus+ Project Results Platform, to support long-term accessibility and reuse by other organisations.
Strengthening Accommodation Programmes for Refugees Welcome Organisations
Unity in Integration is a European Erasmus+ project coordinated by Refugees Welcome Italia, developed together with partner organisations in Poland and Czechia to strengthen community-based accommodation programmes for refugees and people with a migration background.
The project was created from a shared need across the Refugees Welcome network: improving the quality, inclusiveness, and sustainability of training and support programmes for hosts, volunteers, facilitators, and hosted people. While Refugees Welcome chapters across Europe work toward the same goal — promoting inclusion through community-based housing — they often operate with different methodologies, tools, and organisational models.
Project objectives
The project focused on three main objectives:
improving the competences of hosts, volunteers, and facilitators involved in accommodation programmes;
strengthening European cooperation and knowledge exchange among Refugees Welcome chapters;
promoting community-based accommodation as a concrete alternative to institutional reception systems.
A key cross-cutting element of the project was the active involvement of people with lived migration experience in the design and evaluation of accommodation programmes and training activities.
Partnership
The project brought together organisations working in refugee inclusion and accommodation across Europe:
Refugees Welcome Italia (Italy) – project coordinator
Fundacja Ocalenie / Refugees Welcome Polska (Poland)
Association for Integration and Migration – SIMI / Refugees Welcome Czechia (Czechia)
Each organisation contributed specific expertise in volunteer training, refugee inclusion, community engagement, and programme design.
Main activities
The project was implemented through five main phases:
Mapping existing training programmes across partner organisations;
Thematic focus groups with hosts, volunteers, and hosted people in Italy, Poland, and Czechia;
Development of the Guidelines for Designing Inclusive Refugees Accommodation Programmes;
Creation of the Refugee Welcome Canvas, a visual tool to support programme design and dissemination;
Local and international dissemination activities, including events, workshops, online campaigns, and presentations within the wider Refugees Welcome International network.
Project outputs
The project produced several practical tools and resources designed to support organisations working in refugee accommodation and adult education:
a comparative report on volunteer training programmes;
a consolidated report based on focus groups with hosts and hosted people;
the Guidelines for Designing Inclusive Refugees Accommodation Programmes;
dissemination and communication materials shared across the European network.
The Guidelines provide practical recommendations on topics such as intercultural communication, trauma-informed approaches, conflict prevention, expectation management, safeguarding, and volunteer support.
Impact
The project strengthened cooperation among Refugees Welcome chapters and contributed to the development of more coherent, inclusive, and transferable accommodation programmes across Europe. It also increased the visibility of community-based accommodation practices and fostered dialogue among NGOs, volunteers, local communities, and institutional stakeholders.
All project outputs were developed as open-access resources and shared through European dissemination platforms, including EPALE and the Erasmus+ Project Results Platform, to support long-term accessibility and reuse by other organisations.

Co-funded by the European Union. Views and opinions expressed are however those of the author(s) only and do not necessarily reflect those of the European Union,

Storie che aprono le porte
Refugees Welcome Italia, insieme a UNICEF e ad altre 18 organizzazioni, ha contribuito alla realizzazione di “Storie che aprono le porte”, una nuova mappatura nazionale delle pratiche di accoglienza familiare e relazionale rivolte a minorenni stranieri non accompagnati e neomaggiorenni, con anche un decalogo di raccomandazioni operative per istituzioni e sistema di protezione.
I due documenti sono stati presentati a Roma, durante l’evento organizzato in collaborazione con l’Assessorato alle Politiche Sociali e alla Salute di Roma Capitale e con il supporto dei Pieux Etablissements de la France à Rome.
Il lavoro nasce all’interno della Comunità di Pratiche per l’Accoglienza di minorenni stranieri non accompagnati e neomaggiorenni, uno spazio strutturato di confronto e co-progettazione promosso da UNICEF a partire da ottobre 2024 insieme a CNCA e Refugees Welcome Italia, con la supervisione scientifica della Fondazione ISMU. La Comunità coinvolge 19 organizzazioni del terzo settore, istituti di ricerca e organizzazioni internazionali con l’obiettivo comune di rafforzare la qualità, l’equità e la sostenibilità del sistema di protezione in Italia.
Per Refugees Welcome Italia questo percorso rappresenta un passaggio strategico per valorizzare e sistematizzare esperienze di accoglienza in famiglia, mentoring e accompagnamento all’autonomia che da anni promuoviamo sui territori, mettendo al centro le relazioni, le comunità e la partecipazione attiva dei giovani.
La mappatura mette in luce il potenziale trasformativo delle pratiche di accoglienza familiare e abitativa, delle esperienze di mentoring e tutela sociale e degli interventi di prossimità, riconoscendole come veri e propri vettori di autonomia, inclusione sociale e benessere per minorenni e giovani migranti.
Il lavoro propone una nuova lettura dell’accoglienza, articolata su tre dimensioni complementari, residenziale, relazionale e di prossimità, che permettono di superare una visione esclusivamente emergenziale e assistenziale.
Sono state analizzate 18 pratiche attive in 9 regioni italiane attraverso un approccio metodologico che combina analisi documentale e interviste ai soggetti promotori. L’analisi si è concentrata su elementi chiave legati ai diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, come la qualità professionale degli interventi, la partecipazione dei giovani, il coinvolgimento delle comunità locali, la formazione e il supporto alle famiglie accoglienti, il lavoro in rete e la sostenibilità dei modelli di accoglienza.
Accanto alla mappatura, il decalogo di raccomandazioni traduce le evidenze emerse in proposte concrete di policy e di miglioramento delle prassi, rivolte a Ministeri, Regioni, ANCI, AGIA, Enti locali, strutture di accoglienza e organizzazioni del terzo settore. Tra le priorità individuate emerge la necessità di rafforzare l’accesso all’affido familiare anche per i minorenni stranieri non accompagnati, rendere strutturale e riconosciuta l’accoglienza in famiglia, garantire la continuità dei percorsi oltre i 18 anni, valorizzare mentoring e tutela sociale come presidi relazionali fondamentali e assicurare un sostegno qualificato e continuativo alle famiglie accoglienti.
Per Refugees Welcome Italia, questo lavoro rappresenta un passo fondamentale per costruire un sistema di accoglienza più umano, integrato e duraturo, capace di investire sulle relazioni e sulle comunità come elementi chiave per l’autonomia e il futuro dei giovani.
Leggi il documento “Storie che aprono le porte”
CPR d'Italia: istituzioni totali
CPR d’Italia: violazioni sistematiche dei diritti e logiche da “istituzioni totali”. Il nuovo rapporto del Tavolo Asilo e Immigrazione rilancia l’appello: “Come i manicomi, anche i CPR vanno chiusi”.
I Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) continuano a rappresentare in Italia spazi di sospensione dei diritti fondamentali, caratterizzati da isolamento, spersonalizzazione, degrado materiale e produzione sistematica di sofferenza. È quanto emerge dal secondo rapporto di monitoraggio del Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI), presentato a Roma, che restituisce il quadro di un sistema strutturalmente incompatibile con i principi dello Stato di diritto, oltre che inefficiente.
Il documento definisce i CPR vere e proprie “istituzioni totali”, richiamando esplicitamente la tradizione critica inaugurata da Franco Basaglia contro i manicomi: luoghi chiusi, opachi e segreganti, che sottraggono le persone allo spazio pubblico e trasformano la privazione della libertà in una pratica di gestione sociale.
Nel corso del 2025 le delegazioni del TAI, che accompagnavano parlamentari ed europarlamentari, hanno effettuato visite in dieci CPR sul territorio nazionale: tutti, tranne Torino e Milano, si trovano in aree isolate, non collegate, nascoste agli occhi dell’opinione pubblica. Durante le visite, inoltre, si stati registrati tentativi sistematici di limitare l’accesso agli osservatori indipendenti al seguito dei parlamentari ed europarlamentari, attraverso circolari amministrative prive di fondamento giuridico che hanno ristretto arbitrariamente il perimetro delle visite ispettive.
Il monitoraggio 2025 del Tavolo Asilo e Immigrazione si è svolto in dialogo con il viaggio di Marco Cavallo, promosso dal Forum Salute Mentale, che ha accompagnato in alcune tappe le visite ai CPR e le iniziative pubbliche territoriali. Questo intreccio non è stato solo simbolico, ma ha orientato l’impostazione stessa del Rapporto: l’edizione 2025 ha scelto di porre la salute, e in particolare la salute mentale, al centro dell’analisi, assumendo il punto di vista della riforma Basaglia che ha smantellato le istituzioni fondate sulla segregazione e sulla violenza istituzionale.
Il documento mostra come nei CPR il diritto alla salute sia formalmente riconosciuto ma sistematicamente compromesso nella pratica. A differenza del sistema penitenziario, l’assistenza sanitaria è affidata a soggetti privati, senza standard uniformi e con controlli pubblici deboli, generando forti disuguaglianze territoriali. Le valutazioni di idoneità al trattenimento risultano spesso procedure burocratiche standardizzate, più orientate a escludere formalmente patologie incompatibili che a garantire una reale presa in carico sanitaria. Il Rapporto segnala ritardi nell’accesso alle cure, difficoltà nella continuità terapeutica e carenze nel coordinamento con i servizi territoriali. La detenzione amministrativa è associata a un aumento significativo di disturbi ansiosi, depressivi e post-traumatici, con elevati rischi di ritraumatizzazione per persone già segnate da violenze e percorsi migratori traumatici.
In tutti i CPR visitati è stato inoltre riscontrato un uso improprio e diffuso di psicofarmaci, spesso impiegati come strumento di contenimento piuttosto che di cura. Il Rapporto documenta anche numerosi eventi critici, tra cui atti di autolesionismo, tentativi di suicidio e crisi psichiatriche acute. Secondo il Tavolo Asilo e Immigrazione, i CPR non si limitano a ospitare fragilità preesistenti, ma funzionano come dispositivi patogeni, che producono deterioramento psicofisico, perdita di dignità e danni duraturi alla salute delle persone trattenute.
Il rapporto evidenzia gravi limitazioni nell’accesso effettivo alla tutela legale. Le persone trattenute incontrano difficoltà nell’incontrare avvocatə, nell’ottenere informazioni chiare sui propri procedimenti e nell’esercitare in modo consapevole il diritto di difesa. In molti casi, l’informazione giuridica risulta frammentaria, tardiva o affidata a strumenti standardizzati che non garantiscono una reale comprensione della propria situazione.
Critiche anche le condizioni materiali di vita. Il monitoraggio documenta spazi sovraffollati o degradati, carenze igienico-sanitarie, ambienti inadeguati alle esigenze climatiche, assenza di aree comuni funzionali e lunghi periodi di inattività forzata. La vita quotidiana è segnata da isolamento, mancanza di attività strutturate e compressione sistematica dell’autonomia personale. Secondo il Tavolo Asilo e Immigrazione, queste condizioni non sono episodiche, ma parte integrante del funzionamento dei CPR come dispositivi di contenimento e controllo, che producono marginalizzazione e perdita di dignità.
Ad un secondo livello, emergono anche le criticità economiche e gestionali, che confermano il fallimento operativo del modello dei CPR. Già nel 2024 meno della metà dei posti teoricamente disponibili risultava effettivamente utilizzabile, mentre cresceva in modo marcato (+20% in un anno) la quota di posti inutilizzati pur formalmente agibili. Un dato che fotografa un sistema segnato da inagibilità strutturali, sezioni chiuse e gestione emergenziale permanente.
Ancora più evidente è il fallimento sugli obiettivi dichiarati. A fronte dell’aumento della capacità detentiva e dell’estensione dei tempi di trattenimento, l’efficacia dei rimpatri è progressivamente diminuita. Se si guarda al totale dei provvedimenti di allontanamento, il peso dei CPR resta marginale: nel periodo 2011–2024 la quota media dei rimpatri realizzati tramite detenzione si ferma al 9,9%. Nel 2024 il dato è pari al 10,4%, in lieve calo rispetto all’anno precedente.
Ne emerge un sistema che assorbe risorse pubbliche crescenti senza produrre risultati proporzionati, ampliando al tempo stesso la privazione della libertà amministrativa. Ma il nodo centrale resta politico e giuridico: non si tratta solo di inefficienza, ma di un dispositivo che produce violazioni dei diritti fondamentali.
Il rapporto colloca il caso italiano in una traiettoria europea più ampia. Il Nuovo Patto su migrazione e asilo e il Regolamento Rimpatri stanno trasformando la detenzione amministrativa da misura formalmente eccezionale a infrastruttura ordinaria delle politiche migratorie.
Procedure accelerate di frontiera, screening obbligatori ed esternalizzazione delle responsabilità, come nel caso del Protocollo Italia-Albania, rischiano di creare nuove zone grigie di confinamento e sospensione delle garanzie giuridiche, riducendo ulteriormente l’accesso effettivo alla protezione internazionale.
Richiamando l’eredità di Franco Basaglia, il Tavolo Asilo e Immigrazione conclude che i CPR non sono riformabili, perché fondati su una logica di segregazione incompatibile con i diritti umani. Il TAI chiede l’esclusione definitiva della detenzione amministrativa dalle politiche migratorie, l’adozione di alternative non detentive e un cambio strutturale di paradigma basato su accoglienza, inclusione e rispetto della dignità umana.
Il rapporto completo è disponibile a questo link
Comunità inclusive in azione
Comunità Inclusive in Azione è un progetto di Refugees Welcome Italia, finanziato dalla Fondazione di Comunità Milano, che promuove l’inclusione sociale e il rafforzamento dei legami tra cittadini italiani e persone rifugiate e migranti nella città di Milano.
Il progetto nasce dall’idea che l’inclusione non sia solo un obiettivo individuale, ma un processo collettivo che prende forma nelle relazioni, negli spazi condivisi e nella partecipazione attiva alla vita della comunità. Per questo, alle tradizionali azioni di Refugees Welcome Italia – l’accoglienza in famiglia e il mentoring – si affianca un insieme di attività sociali, culturali e sportive pensate per favorire l’incontro, il dialogo e la costruzione di legami significativi.
Comunità, partecipazione, cittadinanza attiva
Comunità Inclusive in Azione coinvolge persone rifugiate e migranti, attivistə e cittadinanza in un percorso partecipativo orientato a consolidare i legami sociali e a valorizzare le risorse presenti sul territorio. L’obiettivo è sviluppare strumenti e pratiche di cittadinanza attiva strutturata e sostenibile, capaci di durare nel tempo e di rafforzare il senso di appartenenza alle comunità locali. Il lavoro si sviluppa lungo tre direttrici tra loro connesse.
Presidio territoriale: attraverso eventi di socializzazione e iniziative di outreach, il progetto rafforza la presenza e la visibilità di RWI nei contesti cittadini, favorendo l’incontro tra persone e il coinvolgimento di nuovi volontari e nuove volontarie.
Promozione della partecipazione: è previsto un percorso formativo dedicato al community management e al community organizing, accompagnato dallo sviluppo di strumenti operativi, per valorizzare competenze, desideri e talenti delle oltre 200 persone attualmente coinvolte e rafforzare le pratiche storiche di accoglienza in famiglia e mentoring.
Partnership e alleanze territoriali: il progetto promuove la costruzione di relazioni con attori del territorio, come aziende e università, capaci di arricchire la proposta di valore dell’associazione e contribuire a un impatto sociale più ampio e duraturo.
Milano come spazio di inclusione
Comunità Inclusive in Azione si inserisce nel contesto urbano milanese con l’ambizione di contribuire a una città più aperta, solidale e coesa, in cui l’inclusione non sia un principio astratto ma una pratica quotidiana costruita insieme, attraverso relazioni, partecipazione e responsabilità condivisa.
Selezione personale FAMI InTessere
Selezione comparativa per gli incarichi individuali esterni – n.1 risorsa – WP2: sviluppo della rete territoriale e lavoro di comunità del progetto finanziato dal Fondo Asilo Migrazione e Integrazione (FAMI): “Intessere. Sostenere il diritto alle relazioni familiari dei minorenni migranti” PROG-357 – CUP I41H23000220007
TAI in Albania: a Gjader emergono violazioni e gravi criticità
Missione di monitoraggio del TAI in Albania: il centro di Gjader conferma criticità strutturali, violazioni dei diritti umani e spreco di risorse pubbliche
Il Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI), in collaborazione con il Gruppo di Contatto Parlamentare – composto da parlamentari di Camera, Senato ed eurodeputati – ha svolto una nuova missione di monitoraggio in Albania, presso il centro di Gjader, struttura di detenzione realizzata dal Governo italiano nell’ambito del Protocollo Italia–Albania, in cui vengono trattenute persone trasferite dai Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR) italiani in attesa di rimpatrio. Ha partecipato alla missione anche la campagna Sbilanciamoci! che in occasione della discussione della Legge di Bilancio 2026 sta promuovendo in tutta Italia una carovana di iniziative per un’economia di pace.
La missione, alla presenza dei/le parlamentari Matteo Orfini, Rachele Scarpa e Riccardo Magi, si è svolta in un momento di particolare rilievo politico e giuridico, a seguito dell’ordinanza n. 23105/2025 della Corte di Cassazione, che ha disposto un rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE). La Suprema Corte ha chiesto alla CGUE di valutare se il Protocollo Italia–Albania sia compatibile con la Direttiva europea sui rimpatri (2008/115/CE), sottolineando che il trattenimento in Albania avviene in un Paese terzo non membro dell’UE e potrebbe quindi non rispettare le garanzie e i limiti stabiliti dal diritto europeo in materia di privazione della libertà personale.
Durante la visita il TAI ha potuto acquisire informazioni aggiornate: da agosto i trasferimenti dall’Italia proseguono regolarmente, circa ogni due settimane, con un aumento a una frequenza settimanale da ottobre; l’ultimo identificativo assegnato è il n. 219; attualmente sono presenti 25 persone, con una media stabile di 20 e un minimo registrato di 12. Un quadro che solleva forti perplessità sul piano dei diritti e sui costi di una struttura costruita e mantenuta con ingenti risorse pubbliche, ma utilizzata solo in minima parte: un vero e proprio spreco di denaro pubblico a fronte di risultati inconsistenti e di gravi ricadute sui diritti delle persone coinvolte. Circa il 70% delle persone trattenute è stato riportato in Italia per mancata convalida del trattenimento, mentre il restante 30% riguarda casi di non idoneità o rimpatri disposti dall’Italia. Si tratta, nei fatti, di trattenimenti privi di base legale, in violazione della Direttiva rimpatri e della giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che ha già condannato l’Italia per pratiche analoghe di privazione arbitraria della libertà personale. Ulteriori elementi di criticità riguardano la mancanza di trasparenza nei trasferimenti: gli ultimi sono avvenuti in aereo da Torino, quindi non monitorabili dalla società civile, mentre i ritorni verso l’Italia continuano via mare, in orari notturni, senza garanzie di tracciabilità e monitoraggio indipendente.
Le persone trattenute provengono principalmente da Algeria, Marocco, Senegal e Costa d’Avorio, con la presenza di un cittadino siriano e uno sudamericano. È stato inoltre rilevato che alcune persone assumono psicofarmaci, che sembrano essere proposti a molti trattenuti, sollevando gravi preoccupazioni sulle condizioni psicofisiche e sulle modalità di assistenza sanitaria all’interno della struttura. Il monitoraggio conferma criticità strutturali e gravi violazioni dei diritti umani, come già evidenziato dalla Corte di Cassazione nel suo rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. A distanza di mesi dall’apertura del centro, il sistema appare fallimentare sotto ogni profilo: giuridico, umano, gestionale ed economico. Il Tavolo Asilo e Immigrazione e i/le parlamentari presenti chiedono al Governo italiano di:
1. Sospendere immediatamente i trasferimenti verso Gjader.
2. Garantire piena trasparenza e accesso alle informazioni su criteri, modalità e costi del trattenimento.
3. Cancellare il Protocollo Italia–Albania, con conseguente chiusura dei centri, che si configura come insostenibile, costoso e in contrasto con i principi fondamentali dello Stato di diritto e della tutela dei diritti umani.
“La missione di ieri – dichiarano i rappresentanti del Tavolo Asilo e Immigrazione – conferma l’illegittimità di un modello che priva le persone della libertà senza prospettiva né garanzie. Chiediamo al Governo di sospendere immediatamente i trasferimenti verso Gjader e di rispettare pienamente il diritto europeo e i diritti fondamentali delle persone migranti”.
Stop al Memorandum Italia-Libia
Il Governo ha tempo fino al 2 novembre per fermare un accordo che produce violazioni dei diritti umani.
Entro il 2 novembre 2025, il Governo italiano può chiedere la cessazione del Memorandum d’intesa con la Libia. Se non lo farà, il 2 febbraio 2026 il documento verrà automaticamente rinnovato per altri tre anni.
Il Memorandum, firmato nel 2017, prevede il sostegno alla cosiddetta guardia costiera libica e la collaborazione nel controllo delle frontiere. Nel concreto questo si è tradotto, negli ultimi anni, nel respingimento forzato di oltre 158.000 persone verso la Libia, dove torture, violenze, detenzioni arbitrarie e tratta di esseri umani sono documentate da ONU, Corte Penale iInternazionale e organizzazioni indipendenti.
Nel marzo 2023, la Missione d’iInchiesta delle Nazioni Unite in Libia ha accertato che nel paese sono stati commessi crimini contro l’umanità e ha chiesto la fine di ogni forma di supporto agli attori libici coinvolti. Anche la Corte di Cassazione italiana e la Corte europea dei diritti dell’uomo hanno stabilito che la Libia non è un porto sicuro.
Nonostante ciò, la cooperazione continua: solo nei primi nove mesi del 2025, oltre 16 mila persone sono state intercettate e riportate nei centri di detenzione libici.
A quasi nove anni dalla sua firma, il Memorandum Italia-Libia rappresenta una pagina oscura delle politiche migratorie italiane ed europee, una pagina che è ora di chiudere.
Il Tavolo Asilo e Immigrazione, insieme alle organizzazioni di soccorso in mare e a numerose associazioni della società civile, chiedono con forza al Parlamento italiano di aprire un dibattito pubblico sull’opportunità di rinnovare o meno l’accordo e chiedono al Governo italiano di:
non rinnovare automaticamente il Memorandum d’intesa con la Libia e interrompere ogni forma di cooperazione – tecnica, operativa o logistica – che comporti il ritorno forzato di persone verso un pPaese dove i loro diritti fondamentali non sono garantiti e conseguentemente una violazione del principio di non respingimento;
rivedere integralmente gli accordi bilaterali con la Libia, orientandoli alla tutela della vita e dei diritti umani, alla chiusura dei centri di detenzione e alla creazione di alternative sicure e legali per chi cerca protezione;
garantire piena trasparenza sull’uso dei fondi pubblici italiani ed europei destinati alle attività in Libia, rendendo pubbliche le informazioni su spese, progetti e soggetti coinvolti, e assicurando una valutazione indipendente dell’impatto sui diritti umani.









