Pier Carlo e Aly: la nostra seconda convivenza a Ravenna.

“Quando racconto ai miei connazionali che vivo con gli italiani mi rispondono: Wow!’ e mi fanno i complimenti. Aly Doukoure, 21enne, proveniente dalla Guinea Konakry è molto soddisfatto dei due mesi passati in casa di Pier Carlo, un uomo che definisce buono e intelligente. Si tratta della seconda convivenza fatta
partire dal gruppo ravennate di Refugees Welcome Italia.
“Mi piace vedere che Pier Carlo e io abbiamo dei modi di fare un po’ differenti. Grazie a lui capisco un po’ di più anche tutti gli altri italiani. Appena arrivato mi stupivo del fatto che nessuno rispondeva al mio saluto. Ora comincio a capire come comportarmi”.
Aly è sbarcato a Catania nel giugno del 2016, passato per Bologna, è stato ospite di un progetto della Prefettura in provincia di Ravenna. “Appena ricevi il permesso di soggiorno devi uscire dal progetto e il mio operatore mi parlò di Refugees Welcome. Sono stato molto contento di fare questa esperienza anche se solo perdue mesi. Ora sono in partenza per il mio paese. Devo andare a rifare il passaporto. A febbraio tornerò in Italia e non so bene che cosa farò. Sono un operatore del verde, ho fatto un corso di informatica e ho la patente del muletto. Spero di trovare presto un lavoro”.
Sebbene le convivenze del progetto siano, in genere, di sei mesi, in base alle necessità dei conviventi, possono avere anche una durata inferiore. “Sono uno di quegli italiani che non saluta. Mi faccio gli affari miei”. Si presenta
così Pier Carlo Ghiselli, ravennate in pensione, che ha sempre vissuto in altre città, essendo un direttore di ospedali. “Da molto tempo faccio donazioni a varie ONG come l’UNHCR, poi, mentre ero a Roma, ho letto su La Repubblica di questo progetto e appena tornato a Ravenna ho deciso di parteciparvi. La nostra convivenza è andata benissimo. Aly è una persona discreta. Poi la casa è grande e, quindi, ci siamo incrociati poco”.

Cucina in comune, qualche lavoretto condiviso, come sistemare il giardino o cambiare una lampadina. La convivenza tra i due è trascorsa tranquillamente. “Grazie ad Aly ho imparato delle cose che non sapevo sull’Africa, sulle diverse lingue e anche molte cose su di lui. Per esempio, fa uno strano utilizzo dei fornelli. Cucina la pasta come gli inglesi: scotta. Una sera mi ha lasciato a bocca aperta quando l’ho visto scendere le scale con indosso la maglietta della Juventus. Lui, le partite le guarda rigorosamente in chiaro. La competenza nell’uso della tecnologia la sta acquisendo qui in Italia. Credo che questa per Aly sia stata una pausa durante la quale ha avuto modo di riposare e di raccogliere nuove energie prima del suo rientro in Italia, quando inizierà la vera sfida”.

B. Nisci


Coinquilini solidali: a Torino nuova convivenza.

Cristina aveva un camera in più a casa che non utilizzava per sé. Anna cercava una stanza da affittare ad un prezzo ragionevole. Grazie a Coinquilini solidali, le loro esigenze si sono incrociate: ora le due donne vivono assieme a Torino.

E una nuova convivenza  del nostro progetto di coabitazioni, sostenuto da Compagnia di San Paolo, che mette in contatto persone che hanno bisogni diversi ma complementari: chi possiede una casa magari troppo grande per le proprie esigenze o si sente solo e chi, invece, una casa la cerca ma ha problemi ad accedere al mercato immobiliare.

Per saperne di più: https://refugees-welcome.it/coinquilini-solidali/

 


A San Salvario, una nuova casa per Mulki.

L'atmosfera è quella di tipica di un appartamento condiviso da cinque ragazze, "millennials", come le chiamerebbero oggi. Si discute di pulizie. La suddivisione dei compiti domestici è affidata ad una app, che stabilisce i turni, anche se c'è chi preferirebbe il vecchio foglio attaccato al frigorifero. Siamo a San Salvario, uno dei nuovi quartieri della movida torinese. È qui che Mulki vive da cinque mesi, assieme ad Erica, Stefania, Rossella e Sara.

È arrivata dalla Somalia tre anni e mezzo fa, sbarcata in Sicilia e poi spostata a Chivasso, una città come un’altra per lei, come capita a tutti quelli che in meno di due giorni vengono trasferiti dall’isola verso posti di cui spesso non sanno nulla. Dopo tre anni in diversi centri di accoglienza, ora Mulki ha una stanza tutta per sé. È entrata nel programma Young Together sviluppato dal Consiglio Italiano per i Rifugiati e Refugees Welcome, che le ha dato la possibilità ci condividere casa e un pezzo della sua vita con ragazzi italiani suoi coetanei. Lo spirito del progetto è proprio questo: promuovere la convivenza reciproca fra giovani, italiani e rifugiati, perché dividere lo stesso appartamento è uno dei modi più naturali per conoscersi e superare pregiudizi e stereotipi.

"Avevamo una stanza libera e abbiamo pensato che vivere con qualcuno di un mondo così diverso fosse un’opportunità da cogliere". A proporlo è stata Erica, che è anche una attivista di Refugees Welcome e conosce bene il lavoro dell'associazione.

 

 

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Mentori per giovani migranti: a Palermo la seconda formazione.

"Ho un punto fermo nella vita: non rimanere indifferente rispetto a quello che succede".

Cosi si presenta Debora, insegnante palermitana, fra i partecipanti al secondo corso di formazione per aspiranti mentori che si è tenuto lo scorso fine settimana presso i Cantieri culturali alla Zisa, nell'ambito del progetto "Fianco a Fianco" che Refugees Welcome Italia realizza nel capoluogo siciliano assieme ad Unicef.

Assieme a lei altre 15 persone: impiegati, pensionati, lavoratori autonomi, medici, studenti, imprenditori, persone in cerca di occupazione, sia uomini, sia donne, di età compresa fra i 26 e i 65 anni. E' il secondo gruppo di volontari che è stato formato per dare supporto a giovani migranti arrivati in Italia da soli, senza famiglia, per sostenerli nel loro percorso di inclusione sociale e lavorativa. Tutti pronti a mettersi in gioco. Come Massimo, 55 anni, insegnante: "La principale motivazione è la certezza che l'incontro tra culture sia un pilastro fondamentale dello sviluppo delle comunità. I giovani che si trovano, spesso loro malgrado, a "giocare fuori casa" hanno bisogno di tutto il supporto di chi, invece, si trova nella sua comfort zone. Opero da un decennio come volontario nel settore dell'educazione interculturale e desidero e credo di essere capace adesso di poter fare di più e di poter dare il mio contributo». Oppure Salvatore, 60 anni, pensionato: "Sono pensionato e ho del tempo libero. Non ho mai fatto volontariato attivamente e, vedendo questo progetto, ho pensato che fosse giunto il momento di darmi da fare in prima persona".
"Ho viaggiato moltissimi anni in diversi paesi del centro America e in India. Ho tempo libero da trascorrere per qualcosa di costruttivo e duraturo. Sono stata straniera e porterò sempre le persone che mi hanno aiutato nel corso delle mie tappe. Credo sia giunto il momento per ricambiare", ci ha raccontato Silvia, 26 anni, studentessa universitaria.

Oltre l’80% dei minorenni non accompagnati che arrivano in Italia ha un’età compresa fra i 16 e i 17 anni. Si tratta, quindi, di adolescenti che, anche dopo il raggiungimento della maggiore età, continuano ad aver bisogno di essere sostenuti nel loro cammino. Spesso faticano a realizzare il loro potenziale e a mettere in pratica le loro capacità. Le reti di supporto professionale sono fondamentali, ma anche quelle informali possono essere di notevole aiuto e complementari: poter contare su qualcuno che conosca bene il Paese che li ospita e che li aiuti a far fronte alle piccole e grandi sfide che li attendono, può fare la differenza nella loro vita. Sperimentando la figura dei “mentori”, il progetto si propone di mobilitare la società civile affinché abbia un ruolo attivo nel facilitare i processi di inclusione sociale di migranti e rifugiati. Un mentore è un cittadino che, gratuitamente, sceglie di accompagnare un giovane migrante nel suo percorso in Italia, costruendo una relazione di fiducia e mettendo a disposizione le proprie risorse - sociali, relazionali, professionali. Il mentore ascolta, orienta, incoraggia, crea nuove connessioni, condivide conoscenze e competenze, attiva risorse e opportunità, dedica tempo, dà una mano nel risolvere problemi quotidiani.


Referente fund-raising

Refugees Welcome Italia è alla ricerca di un/una referente per l’area fundraising.

Ruolo

Il referente per l’area fundraising di Refugees Welcome Italia avrà l’obiettivo di accompagnare l’organizzazione nel suo percorso di strutturazione e consolidamento strategico dell’attività di raccolta fondi e di ingaggio dei diversi cluster di stakeholders al fine della sostenibilità e della crescita della missione.

Si tratta pertanto di una funzione chiave nelle politiche di sviluppo dell’organizzazione, chiamata a contribuire sia in termini di proposta sia di operatività per la riuscita delle attività rientranti sotto le sue competenze. Il profilo e le mansioni previste rappresentano un’opportunità di crescita sia per Refugees Welcome Italia che per il candidato, le cui capacità sono viste come chiave di successo per l’organizzazione tutta.

 

Requisiti

  • Conoscenza del fundraising, dei suoi principi e degli strumenti applicabili in funzione di specificità e obiettivi dell’organizzazione
  • Documentata esperienza almeno biennale, preferibilmente superiore, di gestione diretta di attività di fundraising in organizzazioni nonprofit di qualsiasi tipo
  • Capacità di lavorare in autonomia in ambiente smart, mantenendo adeguata focalizzazione e gestendo tempo e impegno in ragione degli obiettivi definiti
  • Attitudine all’analisi critica e alla definizione di soluzioni adeguate alle specificità del contesto in cui si opera
  • Eccellenti capacità di comunicazione scritta e orale
  • Buone doti relazionali, di ascolto e proposta

 

Titoli preferenziali

  • Costituisce titolo preferenziale la formazione specifica sul fundraising a livello accademico o professionalizzante
  • Parlare una seconda lingua
  • Aver svolto attività di volontariato

 

Proposta economica complessiva:

19.000 € oneri compresi + 1.000 € massimale rimborsi spese trasferta.

 

Inquadramento contrattuale

Partita IVA o contratto di collaborazione (in ragione delle specificità organizzative interne).

Per la funzione ricercata si può prevedere, pur in assenza di vincoli orari e temporali specifici, un impegno indicativo pari a 12 gg./mese FTE.

 

Durata dell'incarico

12 mesi, con prospettive di prosecuzione dell’attività. Decorrenza prevista: 15 febbraio 2020.

 

Sede di lavoro

Refugees Welcome Italia, in ragione della sua struttura ramificata territorialmente, non ha una sede operativa dedicata. La modalità di lavoro prevista è pertanto in smart working, in area Roma per un confronto con le figure decisionali e operative di riferimento. Disponibilità a trasferte su Milano in caso di necessità.

La figura farà riferimento diretto alla direzione dell’organizzazione e all’organo direttivo.

 

Principali mansioni

  • Supporto all’organizzazione nella definizione e nello sviluppo operativo di un piano di raccolta fondi, per quanto riguarda in particolare il fundraising da individui e da aziende. Il candidato sarà chiamato a contribuire all’elaborazione stessa del piano che dovrà mettere in atto, in collaborazione con i vertici decisionali dell’organizzazione ed eventuali figure esterne coinvolte. Si richiede in particolare l’elaborazione di almeno 3 iniziative/campagne di raccolta fondi da individui (multi-target e con adeguata scelta degli strumenti) e una campagna di corporate fundraising, da inserire in un piano complessivo a cui il candidato parteciperà in termini propositivi.
  • Sviluppo operativo di gestione delle iniziative definite nel piano generale di fundraising, in coordinamento con le funzioni interne deputate alla comunicazione e al raccordo dei gruppi territoriali che costituiscono l’articolazione funzionale di Refugees Welcome Italia a livello regionale
  • Organizzazione, gestione e sviluppo di un database relazionale interno, a partire dai dati già acquisiti e disponibili, da utilizzare per la pianificazione, l’operatività ed il monitoraggio di qualsiasi iniziativa di raccolta fondi e di engagement di sostenitori e potenziali sostenitori

 

Come candidarsi

Caricare il curriculum e lettera di motivazione (entro il 20 gennaio), indicante anche l’eventuale possesso di partita IVA e il relativo regime di assoggettamento, usando il modulo reperibile al link: http://forms.gle/nhb75YSM8hrSA3b68

 

Entrambi i documenti vanno caricati in PDF e nominati rispettivamente cognome_CV e cognome_lettera. Il curriculum  vitae va datato e sottoscritto dal candidato, deve essere reso in forma di dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà ai sensi dell’art. 47 del citato D.P.R. n. 445/2000, e deve prevedere l’autorizzazione al trattamento dei dati personali in base alla vigente normativa.

 

Per informazioni o necessità specifiche potete scrivere una mail alla segreteria di RWI.

I/le candidati/e il cui profilo sarà ritenuto idoneo saranno contattati per un colloquio conoscitivo e di approfondimento da svolgersi personalmente o via skype.


Mantova: così Paolo e Francesca hanno accolto Ahmed

Francesca Andreazzoli e Paolo Zani, entrambi insegnanti, sono sposati da circa un anno e mezzo e da qualche mese ospitano un 19enne somalo, Ahmed, rifugiato politico. Trent’anni lui, 29 lei, sono i primi mantovani ad aver aderito al progetto Refugees Welcome. Sarebbe troppo facile dire che marito e moglie abbiano deciso di “prendersi un immigrato a casa loro” come da ritornello social degli ultimi anni. La vicenda è un po’ più complessa o forse molto più semplice di quanto possa apparire, dipende dai punti di vista.

"Abbiamo saputo della possibilità di ospitare un rifugiato grazie ad una volontaria dell’associazione, una nostra amica – spiega Francesca – Ci abbiamo pensato su per qualche mese e poi abbiamo intrapreso il percorso che porta alla convivenza. È stata una scelta molto ragionata, Refugees ci ha affiancato e lo fa ancora con professionisti che stanno seguendo tutte le fasi del progetto". Ahmed è arrivato in Italia quando era ancora minorenne, scappava dalla guerra civile che ancora oggi dilania la Somalia. Dopo il passaggio allo Sprar di Mantova e l’acquisizione dello status di rifugiato, è entrato nel programma di Refugees welcome. La convivenza con Francesca e Paolo durerà sei mesi.

Per il futuro Ahmed ha le idee molto chiare: sta studiando per diventare mediatore culturale. Vuole rimanere a Mantova, la città che lo ha accolto e di cui conosce pregi e difetti. "Da quando Ahmed sta da noi – racconta Paolo – ho avuto la conferma di qualcosa che già pensavo: finché non hai un contatto diretto e quotidiano con qualcuno, non puoi dire di conoscerlo, tanto più se ha origini diverse dalle tue. Come sta andando la convivenza? Bene, cioè normale, non ci sono stati episodi particolari, come con tutti i coinquilini può nascere qualche incomprensione, tipo su chi ci mette troppo tempo a preparasi in bagno al mattino...". Insomma, sembra proprio che le barriere culturali che secondo qualcuno rendono impossibile la coesistenza tra popoli, a volte, in concreto, si riducano a discussione su docce troppo lunghe e simili.

Del resto l’idea di Refugees Welcome Italia è proprio questa: dimostrare con i fatti che la convivenza è possibile e che anzi non esiste altro modo di affrontare i fenomeni migratori se non attraverso la conoscenza reciproca.

Ahmed al momento studia alle serali e un paio di volte a settimana frequenta il Bonomi al mattino. Nel tempo libero fa il volontario per l’unione italiana ciechi. Paolo e Francesca insegnano in due istituti di Verona. La convivenza prosegue come se i tre fossero studenti universitari fuori sede ed è un elogio alla normalità. Si può fare.

 

Vincenzo Corrado, Gazzetta di Mantova


Lo sguardo di Abdullahi ci porta al centro ArtemiSta

Abdullahi tutte le mattine prende bus e tram e arriva al lavoro. I suoi orari, i suoi ragazzi e gli educatori di ArtemisTa, Torino, sono coprotagonisti della sua quotidianità.

Trough my eyes”, attraverso i miei occhi, è un racconto comunitario e immersivo che mette tutto il micro mondo di Abdullahi davanti e dietro la telecamere. Insomma, i “miei occhi” non si riassumono sono un unico punto di vista, ma diventano di volta in volta lo sguardo del protagonista o di qualcun’altro che oggi vive con lui.

Continua così il video partecipativo promosso promosso da Refugees Welcome Italia e finanziato nell’ambito del progetto Frame, voice, report! che sta coinvolgendo da qualche mese una documentarista, Beatrice Surano, e il ragazzo di origini somale che si trova in famiglia a Torino grazie all’attività dell’associazione nell’area torinese.

La mattinata parte per strada, alla fermata del tram, lungo i passi che il giovane percorre tutte le mattine, ma poi diventa corale quando Abdullahi entra nel laboratorio artistico e i ragazzi parlando con lui, parlano di lui e, soprattutto, iniziano a lavorare insieme.

L’occhio della videocamera si sposta di mano in mano: a volte guarda da fuori, grazie all’obiettivo di Beatrice Surano, per seguire in scala uno a uno la giornata di Abdullahi, ma continua con la mano (e gli occhi) di Abdullahi e degli altri ragazzi del centro.

Per la cronaca, la giornata inizia con l’incontro tra educatori e ragazzi per pianificare le attività giornaliere. Non c’è tanto tempo da concedere alle parole perché il laboratorio gestito dalla cooperativa Stranidea sta impacchettando tutti i lavori di ceramica da consegnare ai punti vendita in vista delle vendite di Natale.

Il lavoro di Abdullahi è questo: seguire insieme agli educatori i ragazzi nella produzione di manufatti artigianali.

“Facciamo di tutto - racconta il nostro protagonista - girando tra gli scaffali pieni: piatti, statuette, ciotole e anche oggetti più piccoli da regalare”.

Ma quelli che si trovano nel piccolo showroom sono l’ultimo passaggio del lavoro. Perché finita la riunione e la divisione dei compiti giornalieri, Abdullahi è pronto a vestire il suo grembiule per mescolare acqua e terra coi suoi ragazzi oppure stendere un panetto con il torchio per continuare la creazione di piatti e insalatiere. E mentre la radio propone pezzi anni Novanta che qualcuno canta, si continua a colorare il materiale crudo prima dell’ultimo passaggio in forno.

Una mattinata senza pause ma piena di entusiasmo che termina col pranzo tutti insieme, quando i ragazzi, in fila dietro ad Abdullahi lasciano il laboratorio e aspettano il pomeriggio che ogni volta riserva ulteriori attività e stimoli.


Ora sono finalmente in Europa!

Sono sbarcato a Lampedusa il 29 ottobre del 2016. Si, il mio è stato proprio quel tipo di viaggio della speranza di cui sentite tanto parlare: ho lasciato il Gambia quando ancora c’era la dittatura, attraversato Senegal, Mali, Algeria e Libia. E poi la barca. Quando sono arrivato sull’isola non mi sono preoccupato del posto in cui mi hanno messo, ero troppo contento di essere sopravvissuto e sapevo che era una soluzione provvisoria. Molti dei compagni conosciuti durante il viaggio volevano proseguire per l’alta Europa, ma non io. Io, non so perché, ho sentito che in Italia qualcosa mi tratteneva. Forse la lingua, perché l’italiano mi piace tanto, o forse qualcosa nelle persone. A Lampedusa ho conosciuto il signor Papalino e mi ha colpito molto. Lui ha una libreria e ci aiutava sempre tutti: ci faceva usare internet, ci insegnava le cose in italiano quando ancora non lo capivamo, era buono e gentile e non si arrabbiava nemmeno con quelli che facevano casino ed erano testoni. Ero stupito che lo facesse, perché non era il suo lavoro, non era obbligato. Lì ho capito che in Italia c’erano delle persone belle.
Ecco, la bellezza della lingua e Papalino sono le ragioni che mi hanno spinto a rimanere in Italia. Dopo un breve periodo a Lampedusa mi hanno portato al CAS di Castelnuovo di Porto, dove sono rimasto più di un anno. Non era il posto dove immaginavo di essere accolto in Europa. All’inizio ero talmente stupito che sono rimasto immobilizzato, poi ho capito che dovevo integrarmi, ho cominciato a studiare italiano e mi hanno iscritto alla Scuola media di Monterotondo dove ho preso la licenza.

Ma dal CAS di Castelnuovo era difficilissimo muoversi, perché passano pochi autobus e alle 9 di sera non ce ne è più nemmeno uno. Con altri ragazzi del centro, però, andavamo un po’ nei paesi quando potevamo, a Capena, Fiano e Castelnuovo, per conoscere un po’ le persone del posto e stare a contatto con la gente del paese. Volevo conoscere come è fatta l’Italia, come stanno le persone, la cultura. Volevo integrarmi. Ma al CAS mi sentivo in gabbia. Al CAS eravamo tantissimi e le stanze erano affollate, quindi per ragioni di sicurezza c’erano anche le guardie armate. Io capisco che è giusto preoccuparsi per la sicurezza, ma vengo da un paese in cui c’era una dittatura e a me le armi fanno paura, non si può stare tranquilli in una stanza dove ci sono uomini armati. Quando mi guardavo attorno in questa
situazione mi sembrava di non essere mai arrivato in Europa, pensavo di essere ancora in Libia.
Mentre ero lì ho fatto la Commissione e a distanza di quasi un anno, il 23 aprile 2018, ho avuto lo status di rifugiato. Quindi sono stato trasferito allo SPRAR di Mostacciano. Lì la situazione era molto meglio, eravamo una sessantina in tutto e le stanze erano da tre o quattro persone. Mi sono iscritto all’istituto professionale Cattaneo. Allo SPRAR mi hanno aiutato a trovare lavoro part time in un centro di riabilitazione per disabili, e il pomeriggio andavo a scuola. Ma in questa scuola non si studiava abbastanza, così ho cambiato e ora faccio il terzo anno di un istituto tecnico turistico. Ora studio bene, mi piace molto!
Dopo circa 8 mesi di SPRAR in cui uscivo la mattina per andare al lavoro e tornavo la sera dopo la scuola, l’assistente sociale mi ha mandato a chiamare e mi ha spiegato il progetto Refugees Welcome. Mi ha detto che ci sono delle famiglie italiane che ospitano i migranti a casa e che se l’idea mi interessava potevo iscrivermi. Io però non ero convinto perché avevo paura di dare fastidio a queste persone che non conoscevo e anche paura che loro potessero dare fastidio a me.
Ma siccome al Centro avrei potuto rimanere ancora pochi mesi soltanto, l’assistente sociale mi ha consigliato di iscrivermi a Refugees Welcome, altrimenti avrei dovuto pagarmi l’affitto e quindi lavorare a tempo pieno e lasciare perdere la scuola. Allora ho accettato di fare questa scommessa. Per me è stata una scommessa. Io sono una persona solitaria, non parlo molto, faccio le mie cose da
solo… non ero per niente convinto!!!

Dopo qualche mese sono stato chiamato. Ho fatto prima degli incontri con gli operatori, che mi hanno chiesto che cosa mi piaceva e cosa non mi piaceva e che tipo di famiglia avrei voluto. Dopo pochissimo, meno di un mese, mi hanno richiamato per dirmi che avevano trovato la famiglia. Così ci siamo incontrati tutti insieme, io, gli operatori di Refugees Welcome e la famiglia. Avevo paura, ansia, ero molto agitato….invece è stato facile! Ci siamo incontrati al laghetto dell’EUR con Massimo, Maria Grazia e Valerio, che è il loro figlio grande che ormai abita da solo. Era durante il Ramadan, quindi non potevamo nemmeno andare al bar!
Abbiamo fatto una passeggiata e poi il giorno dopo li ho rivisti e mi hanno invitato a vedere la casa. Ho capito subito che i miei pregiudizi erano sbagliati, che gli italiani non erano come pensavo negli ultimi mesi, che c’erano davvero persone come Papalino.
Cosa è cambiato per me da quando sto con loro? Fin da subito con loro mi son sentito trattato come un essere umano come tutti gli altri, cioè come ognuno dovrebbe essere trattato: come una persona. Dopo due settimane che stavo con loro hanno fatto addirittura una festa di benvenuto! E poi questa soluzione mi ha permesso di continuare gli studi e di avere speranza per il futuro. Ora oltre alla scuola faccio anche il servizio civile, faccio assistenza sociosanitaria a ragazzi disabili.
Una cosa mi ha stupito più di tutte: un giorno Massimo e Maria Grazia sono venuti a prendermi al centro. Il contratto di convivenza non era ancora finalizzato ma quando siamo andati a cena Massimo mi ha dato in mano qualcosa e mi ha detto “prenditi queste chiavi!”.
Io non me lo aspettavo davvero in quel momento, sono rimasto in silenzio perché non sapevo cosa dire ma è stata una cosa bellissima!
Sentire di nuovo la fiducia, poter di nuovo entrare e uscire quando mi pare mi ha fatto sentire libero come un uccello nel cielo. Il confronto diretto con le persone mi ha insegnato tanto di questa cultura: mangiamo insieme, ridiamo insieme, passeggiamo insieme, discutiamo…vivo come qualsiasi essere umano dovrebbe vivere, fuori e dentro la sua patria. ORA SONO ARRIVATO IN EUROPA!


Una nuova casa per Moussa.

Nuova convivenza a Palermo nell’ambito del progetto “Dalle esperienze al modello: l’accoglienza in famiglia come percorso di integrazione”, che ci vede collaborare con il comune per rafforzare la nostra esperienza di accoglienza in città.

Moussa ha 18 anni, viene dalla Guinea Conakri ed è arrivato in Italia da solo, ancora minorenne.

Oltre l’80% dei minorenni non accompagnati che arrivano in Italia ha un’età compresa fra i 16 e i 17 anni. Si tratta, quindi, di adolescenti che, anche dopo il raggiungimento della maggiore età, continuano ad aver bisogno di essere sostenuti nel loro cammino, perché spesso faticano a realizzare il loro potenziale e a mettere in pratica le loro capacità.

Come molti dei ragazzi nella sua situazione, una volta raggiunta la maggiore età ed uscito dal circuito dell'accoglienza, non aveva un posto dove andare. Maurizio e Luciana, con loro figlia Martina, hanno deciso di aprirgli le porte di casa.

Due giorni fa, hanno firmato il patto che ufficializza l'inizio del loro percorso insieme! Un'esperienza che li porterà a conoscersi e a condividere momenti di vita nel corso dei prossimi mesi.

 


"Prima gli ultimi": storie di chi non si è girato dall'altra parte.

In un momento in cui si chiudono i porti, si alzano muri, soffiano venti di razzismo, c'è anche chi apre le porte di casa per accogliere chi scappa da guerre e povertà. Nel libro di Rino Canzoneri, uscito per Edizioni Le Paoline, si raccontano le storie di chi, dinanzi a uno dei più grandi drammi del nostro tempo, quello delle migrazioni, ha scelto di non girarsi dall'altra parte, ma di accogliere, dare una mano a chi chiede aiuto. Sono storie di coppie che hanno adottato bambini di pochi mesi arrivati in barca da soli perché le loro mamme sono morte in mare; di bambini abbandonati da giovani donne che hanno subito violenza; di tutori volontari che hanno fatto di tutto per assicurare un futuro ad alcuni ragazzi e di persone che ospitano rifugiati o sostengono giovani migranti sino a portarli a traguardi impensabili. Fra queste ultime, anche tre persone - Lucia, Marco e Michela, che hanno aperto le porte ad un rifugiato grazie al nostro progetto.
L’altra sorpresa che documenta questo libro è quella che in questo rapporto col migrante chi lo accoglie vive sentimenti, emozioni, affetti, amore e trova una sorta di benessere, di felicità, ne ricava un arricchimento umano e culturale, scopre, chi l’avrebbe mai detto, che da questo incontro riceve molto di più di quanto dà.
Non si tratta, quindi, solo di gesti di altruismo, tanto per mettersi la coscienza a posto, ma di qualcosa di più grande, appagante, che dà serenità, il piacere di sentirsi utili, di vedere crescere e avviare verso una vita dignitosa chi invece era destinato a finire in chissà quale buco nero della nostra società.

“Prima gli ultimi” è un libro che trasuda di umanità. C’è il tutore volontario che ha fatto mille battaglie per far realizzare i sogni di un minorenne straniero non accompagnato. La coppia che ha preso in affido ed ha portato nella loro casa un ragazzo egiziano che viveva in comunità e lo ha avviato in un percorso di integrazione che gli assicurerà un futuro. E poi il caso di Rumon, ragazzo del Bangladesh che offriva rose agli ospiti dei ristoranti in cambio di qualche moneta e che grazie all’aiuto di un notaio, un
professore ed un ottico è diventato medico, ora specializzando in cardiologia. E quello di un ingegnere che ha rimesso a coltivazione il frutteto abbandonato e riattivato la sua piccola falegnameria dismessa per dare un’occupazione a due giovani africani che bussavano alla sua cascina chiedendo di poter lavorare.
E ancora la coppia che ha ospitato in casa una ragazza nigeriana incinta di otto mesi destinata a finire per strada. Si sono occupati di lei come una figlia, facendole fare tutte le visite ed i controlli necessari e tenendogli la mano la notte in sala parto. Ed è nato un legame indissolubile ed una felicità immensa quando è venuta alla luce, in una notte tutta bianca, la piccola Isabella. Un'altra coppia con due bambini ha ospitato un ragazzo nigeriano. I vicini erano impauriti e diffidenti ma poi, conoscendolo, non potevano fare a meno di lui. E i piccoli cercavano sempre Madou per giocare e divertirsi con lui.
Infine la storia di un intero quartiere di Palermo, quello dell’albergheria, che accoglie migranti provenienti da diciassette paesi stranieri. “Qui siamo tutti mischiati e viviamo felici e contenti”, dicono i suoi abitanti.

Sono storie di eroi silenziosi e sconosciuti che nel dare affetto e solidarietà agli altri hanno scoperto che donando si riceve più di quello che si dà.