Sostenere l'inclusione, una relazione alla volta

Servizio Famiglie Accoglienti: vi raccontiamo i primi sei mesi del progetto

Nei primi sei mesi del 2026 il Servizio Famiglie Accoglienti, realizzato in collaborazione con Roma Capitale, ha consolidato le attività avviate all’inizio dell’anno e posto le basi per una sperimentazione che punta a costruire percorsi di inclusione fondati sulle relazioni, sulla partecipazione della comunità e sull’autonomia delle persone.

Il report che pubblichiamo oggi racconta il lavoro svolto tra gennaio e giugno, con un approfondimento dedicato alle attività del mese di giugno. Sei mesi nei quali il progetto è cresciuto progressivamente, raggiungendo 8 convivenze attive ( un’altra fine luglio ) e sviluppando oltre 50 percorsi di mentoring, in linea con gli obiettivi previsti per il primo anno della sperimentazione. I numeri sono importanti ma raccontano solo una parte del lavoro. Dietro ogni convivenza, ogni percorso di mentoring e ogni nuova adesione c’è un investimento quotidiano di competenze, relazioni e lavoro di rete che rende possibile costruire percorsi di inclusione realmente efficaci e duraturi.

L’accoglienza in famiglia rappresenta uno degli strumenti attraverso cui il progetto promuove l’inclusione, ma non è l’unico. Attorno a ogni convivenza e a ogni percorso di mentoring si sviluppa un lavoro articolato che comprende l’ascolto dei bisogni, la costruzione delle relazioni, il monitoraggio costante dei percorsi, l’orientamento ai servizi, il sostegno nell’accesso alla casa, al lavoro e alla formazione e il coinvolgimento della comunità locale. L’obiettivo è creare le condizioni perché ogni persona possa rafforzare la propria autonomia e costruire una rete di relazioni significativa e duratura.

Per raggiungere questo obiettivo lavora ogni giorno un’équipe multidisciplinare composta da assistenti sociali, psicologhe, caseworker e figure di coordinamento. Complessivamente, nei primi sei mesi sono stati realizzati oltre 168 colloqui di profilazione e valutazione, fondamentali per conoscere le persone, comprenderne bisogni, aspettative e potenzialità e costruire gli abbinamenti più adatti tra famiglie, mentor e persone con background migratorio. Nel solo mese di giugno i colloqui sono stati 33. Accanto a questo, sono stati realizzati decine di incontri di monitoraggio individuali, riunioni di coordinamento e momenti di confronto con i servizi territoriali. Sono attività che raramente emergono nei numeri finali, ma che rappresentano il cuore del progetto e rendono possibili percorsi di inclusione solidi e sostenibili nel tempo.

Complessivamente, nei primi sei mesi il Servizio ha accompagnato in modo personalizzato oltre 50 persone, costruendo insieme a ciascuna un percorso calibrato sui bisogni, le risorse e gli obiettivi individuali. L’équipe affianca le persone nell’orientamento al lavoro, alla formazione e all’università, nella ricerca di un’abitazione autonoma, nell’accesso ai servizi sanitari, nel disbrigo delle pratiche amministrative e nel raccordo con la rete territoriale per individuare le opportunità più adatte. Ogni percorso è diverso dall’altro e richiede competenze specifiche, tempi differenti e un costante lavoro di confronto con la persona e con i servizi coinvolti.

Accanto a questo accompagnamento, garantito a tutte le persone che partecipano al progetto, nei primi sei mesi il Servizio ha seguito 5 situazioni particolarmente complesse, caratterizzate da vulnerabilità di natura abitativa, sanitaria o psicologica, che hanno richiesto un supporto multidisciplinare più intenso e continuativo.

Il progetto prevede inoltre la possibilità di contributi economici personalizzati, pensati non come forme di assistenza, ma come strumenti per rimuovere ostacoli concreti e favorire l’autonomia delle persone. Nei primi mesi di attività queste risorse hanno consentito, ad esempio, di sostenere la frequenza di corsi di lingua italiana, l’acquisto del materiale didattico necessario e l’accompagnamento nelle delicate fasi di transizione abitativa. Interventi mirati, definiti insieme alle persone coinvolte, che rendono concretamente accessibili opportunità di formazione, inclusione e indipendenza e contribuiscono a trasformare un progetto individuale in un percorso realmente sostenibile nel tempo.

Il lavoro si estende ben oltre la relazione tra le persone coinvolte. In questi mesi il Servizio Famiglie Accoglienti ha rafforzato la collaborazione con Municipi, ASL, CPIA, scuole, università e organizzazioni del Terzo settore, partecipando a incontri istituzionali, tavoli di coordinamento e iniziative territoriali. Ha inoltre contribuito alla Comunità di Pratica sull’Alternative Care, promossa da UNICEF insieme a CNCA, portando l’esperienza dell’accoglienza in famiglia nel confronto nazionale sui percorsi di inclusione. Costruire una rete significa fare in modo che ogni persona possa contare non solo sulla relazione con una famiglia o con un mentor, ma anche su una comunità capace di attivare risorse e opportunità.

Un ruolo importante è stato dedicato anche alla comunicazione e alla sensibilizzazione. Far conoscere il progetto significa raggiungere nuove famiglie, nuovi mentor e nuove persone disponibili a mettersi in gioco. Nei primi sei mesi sono state realizzate campagne di comunicazione online e offline, attività sui social, incontri pubblici ed eventi sul territorio. La campagna dedicata alla ricerca di nuove famiglie ha raggiunto 44.000 persone, generato 75.000 visualizzazioni e 1.689 clic. L’analisi dei risultati ci ha permesso di individuare alcuni elementi da migliorare nel percorso di adesione e di riprogettarlo, semplificando il contatto con il Servizio. Una scelta che ha già prodotto i primi risultati, con 7 nuove manifestazioni di interesse raccolte nelle prime settimane dal rilancio della campagna. Anche questo fa parte della sperimentazione: osservare, imparare e migliorare continuamente.

Questi primi sei mesi raccontano una sperimentazione che cresce passo dopo passo. I numeri sono importanti e ci dicono che il progetto sta procedendo in linea con gli obiettivi previsti. Ma raccontano solo una parte del lavoro. Dietro ogni convivenza, ogni percorso di mentoring e ogni nuova adesione c’è un investimento quotidiano di competenze, relazioni e lavoro di rete che rende possibile costruire percorsi di inclusione realmente efficaci e duraturi.

Le storie dietro i numeri

Dietro questi numeri ci sono persone che hanno trovato un punto di riferimento per orientarsi in una nuova città, giovani che stanno proseguendo il proprio percorso universitario, persone che hanno iniziato un nuovo lavoro o stanno cercando una casa autonoma dopo aver raggiunto una maggiore stabilità. Ci sono persone arrivate attraverso un corridoio umanitario che oggi imparano l’italiano e costruiscono nuove relazioni, altre che hanno superato momenti di particolare vulnerabilità grazie a un accompagnamento costante e altre ancora che, dopo essere state accolte, partecipano oggi attivamente alla comunità di Refugees Welcome Italia, mettendo la propria esperienza a disposizione di chi inizia ora il proprio percorso.

Sono storie diverse, accomunate dalla stessa convinzione che ispira il Servizio Famiglie Accoglienti: l’inclusione non nasce da un singolo intervento, ma da un percorso costruito insieme, fatto di relazioni di fiducia, partecipazione e sostegno reciproco. È così che, una relazione alla volta, si costruiscono comunità più aperte e inclusive.


Il nostro lavoro non si ferma: cambia

Con il Patto europeo su migrazione e asilo si apre una nuova fase. Il nostro lavoro continua.

A giugno 2026 il Patto europeo su migrazione e asilo è entrato nella sua fase di applicazione. Dopo anni di negoziati, il nuovo quadro normativo europeo diventa operativo negli Stati membri e apre una nuova fase delle politiche migratorie dell’Unione europea.

Non si tratta di una rottura con il passato, ma della conferma di una direzione che l’UE segue ormai da anni: un approccio sempre più orientato alla deterrenza, al contenimento e alla sicurezza. Il modello Fortezza Europa che sta progressivamente comprimendo il diritto d’asilo e i diritti fondamentali delle persone migranti e rifugiate.

Negli ultimi anni, però, Refugees Welcome Italia non è rimasta a guardare.

Attraverso la Roadmap sul diritto d’asilo, promossa dal Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose, abbiamo costruito, un percorso collettivo di advocacy, mobilitazione e confronto. Abbiamo incontrato le istituzioni italiane e quelle europee, anche a Bruxelles, portando le istanze della società civile nel dibattito sul nuovo Patto. Allo stesso tempo, abbiamo promosso assemblee territoriali, iniziative pubbliche e percorsi di formazione per rafforzare la partecipazione e coinvolgere sempre più persone nella difesa del diritto d’asilo.

Questo lavoro si è intrecciato con quello del Tavolo Asilo e Immigrazione, attraverso il quale abbiamo contribuito all’elaborazione di analisi, raccomandazioni e proposte sulle nuove norme europee e sulla loro attuazione. Il Patto è stato approvato, ma il lavoro di questi anni ha costruito competenze, alleanze e strumenti che da oggi avranno un ruolo ancora più importante.

Il nostro lavoro non si ferma. Cambia.

Ora che il  Patto è diventato realtà e una parte decisiva della sfida si gioca sulla sua applicazione. Molte delle nuove norme lasciano agli Stati membri margini di discrezionalità che possono fare una differenza significativa nella vita delle persone. È su quelle scelte che vogliamo continuare a incidere, affinché l’attuazione del Patto avvenga nel pieno rispetto dei diritti fondamentali.

Da questo percorso nasce Roadmap 2.0, promosso dal Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose, con l’obiettivo di rafforzare il monitoraggio indipendente dell’attuazione del Patto nei territori. Vogliamo costruire una rete di sentinelle locali: persone, associazioni e comunità capaci di osservare ciò che accade, raccogliere evidenze, documentare criticità e violazioni, chiedere trasparenza e trasformare quanto emergerà in proposte concrete di cambiamento.

Continueremo inoltre a contrastare l’espansione della detenzione amministrativa e, insieme al Tavolo Asilo e Immigrazione, proseguiremo il monitoraggio dei CPR, contribuendo alla realizzazione del terzo rapporto sui Centri di permanenza per il rimpatrio e continuando a osservare quanto accade nei centri realizzati dall’Italia in Albania.

Proseguiremo anche la nostra collaborazione con le organizzazioni internazionali, nella convinzione che il confronto tra soggetti con ruoli e responsabilità diverse sia essenziale per promuovere politiche migratorie più giuste e, allo stesso tempo, per rafforzare il nostro lavoro al fianco delle persone migranti rifugiate in Italia e il nostro impatto sui territori.

Con la stessa attenzione seguiremo gli sviluppi del nuovo Regolamento Rimpatri, continuando a portare analisi, proposte e raccomandazioni nel confronto con le istituzioni italiane ed europee.

Accanto a questo proseguiremo a fare ciò che facciamo ogni giorno: creare relazioni, sostenere i percorsi di inclusione e lavorare perché ogni persona possa vedere riconosciute le proprie aspirazioni, competenze e potenzialità, costruendo il proprio futuro sentendosi parte della comunità.


Renditi conto: i centri in Albania

Il Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI) lancia la campagna “RENDITI CONTO – Centri in Albania. Il costo non è solo economico”, focalizzata sui costi umani e democratici dei centri per persone migranti costruiti dal governo Meloni in Albania.

La campagna prende forma sui canali digitali simulando l’alert di un inatteso addebito di ben 74 milioni di euro per la costruzione dei centri in Albania – la sola spesa pienamente documentabile del Protocollo Italia-Albania, dati dal Report Trattenuti, ActionAid 2025 – e mette in luce alcuni aspetti del cosiddetto “modello Albania” rimasti sempre in ombra.

Al di là del costo economico esorbitante di questo progetto che ha sottratto fondi alla collettività, “RENDITI CONTO” punta un faro su ciò che troppo spesso resta invisibile: i costi umani, sociali e democratici del modello Albania.

Il costo umano dei centri

Il costo più alto di questi centri lo pagano proprio le persone trattenute: isolate, private della libertà personale, spostate senza informazioni su destinazione e ragioni del trasferimento; persone che vedono i propri diritti alla salute e alla cura ostacolati, con accesso limitato alla tutela legale e per le quali anche la comunicazione con i familiari risulta estremamente difficile. Molte delle persone trattenute sperimentano una situazione di grave sofferenza psicologica, che porta a un’ampia somministrazione di psicofarmaci così come a ripetuti atti di autolesionismo, tentativi di suicidio compresi.

“Sono sempre solo, ho paura” oppure “Appena qualcuno mi dice qualcosa, io piango” o ancora “Volevo il contratto, ma nessuno me lo ha fatto”: sono alcune delle eloquenti testimonianze delle persone trattenute raccolte durante le visite ai centri effettuate dal TAI.

Il costo democratico

Accanto al costo umano c’è un costo democratico: l’accesso alle informazioni è limitato anche per i parlamentari, una mancanza di trasparenza che diventa opacità diffusa per i cittadini e sottrazione al controllo dell’opinione pubblica. Organizzazioni della società civile, operatori e operatrici dell’informazione e persino delegazioni parlamentari in visita ai centri hanno incontrato diverse difficoltà nell’ottenere dati essenziali sul numero delle persone trattenute, sulle procedure applicate e sulle condizioni di permanenza nei centri. Come se i centri italiani in Albania fossero luoghi in cui non vige lo stato di diritto.

Il costo economico

Infine, esiste un costo economico che ricade sull’intera collettività: oltre 670 milioni di euro fino al 2028 stando a quanto preventivato dal governo. Risorse sottratte a servizi davvero essenziali che andrebbero a beneficio di tutta la società: asili nido, scuole, ospedali, posti in terapia intensiva, borse di specializzazione per il personale sanitario, potenziamento dei servizi socio-sanitari, assistenziali e di welfare.
Nati per trattenere persone migranti soccorse in mare e gestirne le procedure accelerate di asilo lontano dal nostro territorio e poi trasformati in luoghi di detenzione amministrativa per persone già trattenute nei CPR italiani, i centri italiani di Shëngjin e Gjadër sono apparsi da subito problematici e resta irrisolta la questione della compatibilità di questo modello con il diritto europeo.

La campagna

Grazie alla collaborazione con alcuni parlamentari italiani ed europei il TAI ha avuto accesso ai centri e condotto un monitoraggio indipendente, con cui ha denunciato gravi criticità sul piano dei diritti, della trasparenza e delle garanzie sia nella fase iniziale del progetto, sia nella sua successiva estensione al trattenimento delle persone provenienti dai CPR italiani.

Quanto accade in Albania non riguarda soltanto le persone trattenute, ma l’intera società italiana: a Shëngjin e Gjadër vengono attuate pratiche che ledono la tutela dei diritti e la qualità della democrazia, in Italia e in Europa. Per questo il TAI da tempo chiede la chiusura dei centri in Albania, in quanto luoghi di sofferenza non riformabili.

Lungi dall’essere una risposta efficace a esigenze reali, con i centri oltre Adriatico il governo italiano sta sperimentando una forma inedita di delocalizzazione, che sposta la frontiera oltre i confini nazionali e normalizza l’idea che sia possibile comprimere diritti e garanzie in spazi sempre più distanti dagli occhi dei cittadini e dal controllo pubblico. Un preoccupate salto di qualità nelle politiche di esternalizzazione, in atto da diversi anni anche a livello europeo, che non può essere corretto, ma che deve solo essere eliminato. Per tutti questi motivi il TAI torna a chiedere con forza la chiusura dei centri e l’abbandono definitivo del modello Albania.

Fanno parte del Tavolo Asilo e Immigrazione:

A Buon Diritto, ACLI, ActionAid, Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo, Amnesty International Italia, ARCI, ASGI, Avvocato di strada ONLUS, Caritas Italiana, Casa dei diritti, sociali, Centro Astalli, CGIL, CIES, CIR, CNCA, Commissione migranti e GPIC Missionari Comboniani Italia, Comunità di Sant’Egidio, Comunità Papa Giovanni XXIII, CONNGI, Emergency, Ero Straniero, Europasilo, FCEI, Fondazione Migrantes, Forum per cambiare l’ordine delle cose, International Rescue Committee Italia, Intersos, Legambiente, Medici del Mondo Italia, Medici per i Diritti Umani, Movimento italiani senza cittadinanza, Medici Senza Frontiere Italia, Oxfam Italia, Re.Co.Sol, Red Nova, Refugees Welcome Italia, Salesiani per il sociale, Save the Children, Senza confine, SIMM (Società Italiana di Medicina delle Migrazioni), UIL, UNIRE.


H:OUSE: quando la comunità diventa casa

Come si costruisce una società più inclusiva? A volte la risposta parte da una casa, ma non si ferma alle sue mura.

È questo il cuore di H:OUSE – Housing to Overcome Unstable Situations in Europe, il progetto europeo cofinanziato dall’AMIF che riunisce nove organizzazioni e istituzioni di cinque Paesi europei con l’obiettivo di sperimentare nuove forme di integrazione basate sul coinvolgimento diretto delle comunità locali.

Nel mese di maggio, i partner del progetto si sono incontrati a Budapest per fare il punto sui pilot avviati nei diversi territori e condividere risultati, sfide e prospettive future. Il confronto ha confermato come la community sponsorship e le iniziative comunitarie rappresentino strumenti concreti per favorire l’inclusione di persone rifugiate e migranti, mettendo in rete istituzioni, associazioni e cittadinanza attiva.

Tra le esperienze raccolte nel nuovo volume Pilot Projects and Policy Recommendations c’è anche quella di Ravenna, sviluppata dal Comune di Ravenna insieme a Refugees Welcome Italia e a una rete di realtà del territorio.

Il pilot sperimenta un modello innovativo di co-housing comunitario ospitato in un appartamento ristrutturato dal Comune e rivolto a persone migranti che, pur avendo un lavoro, continuano a incontrare ostacoli nell’accesso al mercato abitativo. L’iniziativa è stata progettata insieme alle comunità diasporiche, che partecipano attivamente alla selezione dei partecipanti e ai percorsi di inclusione. Accanto all’alloggio, il progetto offre mediazione interculturale, formazione sui diritti e doveri degli inquilini, corsi di lingua e percorsi di accompagnamento verso l’autonomia abitativa.

L’obiettivo è andare oltre la semplice risposta a un bisogno abitativo, costruendo un sistema di responsabilità condivisa che coinvolga enti pubblici, società civile e volontariato. Un approccio che mette al centro le relazioni e riconosce il ruolo delle comunità come attori fondamentali dell’inclusione.

Il volume pubblicato dal progetto raccoglie inoltre una serie di raccomandazioni politiche rivolte ai governi nazionali e alle istituzioni europee. Tra queste, la richiesta di riconoscere formalmente i programmi di community sponsorship, investire risorse pubbliche dedicate, rafforzare il ruolo degli enti locali e dei mediatori culturali e promuovere un quadro europeo comune capace di sostenere e diffondere queste pratiche.

Le esperienze raccolte da H:OUSE dimostrano che l’integrazione funziona meglio quando è un processo condiviso. Quando istituzioni, organizzazioni e cittadini collaborano, la casa diventa molto più di uno spazio fisico: diventa una comunità capace di accogliere, sostenere e creare opportunità.

Per Refugees Welcome Italia, partecipare a questo percorso significa continuare a promuovere un modello di accoglienza basato sulla prossimità, sulla fiducia e sulla convinzione che l’inclusione sia una responsabilità collettiva.


Percorsi di inclusione a rischio per chi arriva solo in Italia

DDL Immigrazione, allarme di 27 Organizzazioni: percorsi di inclusione a rischio per chi arriva solo in Italia. 27 Organizzazioni della società civile chiedono a Governo e Parlamento di non interrompere, tramite la limitazione del sostegno a 19 anni, i percorsi di inclusione degli adolescenti migranti arrivati soli in Italia durante la minore età e di garantire il mantenimento delle tutele previste dalla L.47/2017 (“Legge Zampa”) nell’attuazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo.
  
In occasione dell’incardinamento del Disegno di Legge Immigrazione (S. 1869) in Commissione Affari Costituzionali del Senato, 27 Organizzazioni della società civile impegnate nella tutela dei minori migranti richiamano l’attenzione su alcuni elementi del provvedimento che rischiano di incidere in modo significativo sulla vita di migliaia di adolescenti arrivati soli in Italia.
Negli ultimi anni, la Legge 47/2017 (“Legge Zampa”) ha reso possibile costruire percorsi concreti di protezione e integrazione, riconosciuti anche a livello europeo. Grazie a questi strumenti, molti giovani hanno potuto studiare, formarsi, lavorare e iniziare a costruire il proprio futuro.

Oggi, alcune delle modifiche previste dal DDL rischiano di indebolire proprio quelle leve che permettono a questi percorsi di diventare stabili e duraturi.

Tra queste, il ridimensionamento del “prosieguo amministrativo” desta particolare preoccupazione: si tratta dello strumento che oggi consente ai neomaggiorenni di continuare ad essere accompagnati nella difficile transizione all’età adulta e dopo aver compiuto la maggiore età, al massimo fino ai 21 anni, completando studi, formazione e inserimento lavorativo. Il DDL contiene una norma che limita categoricamente questo periodo di prolungato sostegno nell’accoglienza a 19 anni.

“Ridurre tassativamente il tempo massimo del sostegno al compimento dei 19 anni, come intende fare il DDL in esame, è una scelta di cui non comprendiamo le ragioni – dichiarano le organizzazioni – e sappiamo che essa può significare, in molti casi, impedire ai ragazzi e alle ragazze di raggiungere la stabilità necessaria alla loro inclusione positiva nella società. Tale riduzione comporterebbe inoltre, nei fatti, una disparità di trattamento tra i minori non accompagnati e i minori affidati a comunità di tipo familiare o in affido familiare a seguito di un provvedimento di allontanamento dal nucleo familiare, i quali possono fruire del prosieguo nel sostegno fino a 21 anni”.
L’esperienza quotidiana nei territori mostra con chiarezza che il passaggio alla maggiore età è una fase delicatissima, soprattutto per chi non ha una rete familiare. È proprio in questo momento che la continuità del supporto fa la differenza tra un percorso che si consolida e uno che si interrompe, con il rischio di scivolare in condizioni di vulnerabilità e marginalità, che portano con sé il rischio di ricadute nello sfruttamento.

Preoccupano inoltre le modifiche previste in materia di rimpatrio assistito, che spostano il baricentro decisionale dall’autorità giudiziaria a quella amministrativa. Si tratta di decisioni che incidono profondamente sui diritti e sul futuro dei minori e che richiedono, per loro natura, le massime garanzie e un’attenzione piena al superiore interesse del minore.
Il DDL contiene anche lo schema di legge delega relativo all’attuazione dei Regolamenti e della Direttiva discendenti dal Patto europeo sulla migrazione e l’asilo: un complesso di disposizioni che può avere un impatto di forte riduzione delle tutele per i minori non accompagnati, in particolare in termini di procedure accelerate, qualità della tutela e trattenimento durante le procedure di screening dopo l’arrivo.

Le organizzazioni firmatarie, forti dell’esperienza maturata sul campo, rivolgono quindi un invito al Governo, promotore del DDL, e al Parlamento, che dovrà esaminarlo, affinché la discussione del provvedimento rappresenti un’occasione per rafforzare, e non ridurre, la qualità del sistema di tutela.

In particolare, si chiede di:
– preservare il prosieguo amministrativo, mantenendo la possibilità di una valutazione caso per caso fino ai 21 anni e di richiederlo anche dopo il compimento del diciottesimo anno di età;
– tutelare le garanzie procedurali e il diritto all’ascolto dei giovani coinvolti;
– mantenere in capo al Tribunale per i minorenni la competenza a decidere sul rimpatrio assistito;
– assicurare la piena tutela dei minori non accompagnati sin dal momento del loro arrivo in Italia nell’attuazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo.

Non si tratta solo di norme, ma di percorsi reali: di ragazzi e ragazze che stanno cercando di diventare autonomi, di trovare il proprio posto nella società, di contribuire al contesto in cui vivono. Accompagnarli fino in fondo non è un costo: è un investimento che produce inclusione, stabilità e coesione.

Promuovono l’appello: ActionAid, Ai.Bi. Amici dei Bambini, Amnesty International Italia, Associazione Agevolando, ASGI, ARCI, Caritas Italiana, Centro Astalli, CeSPI, CIDAS, CIES ONLUS, CIR – Consiglio Italiano per i Rifugiati, CISMAI, Cooperativa CivicoZero, CNCA, Defence for Children International, Fondazione Migrantes, Fondazione Terre des Hommes Italia, ICS – Consorzio Italiano di Solidarietà, International Rescue Committee Italia, Intersos, Oxfam Italia, Refugees Welcome Italia, Salesiani per il Sociale, Save the Children Italia, SOS Villaggi dei Bambini, Tutori in Rete.


Avviso pubblico per selezione progetto FAMI OASI

Avviso per l’affidamento di un servizio di formazione e accompagnamento in Community Organizing per Agenti Sociali Territoriali (AST). Progetto O.A.S.I. Lazio – PROG-965 | CUP F81B24000440007. Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione (FAMI) 2021-2027

WP3 – Promozione della partecipazione attiva dei cittadini migranti

Allegato tecnico

 

 


Marcia degli invisibili: vi aspettiamo in piazza

Negli ultimi decenni, e con particolare intensità negli anni più recenti, sulle persone migranti e rifugiate sono state sperimentate politiche sempre più discriminatorie, repressive e criminalizzanti, alimentate da un clima diffuso di razzismo.

La destra, a livello globale, europeo e italiano, costruisce consenso alimentando rancore sociale, producendo marginalità e irregolarità, e spingendo sull’accelerazione di un vero e proprio razzismo di Stato.

Allo stesso tempo, l’assenza di un’alternativa politica e culturale credibile – dovuta anche a un approccio spesso timido, miope o subordinato delle forze democratiche e di sinistra – ha aperto lo spazio a un’egemonia del razzismo come elemento strutturale delle nostre società. Un processo che ha reso possibile la progressiva erosione dei diritti fondamentali, fino alla negazione del diritto alla vita, come accade da anni nel Mediterraneo.

Milioni di persone di origine straniera e persone razzializzate, che contribuiscono in modo determinante al benessere del Paese, restano escluse dal dibattito pubblico che le riguarda. Sono rese invisibili da una classe dirigente segnata da razzismo e classismo e da un sistema dell’informazione concentrato quasi esclusivamente sulle dinamiche della politica istituzionale. Allo stesso tempo, sono quotidianamente esposte a micro-aggressioni, discorsi d’odio, discriminazioni e pratiche di profilazione razziale.

Anche il movimento antirazzista, in Italia e a livello internazionale, è da anni oggetto di attacchi e processi di criminalizzazione da parte di chi ha investito politicamente sull’espansione dello spazio del razzismo.

Il percorso di convergenza avviato dalla rete NoKings nasce anche dall’esigenza di aprire uno spazio reale per le istanze delle persone migranti e rifugiate.

Refugees Welcome Italia aderisce e sostiene questo percorso di mobilitazione, riconoscendone l’urgenza e la necessità di riportare al centro del dibattito pubblico diritti, dignità e partecipazione.

Oggi è urgente restituire visibilità e voce a chi troppo spesso ne è privato. È necessario portare nello spazio pubblico, e nelle piazze, le tante vertenze che animano da anni le mobilitazioni sociali e il movimento antirazzista.

Le richieste

Chiudere definitivamente la stagione della detenzione amministrativa, con l’abolizione dei CPR.

Annullare gli accordi di esternalizzazione delle frontiere – dal Memorandum con la Libia a quello con la Tunisia, fino al Protocollo con l’Albania e agli accordi UE con Paesi terzi – che producono violenza, violazioni dei diritti e morte.

Istituire con urgenza un programma europeo di ricerca e soccorso in mare e rimuovere tutte le norme che ostacolano l’azione delle ONG.

Superare radicalmente il sistema dei decreti flussi e introdurre percorsi strutturali di regolarizzazione per chi vive e lavora in Italia.

Ribaltare l’impostazione del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, contrastando la logica dei muri e investendo su accoglienza diffusa e diritti.

Riformare la legge sulla cittadinanza, riconoscendo pienamente chi nasce o cresce in Italia e superando un sistema fondato su concessione, merito e reddito.

Garantire la libertà di movimento per chi cerca lavoro e protezione, unica alternativa reale al traffico di esseri umani.

L’appello

Per tutte queste ragioni, rivolgiamo un appello a organizzazioni, movimenti, reti sociali e a tutte le persone che credono nel principio di uguaglianza: scendiamo in piazza il 28 marzo, nell’ambito della mobilitazione TOGETHER, promossa dalla rete NoKings, contro ogni forma di razzismo.

Diamo appuntamento sabato mattina alle ore 12 a Roma, davanti alla fermata Colosseo (metro B), per partecipare alla Marcia degli Invisibili e convergere poi nel grande corteo del pomeriggio, in partenza da Piazza della Repubblica.


Progetto AMIF-HOUSE: aggiornamenti

Questa newsletter presenta gli aggiornamenti più recenti sulle attività pilota del progetto H:OUSE, attualmente in corso in Italia, Ungheria, Grecia, Irlanda e Slovenia.

In questa edizione vengono raccontate alcune delle iniziative realizzate a Padova (Italia), Budapest (Ungheria) e Novo mesto (Slovenia). I progetti pilota si concentrano sul rafforzamento di percorsi di inclusione basati sulla comunità attraverso formazione linguistica, mediazione interculturale, educazione finanziaria e iniziative di coinvolgimento del quartiere.

Di seguito una panoramica dei progressi e dei primi risultati.

La cooperativa Il Sestante a Padova sta sviluppando una serie di attività pilota finalizzate a promuovere l’inclusione e la vita quotidiana all’interno di percorsi di abitare comunitario.

L’iniziativa coinvolge comunità migranti, associazioni locali, sponsor e leader di comunità, offrendo opportunità di apprendimento pratico in spazi aperti alla cittadinanza come la Casa di Quartiere.

Tra i principali corsi attivati:

Italiano per la vita quotidiana – per sviluppare competenze linguistiche utili nelle situazioni di tutti i giorni

My Home – orientamento all’accesso alla casa e comprensione dei diritti degli inquilini

Counting on Me! – educazione finanziaria per favorire l’autonomia abitativa

Ogni secondo sabato del mese si svolge inoltre Neighborhood Connections – Proximity Festival.

Questo evento ricorrente promuove diritto alla casa, empowerment e interazione sociale attraverso workshop, momenti di scambio di competenze e condivisione di esperienze personali. L’iniziativa contribuisce a rafforzare fiducia, autonomia e relazioni comunitarie durature.

Il partner Artemisszió sta sostenendo attività pilota a Budapest, in Ungheria.

Presso Mira Ház, corsi di lingua ungherese guidati da volontari e rivolti ai nuovi arrivati affrontano una delle principali barriere all’accesso alla casa: le difficoltà di comunicazione e i fraintendimenti con proprietari e istituzioni.

Il programma offre percorsi di apprendimento linguistico strutturati e coinvolgenti per persone provenienti da contesti culturali diversi e con differenti livelli di competenza linguistica.

I corsi si concentrano su situazioni concrete della vita quotidiana, tra cui: comunicare con i proprietari di casa; comprendere i contratti di affitto; orientarsi nelle procedure amministrative quotidiane

Tra luglio e dicembre 2025, oltre 100 partecipanti si sono iscritti al programma, a testimonianza del forte interesse e della fiducia nei confronti dell’iniziativa.

Dopo una formazione specifica sull’insegnamento dell’ungherese come lingua straniera, 16 insegnanti volontari hanno tenuto lezioni settimanali dal lunedì al venerdì.

Le attività si svolgono in piccoli gruppi, con livelli dal principiante al B2, permettendo ai partecipanti di acquisire competenze comunicative pratiche e maggiore sicurezza nella vita quotidiana e nelle questioni legate all’abitare.

Il partner ZRC SAZU sta sostenendo attività pilota in diverse aree della Slovenia.

A Novo mesto è stato completato un programma di 30 ore di formazione sulla mediazione interculturale, realizzato da DRPD (Association for Developing Voluntary Work Novo mesto).

Il programma ha combinato contenuti teorici e simulazioni pratiche approfondite.

La formazione ha previsto otto sessioni strutturate, oltre a momenti di lavoro autonomo, e ha affrontato diversi temi, tra cui: comunicazione interculturale; funzionamento delle istituzioni pubbliche; questioni legate all’abitare e al lavoro; strumenti digitali di supporto; etica e risoluzione dei conflitti; pratica della mediazione attraverso simulazioni guidate

La formazione è stata realizzata in collaborazione con esperti e organizzazioni partner, tra cui specialisti in psicologia organizzativa e educazione ai diritti umani, oltre a Slovenska Filantropija.

Per saperne di più sul progetto H:OUSE, visita il sito:
https://house-project.org/

Oppure segui gli aggiornamenti del progetto su Facebook e LinkedIn.

Co-finanziato dall’Unione Europea.
Le opinioni espresse sono esclusivamente quelle degli autori e non riflettono necessariamente quelle dell’Unione Europea o della Commissione Europea. Né l’Unione Europea né la Commissione Europea possono essere ritenute responsabili per tali contenuti.


Regolamento Rimpatri: perché va respinto

L’11 marzo 2025 la Commissione europea ha presentato una proposta di Regolamento sui rimpatri destinata a sostituire l’attuale Direttiva. Il testo, che sarà votato a giorni dal Parlamento europeo, ha un obiettivo esplicito: aumentare il numero di espulsioni di persone senza permesso di soggiorno nell’Unione europea.

Refugees Welcome Italia, insieme ad altre organizzazioni della società civile, chiede da tempo che questa proposta venga respinta. Il regolamento rischia infatti di rafforzare un approccio sempre più punitivo alla gestione delle migrazioni, basato su detenzione, sorveglianza e deportazioni.

“Rimpatri” o deportazioni?

Nel testo della Commissione si parla di “rimpatri”. Molte organizzazioni della società civile, tuttavia, preferiscono utilizzare il termine “deportazioni”, perché la proposta si fonda in larga parte su strumenti coercitivi e sull’uso crescente della detenzione e dell’allontanamento forzato. Anche il cosiddetto “ritorno volontario” previsto dal regolamento è spesso fuorviante: nella pratica corrisponde più a una “partenza volontaria” obbligata, cioè alla possibilità di lasciare il territorio dopo aver ricevuto un ordine di espulsione, piuttosto che a una scelta realmente libera e informata.

Le misure più controverse

La proposta rafforza significativamente i poteri degli Stati membri per individuare, controllare, detenere ed espellere persone in situazione irregolare, partendo dal presupposto che le deportazioni siano lo strumento principale per ridurre l’irregolarità.

Tra gli elementi più controversi:

la possibilità di deportare persone verso paesi con cui non hanno alcun legame, inclusi paesi di semplice transito o addirittura paesi in cui non sono mai stati;

la creazione di “hub di rimpatrio” in paesi terzi, centri fuori dall’Unione europea dove trattenere le persone in attesa di espulsione;

l’estensione della detenzione amministrativa fino a 24 mesi;

un aumento della sorveglianza digitale e della condivisione di dati personali;

obblighi più severi di cooperazione per le persone destinatarie di un ordine di espulsione, con sanzioni in caso di mancata collaborazione.

Inoltre, il regolamento riduce in modo significativo le garanzie procedurali. In particolare, il ricorso contro un’espulsione non sospende più automaticamente l’allontanamento: una persona potrebbe quindi essere espulsə mentre il suo caso è ancora davanti a un giudice.

Secondo Refugees Welcome Italia, questa impostazione ignora le cause che portano molte persone a vivere senza documenti e non prende in considerazione percorsi di regolarizzazione, protezione o inclusione sociale.

Il rischio di una deriva repressiva

Queste politiche rischiano di separare famiglie, ampliare l’uso della detenzione e spingere sempre più persone in una condizione di precarietà giuridica. Allo stesso tempo, la gestione delle migrazioni verrebbe sempre più affidata anche ad attori privati nel settore della sicurezza e della sorveglianza.

Le immagini delle operazioni di deportazione negli Stati Uniti, con agenti che prelevano persone dalle loro case all’alba e famiglie separate nelle strade, mostrano cosa accade quando le politiche migratorie vengono costruite intorno alla logica della repressione. Il rischio è che anche l’Europa imbocchi una strada simile.

Un’altra direzione è possibile

Tutte le persone vogliono vivere in sicurezza e contribuire alle comunità di cui fanno parte. Per questo le politiche europee dovrebbero investire in protezione, inclusione e vie legali e sicure di ingresso, invece che in espulsioni e controllo.

Refugees Welcome Italia chiede alle istituzioni europee di:

respingere il regolamento nella sua forma attuale;

fermare l’esternalizzazione delle politiche migratorie verso paesi terzi e aziende private;

investire in diritti, protezione e percorsi di inclusione.

L’Europa deve scegliere dignità, solidarietà e diritti umani. Non politiche che rischiano di trasformare la migrazione in un problema di sicurezza e le persone in bersagli da espellere.

Firma l’appello per chiedere alle istituzioni europee di non approvare il Regolamento.

Qui il link per leggere l’analisi completa e dettagliata delle criticità.

Qui la lista delle 207 organizzazioni che hanno sottoscritto l’appello.


Cutro, tre anni dopo: verità, giustizia e responsabilità politica

Tra il 25 e il 26 febbraio 2023 un’imbarcazione in legno con a bordo circa 200 persone si è spezzata a poche decine di metri dalla costa di Steccato di Cutro, in Calabria. Almeno 94 persone hanno perso la vita, tra cui 34 bambine e bambini. Un numero imprecisato risulta ancora disperso.

La riva era visibile. L’Italia era lì.

Nonostante le segnalazioni di pericolo e l’evidente stato di difficoltà dell’imbarcazione, non venne attivata un’operazione di ricerca e soccorso. L’intervento fu inizialmente qualificato come un’azione di polizia, finalizzata al contrasto dell’immigrazione irregolare, e non come emergenza di salvataggio in mare.

Quelle vite si potevano salvare.

È in corso il processo che dovrà accertare eventuali responsabilità penali per quanto accaduto quella notte. Sei funzionari della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di non aver avviato tempestivamente il soccorso che avrebbe potuto prevenire o ridurre il numero delle vittime. I capi di accusa sono naufragio colposo e omicidio colposo plurimo.

Il tribunale dovrà stabilire se vi siano state omissioni o ritardi nella gestione dell’allarme e nella qualificazione dell’intervento. L’Italia, in base alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e alle convenzioni internazionali sulla ricerca e soccorso in mare (SAR e SOLAS), ha l’obbligo di intervenire tempestivamente quando vite umane sono in pericolo nelle proprie acque.

Oltre cinquanta sopravvissuti e familiari delle persone decedute si sono costituiti parte civile. Amnesty International segue il procedimento come osservatrice, sottolineando che il diritto alla verità e alla giustizia è parte integrante della tutela dei diritti fondamentali.

Ma Cutro non è solo una vicenda giudiziaria e umana. È la conseguenza di una scelta politica.

Negli ultimi anni i governi italiani, nel quadro delle politiche europee di gestione delle frontiere, hanno progressivamente privilegiato la deterrenza e il controllo degli arrivi rispetto alla protezione effettiva delle persone. Il cosiddetto “decreto ONG” ha imposto alle navi impegnate nei salvataggi restrizioni operative, fermi amministrativi e l’assegnazione di porti lontani, riducendone la capacità di intervento.

Parallelamente, il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo consolida un’impostazione centrata su procedure accelerate di frontiera, ampliamento della detenzione amministrativa, rafforzamento dei rimpatri ed esternalizzazione dei controlli verso paesi terzi. Un impianto che rafforza la dimensione securitaria della gestione migratoria senza prevedere un sistema europeo strutturale di ricerca e soccorso né un ampliamento significativo e proporzionato dei canali legali di ingresso.

In questo quadro, il Mediterraneo centrale continua a essere una delle rotte migratorie più letali al mondo. Dopo le recenti tempeste, l’ipotesi iniziale parlava di circa 380 dispersi, ma si stima che possano essere fino a mille le persone partite durante quei giorni di maltempo di cui non si hanno più notizie. Chi si trova in mare in condizioni simili lo fa perché non ha alternative sicure.

Vincenzo Luciano, pescatore di Cutro, è stato tra i primi a entrare in acqua quella mattina di tre anni fa. Per settimane ha recuperato corpi tra le onde. “Ho preso in braccio un bambino di tre anni, aveva ancora gli occhi aperti. Credevo fosse vivo”. Da allora non è più tornato a pescare. “Il giorno prima peschi, quello dopo vedi i corpi sulla spiaggia. È una cosa che non si può dimenticare”.

Evitare che tutto questo si ripeta richiede decisioni politiche precise.

Significa: ripristinare e rafforzare un sistema pubblico di ricerca e soccorso tempestivo, coordinato e adeguatamente finanziato; cessare la criminalizzazione e le restrizioni operative nei confronti delle navi impegnate nel salvataggio di vite umane; garantire piena attuazione agli obblighi internazionali sul diritto alla vita e sul soccorso in mare; ampliare in modo significativo i canali legali e sicuri di ingresso, incluse vie umanitarie, ricongiungimenti familiari e programmi di reinsediamento; riorientare le politiche europee dalla deterrenza alla protezione effettiva delle persone.

Il processo potrà accertare responsabilità individuali.
Ma evitare nuove morti è responsabilità della politica.