Strage di Cutro, un anno dopo

“Non dimenticatevi di noi, non dimenticatevi di chi è ancora in mare. Non lasciateci soli e alzate la vostra voce”.

È passato un anno dalla strage di Cutro, il naufragio al largo delle coste calabresi in cui più di novanta persone, in prevalenza provenienti dall’Afghanistan, persero la vita e molte altre finirono dispese. Le parole dei superstiti continuano a riecheggiare in noi come un monito.  Da allora, purtroppo, nulla è cambiato. Nel Mediterraneo si continua morire: 2500 vittime nel 2023, già 100 da inizio anno, una media di quattro persone al giorno.

Una ecatombe di innocenti che non è frutto del fato o responsabilità di chi parte non avendo altra scelta, ma è conseguenza di una precisa volontà politica che, a livello nazionale ed europeo, si traduce, da anni, in una serie di provvedimenti finalizzati a impedire alla persone in cerca di protezione o di una vita migliore di entrare in Europa in modo sicuro e legale, ad esternalizzare il controllo delle frontiere, basti pensare all’accordo con la Libia, e a criminalizzare la solidarietà e il soccorso in mare. 

Le politiche di chiusura e deterrenza hanno ampiamente dimostrato di essere fallimentari e di favorire il traffico e la tratta di esseri umani, rendendo più lunghi e pericolosi i viaggi per arrivare in Europa. Nonostante questo, a livello istituzionale la direzione seguita rimane la stessa, anzi peggiora. Le modifiche legislative della maggioranza al governo del Paese hanno preso di mira alcuni principi a fondamento della nostra civiltà giuridica, il nostro sistema di accoglienza viene progressivamente smantellato e sempre più persone vengono recluse subito dopo l’ingresso in Europa. Il decreto legge 20/2023, convertito in Ddl 591/2023, ha introdotto misure sempre più rigide per ridurre la capacità delle ONG, attive nel Mediterraneo, di essere presenti in mare e di effettuare soccorsi. Il provvedimento restringe lo spazio di protezione e aumenta le vulnerabilità, smantellando l’istituto della protezione speciale, gettando in uno stato di irregolarità molte persone da tempo in Italia e prevedendo, tra le altre cose, nuove procedure di inammissibilità e l’aumento delle procedure accelerate di frontiera e della detenzione amministrativa. L’accordo stretto tra Italia e Albania si inserisce in questo solco. Solo una settimana fa la Commissione LIBE del Parlamento europeo ha approvato il pacchetto completo del nuovo Patto migrazione e asilo che verrà votato in via definitiva ad aprile. Il documento, che ridefinisce la legislazione europea in materia, rischia di compromettere seriamente l’esercizio del diritto di asilo e di causare ancora più sofferenza a chi cerca protezione in Europa. Oltre a istituzionalizzare l’uso generalizzato della procedura accelerata e della detenzione per richiedenti asilo e ad intensificare i respingimenti, il patto non prevede nulla in materia di soccorso e di passaggi sicuri.

Non ci stancheremo mai di ripeterlo: finché non saranno incrementate vie di accesso legali e sicure e si ostacoleranno i salvataggi, le persone continueranno ad affidarsi a pericolosi trafficanti e nel Mediterraneo si continuerà a morire. Questo è inaccettabilePer questo chiediamo, al governo italiano e all’Unione Europea, di:

  • creare una missione europea di soccorso e salvataggio in mare;
  • ampliare i corridoi umanitari, estendendoli a tutte le zone di crisi, per permettere alle persone che hanno bisogno di protezione di arrivare in Europa in sicurezza,
  • incrementare le  vie di ingresso legali come visti per lavoro, studio, semplificare i ricongiungimenti familiari e ampliare la platea di chi può accedervi.

La migrazione è un fenomeno strutturale delle società contemporanee  che non può essere bloccato ma deve essere gestito, garantendo accoglienza, protezione e tutela dei diritti umani per ogni essere umano. 


Il Patto europeo migrazioni e asilo non deve essere approvato

Il percorso del Patto europeo migrazioni e asilo è alle battute finali per poter essere approvato definitivamente dal parlamento europeo entro il prossimo aprile, prima della conclusione della legislatura. Il testo, infatti, sarà esaminato il prossimo 14 febbraio all’interno della commissione Libe del parlamento, che si occupa, tra le altre cose, di diritti umani e lotta alla discriminazione all’interno dell’Ue. E per l’occasione una vasta coalizione di organizzazioni della società civile si sta mobilitando.  

Il Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose, il Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA), Rivolti ai Balcani, Europasilo, Italy must act, Refugees Welcome Italia, Mediterranea Saving Humans, Recosol e Stop Border Violence hanno già lanciato nelle scorse settimane una “Road Map per il diritto d’asilo e la libertà di movimento” che sta attraversando l’Italia, dal Nord al Sud, per informare e sensibilizzare le cittadinanze sui contenuti del testo che, se sarà approvato così come è stato definito nel dicembre scorso nell’intesa trovata tra Commissione e Parlamento produrrà nuove tragedie dell’immigrazione e renderà l’Europa ancor di più una cupa fortezza con uno sgretolamento dello stato di diritto e del livello di democrazia interna, così scrivono le organizzazioni promotrici in un appello rivolto ai parlamentari europei. Detenzione generalizzata, respingimenti, procedure di frontiera: il documento propone infatti un approccio securitario che ha già dimostrato di essere fallimentare e che si tradurrà in un sistema disumano, ma anche costoso ed inefficace.

La rete ha infatti elaborato varie simulazioni che dimostrano come il Patto Europeo migrazioni e asilo rappresenti una strategia profondamente sbagliata perché fondata su azioni di chiusura e aumento dei muri fisici ed elettronici e nuovi respingimenti. Soprattutto i regolamenti screening e procedure prevedono la creazione di centri di detenzione alle frontiere in cui sarà possibile trattenere tutte le persone che hanno scarso successo di poter ricevere asilo, anche le famiglie con minori. Cifre alla mano, nei casi di crisi, di pressione attiva, infine, normale, abbiamo scoperto che oltre alla violazione dei diritti umani che il Patto comporta, c’è un problema di fattibilità di questo piano, e che proprio l’Italia ne pagherebbe il prezzo più alto. 

Il piano prevede inoltre il rafforzamento delle politiche di esternalizzazione con il coinvolgimento nella gestione dei flussi migratori di Paesi terzi, l’espansione della nozione di “Paese terzo sicuro” che consentirà di rimpatriare forzatamente le persone in paesi che sicuri non sono, l’uso della  profilazione razziale. Le misure di solidarietà introdotte, flessibili e poco chiare, non paiono risolvere i problemi strutturali del sistema di accoglienza e garantire una equa ridistribuzione delle persone in arrivo.

Per questo, chiediamo in queste ore ai/alle parlamentari italian*, di ogni estrazione politica, di non votare il Patto europeo migrazioni e asilo, perché provocherebbe un pessimo impatto sulla società tutta, e si tratta di un compromesso al ribasso che non fa né gli interessi delle persone rifugiate, né quelli dei paesi di primo ingresso come l’Italia, né quelli dell’Europa come entità democratica. Ma anche perché il voto negativo dei parlamentari italiani avrebbe il profondo significato politico di restituire all’Europa e al Parlamento lo scettro di una sovranità ormai perduta.


Accordo Italia-Albania: audizione alla Camera dei Deputati

La Direttrice di Refugees Welcome Italia, Fabiana Musicco, è stata audita, come rappresentante del Tavolo Asilo, dalle Commissioni riunite della Camera Affari costituzionali e Affari esteri, nell’ambito dell’esame del disegno di legge sulla ratifica ed esecuzione del Protocollo tra il Governo della Repubblica italiana e il Consiglio dei ministri della Repubblica di Albania per il rafforzamento della collaborazione in materia migratoria. Durante l’audizione, abbiamo ribadito la contrarietà del Tavolo Asilo, sottolineando i diversi aspetti critici e i profili di illegalità.

Qui di seguito riportiamo l’intervento, visibile a questo link.

Prima di entrare nel merito dei punti controversi di questo accordo e dei profili a nostro parere di illegittimità e di impraticabilità dello stesso, è necessario sottolineare che questo piano di esternalizzazione senza precedenti non ha alcuna ragione di essere proposto: i numeri dei flussi delle migrazioni forzate sono stabili da diversi anni e non possono essere  considerati “emergenza” per l’Italia, che nel 2022 era al diciassettesimo posto tra i 27 Paesi UE per richiedenti asilo in proporzione al numero di abitanti (fonte Eurostat); le pressioni sui porti del sud sono dettate da una straordinaria incapacità di gestione degli ingressi e della grave assenza di una missione pubblica di ricerca e salvataggio che assicurerebbe arrivi in sicurezza e dignità.

Le organizzazioni che compongono il Tavolo Asilo esprimono forte preoccupazione per i continui interventi del governo in materia di immigrazione e asilo, volti a criminalizzare le partenze, ad alimentare un senso di preoccupazione ed emergenza nell’opinione pubblica, fino ad arrivare alla previsione di questa esternalizzazione che ci pare tanto inefficace quanto difficilmente praticabile.

Il d.d.l. delinea in modo più chiaro rispetto al Protocollo siglato i contorni dell’operazione che il Governo vuole condurre mediante l’implementazione dell’accordo siglato con l’Albania. Si tratta di una estensione della giurisdizione italiana senza allargamento di sovranità fuori dai confini nazionali, volta a creare in territorio albanese una sorta di enclave italiana, destinata esclusivamente alla detenzione (amministrativa e penale) degli stranieri considerati “irregolari”, uno spazio di detenzione extraterritoriale, finora sconosciuto nel nostro ordinamento. 

Non sono chiarite le modalità attraverso le quali si prevede di garantire il rispetto dei diritti fondamentali dello straniero sottoposto alle nuove procedure, né le modalità attraverso le quali si prevede di mettere in pratica le nuove previsioni rispetto alle molte e diverse fattispecie che si potranno presentare e come verranno individuate e selezionate le persone appartenenti a categorie per le quali la procedura accelerata non è applicabile secondo la normativa vigente: ad esempio, se venissero tratti in salvo donne incinta e/o con minori, persone con profili di vulnerabilità, minori non accompagnati, persone che sono inespellibili, chi e quando valuterà la loro idoneità a essere portati e trattenuti nei nuovi centri? In che tempi avverrà questa fase di selezione, smistamento, ricollocamento in Italia, accesso alla domanda di asilo e alle misure disposte nel sistema di accoglienza ? 

Principali punti di criticità 

Fase di selezione e convalida 

  • Dove si fa la selezione e chi la fa
  • Chi fa la convalida del trattenimento 
  • Qual è la procedura che verrà utilizzata per riportare in Italia delle persone che non sono trattenibili: tempi, modalità, ecc

DOVE SI FA LA SELEZIONE E DOVE SI DETERMINA IL TRATTENIMENTO

Il legislatore ha previsto un trattenimento generalizzato delle persone che vengono salvate in mare dalle nostre navi militari e trasferite in Albania

Questo appare un capovolgimento di prospettiva rispetto all’art. 13 Cost. e la individualità del trattenimento. Ricordiamo che il trattenimento collettivo è vietato nel nostro ordinamento dal Testo Unico Immigrazione (art. 9 ss). Tale modus operandi è contrario anche all’art. 19 TUI che impone dei limiti all’operare della P.A,  limiti derivanti dall’art. 10 della Cost. (come insegna la Cassazione).

Pertanto va previsto necessariamente un passaggio sul nostro territorio al fine di una convalida del trattenimento fatto in modo individuale e personale, al fine di non tacciare di incostituzionalità l’intero provvedimento.

Ricordiamo che la Costituzione affida la convalida all’organo giurisdizionale e non alla legge (art. 13 Cost. e 111 comma 7 Cost). Inoltre, i provvedimenti che incidono sulla libertà personale devono essere pronunciati da Giudici Ordinari e devono essere motivati e ricorribili in Cassazione.

Il Tavolo asilo è inoltre preoccupato per la non esatta conformità alla normativa europea in materia di diritto di asilo e protezione delle persone, in particolare riguardo all’effettivo ricorso e tutela giurisdizionale, ad esempio per quel che riguarda la libertà di nomina di un difensore e di effettività della difesa. Ricordiamo a noi stessi che l’esercizio del diritto di difesa inizia con la scelta del proprio difensore.

Il Legislatore a questo proposito prevede una procedura nuova rispetto a quanto previsto sia in sede penale e in sede civile (art. 122 cpp e 83 cpc) dove la procura è conferita attraverso atto pubblico o scrittura privata autenticata da un soggetto con poteri di certificazione quali un Notaio, un messo Comunale o un cancelliere del Tribunale. i codici di procedura prevedono anche la certificazione di autentica della firma, da parte dello stesso difensore anche con firma certificata. Per le persone già detenute si affida la certificazione di autenticazione della firma anche al direttore del Carcere.

Il legislatore, contrariamente a quanto detto, prevede all’art. 4 comma 2 una procedura del tutto anomala affidando ad un operatore di polizia di Stato un potere di attestazione di cui non si comprende il valore. Potrebbe essere una mera attestazione di conformità della copia trasmessa all’originale in suo deposito, ma non si comprende chi sia il soggetto che ne certifica l’autenticità portando ad una radicale nullità del documento.

I principi e le garanzie del sistema europeo sul diritto di asilo non si possono applicare nella sua interezza, perché prevedono alcune garanzie che non possono essere rispettate in questi centri, in particolare:

1) il trattenimento generalizzato di tutti i richiedenti protezione internazionale nelle strutture ubicate nel territorio albanese è in chiaro contrasto con il diritto dell’Unione ed in particolare con la Direttiva 3013/33/UE. La detenzione del richiedente protezione internazionale nel diritto UE va sempre considerata una extrema ratio che può essere disposta in casi specifici e non sono disponibili concretamente modalità di accoglienza meno afflittive (art. 8 direttiva 2013/33/UE). Nessuna previsione in tal senso è presente nel DDL AC 1620. V

Salvo un rinvio generico all’applicabilità del diritto europeo in materia di protezione internazionale, il testo del DDL AC 1620 tace del tutto sulla condizione giuridica di coloro cui verrà riconosciuta la protezione internazionale o speciale, ovvero sul loro diritto a soggiornare in Italia, su come possano concretamente accedere al territorio italiano e sulle misure di accoglienza che verrebbero loro assicurate.

Non è inoltre chiaro se i centri da realizzarsi in Albania saranno destinati alle procedure di esame delle domande di protezione internazionale e in particolare alle procedure di frontiera o al rimpatrio, ma alle persone condotte nei centri sarebbe impedito di uscire, subendo di fatto un regime di detenzione automatica e prolungata, senza una chiara base legale. 

Desta in ogni caso preoccupazione il fatto che le persone trattenute dovranno essere immediatamente trasferite fuori dall’Albania una volta che “venga meno, per qualsiasi causa, il titolo di permanenza nelle strutture”. Non è inoltre chiaro cosa succederà ai richiedenti asilo che non ottengano risposta entro i 28 giorni previsti dalla procedura accelerata. 

Chi potrà essere portato nei centri in Albania

L’art. 3 co. 2 d.d.l. chiarisce che nei centri di futura costruzione “possono essere condotte esclusivamente persone imbarcate su mezzi delle autorità italiane all’esterno del mare territoriale della Repubblica o di altri Stati membri dell’Unione europea, anche a seguito di operazioni di soccorso”.

Non è più citata nel d.d.l. l’esclusione dalla nuova procedura dei minori e dei soggetti vulnerabili, che pure è stata più volte data per pacifica (era inserita nel Protocollo).  Dal momento che secondo la normativa italiana i minori non possono essere trattenuti in ragione della loro condizione di irregolarità, una volta riconosciuti come tali essi dovrebbero essere immediatamente trasferiti in strutture collocate in Italia, e idonee alla loro accoglienza; ma il d.d.l. non spende una parola sul punto, lasciando al percorso parlamentare l’onere di colmare questa gravissima lacuna nella regolamentazione del progetto. 

  • Viene minato il diritto alla difesa garantito dall’art 24 della Costituzione

Nel DDL è scritto che il responsabile del centro in Albania “adotta le misure necessarie a garantire il tempestivo e pieno esercizio del diritto di difesa dello straniero”, elidendo le garanzie dell’articolo 133 ter comma 7 e 8, cpp. 

Questo affidamento alla assoluta discrezionalità del gestore del centro (che scavalca anche le prerogative del giudice) delle modalità concrete di esercizio del diritto di difesa fa sorgere gravi perplessità di legittimità costituzionale rispetto all’art. 24 Cost. 

Problemi concreti che si porranno e saranno impossibili da risolvere in modo adeguato: 

  • come e da chi verranno informati gli stranieri della possibilità di nominare un avvocato? 
  • verrà fornita loro una lista di avvocati del foro di Roma (indicato come competente a decidere)? 
  • come si potrà garantire un’effettiva difesa quando l’avvocato si trova addirittura in un altro Stato, e non vi è possibilità di un incontro, a meno di intraprendere un viaggio di diverse ore?
  • come sarà accertato se lo straniero si trova in condizioni fisiche e psicologiche compatibili con lo stato di detenzione?
  • come potrà l’avvocato ricevere la procura alle liti civile per i ricorsi dei diniegati e per gli imputati raccogliere la procura per riti alternativi, costituzione di parte civile, ricorso in appello e in cassazione ?

convalida: la convalida dovrebbe essere fatta necessariamente in Italia, quindi tra le assurdità della vicenda c’è che le persone andrebbero selezionate e convalidate in Italia, e poi portate in Albania. Non si può fare su una nave questo tipo di procedura. Tale convalida andrebbe fatta entro 48 ore da quando sei stato trattenuto. Per arrivare da zona Sar nella quale sei stato salvato a centri in Albania, sono passati già 4-5 gg

Costi per questa operazione 

Va inoltre considerato che, pur senza avere già stime puntuali, possiamo certamente stimare un evidente maggior costo (si ipotizza 10 volte tanto) per realizzare la medesima procedura che si potrebbe realizzare in Italia, senza ulteriori benefici in termini di efficacia ed efficienza dell’azione amministrativa, e senza una copertura della legge di bilancio. 

Ci troveremo di fronte a una sproporzione di investimenti rispetto all’effettivo numero di persone che verranno coinvolte da questa procedura.

Regole di detenzione nei centri e garanzie dell’internato

Non è dato sapere quali sono le garanzie di cui gode in questi campi di internamento e detenzione, l’internato, ed il detenuto. Infatti per i CPR in italia ogni Prefettura prevede un regolamento interno alla struttura. Qui non è dato sapere quali saranno le regole di convivenza all’interno del campo, con una totale arbitrarietà di comportamenti da parte della P.a. in luoghi in cui non è prevista nè l’ispezione dei parlamentari della repubblica, né la visita dei difensori di persona.

Natura giuridica dei centri di prossima costruzione in Albania

  • Il disegno di legge chiarisce che si tratterà di entrambe le tipologie di centri di detenzione amministrativa (hotspot e CPR). L’art. 3 del d.d.l. dispone infatti al co. 4 che alcune strutture siano equiparate a quelle previste dall’art. 10 ter del TUI, che prevede la possibilità di creare, all’interno dei “punti di crisi” ove viene gestita nelle zone di frontiera la fase di prima accoglienza, appositi luoghi di trattenimento per stranieri irregolari o richiedenti protezione per i quali si profili il rischio di fuga;; ma dispone altresì che sia allestita una “struttura per il rimpatrio”, equiparata ai centri previsti dall’art. 14 TUI, ove sono disciplinati i CPR. Il percorso della detenzione amministrativa deve insomma trovare, nel disegno legislativo, piena e completa attuazione nel territorio albanese, tanto nella fase di identificazione e prima valutazione delle domande, quanto in quella successiva di esecuzione dell’eventuale decisione di rimpatrio; e solo “in casi eccezionali”, su decisione del responsabile del centro, lo straniero “può essere trasferito in strutture situate nel territorio italiano” (art. 3 co. 6).

NORME DI PROCEDURA PENALE INSERITE NELL’ART. 4 COMMA 6 ESS

Il conferimento di procure al patteggiamento, o ad altri riti premiali, non essendo previsto l’incontro del difensore con l’imputato al fine di raccoglierne la procura speciale. La possibilità di proporre appello contro le sentenze, dove oggi la riforma Cartabia  prevede una nuova nomina ad hoc. così per il Ricorso in cassazione dove è previsto il conferimento di una nuova procura. Inoltre, l’interruzione del processo in corso, in presenza di espulsione, con la declaratoria di non luogo a procedere viola il diritto dell’imputato a ottenere una assoluzione nel merito. 


Patto Europeo è la pietra tombale sul diritto di asilo

Detenzioni, respingimenti, procedure di frontiera: l’accordo ripropone un approccio securitario che rischia di avere effetti devastanti sui diritti di chi cerca protezione in Europa e causerà ancora più sofferenza.

ll Consiglio e il Parlamento dell’Unione Eeuropea hanno trovato un accordo sui cinque punti principali del Patto su migrazione e asilo, che definirà il futuro delle politiche europee in materia. Il compromesso raggiunto non è un “momento storico”, come alcuni esponenti politici hanno affermato, ma rappresenta una pagina nera nella storia dell’UE. È il fallimento di un’idea di Europa in grado di garantire protezione e sicurezza a chi fugge da guerre e persecuzioni. 

L’accordo è l’ennesima riproposizione di un approccio securitario da “fortezza Europa” che ha ampiamente dimostrato di essere fallimentare e che rischia di compromettere seriamente l’esercizio del diritto di asilo. Invece di introdurre soluzioni in grado di garantire una maggiore protezione alle persone in fuga da conflitti e persecuzioni, questo patto rischia di dar vita ad un sistema disumano, costoso e inefficace, con un impatto devastante sui diritti umani e sul sistema di protezione in materia di asilo. Migliaia di persone, inclusi bambini e bambine, rischiano di essere trattenute in quelli che sono di fatto centri di detenzione alle frontiere.

Il Patto prevede infatti l’uso obbligatorio delle procedure di frontiera, che si tradurrà in situazioni di detenzione prolungata con limitato accesso ad assistenza legale, l’incremento dei respingimenti alla frontiera che hanno causato negli anni gravi violenze e violazioni dei diritti umani, il rafforzamento delle politiche di esternalizzazione con il coinvolgimento nella gestione dei flussi migratori di Paesi terzi, l’espansione della nozione di “Paese terzo sicuro” che consentirà di rimpatriare forzatamente le persone in paesi che sicuri non sono, la normalizzazione dell’uso arbitrario della detenzione per migranti (compresi bambini e famiglie), l’uso della  profilazione razziale. Nessuna reale forma di solidarietà che possa risolvere i problemi strutturali del sistema di accoglienza e garantire una equa ridistribuzione delle persone in arrivo.

È un momento drammatico per chi cerca di protezione in Europa. Il patto è un compromesso politico, fatto sulla pelle delle persone, che non affronta alla radice le questioni irrisolte, ma perpetua una logica securitaria e pericolosa che causerà ancora più sofferenza. Qualsiasi riforma del sistema di asilo dovrebbe porre al centro i diritti delle persone, per questo l’accordo tradisce i valori fondanti dell’Unione europea”, afferma Fabiana Musicco, Direttrice di Refugees Welcome Italia.


Per un cessate il fuoco permanente e una soluzione politica.

La fragile tregua ottenuta per Gaza è il frutto di una lunga mediazione internazionale, ma servono un cessate il fuoco permanente e una vera soluzione politica per una prospettiva concreta di pace e giustizia.

Il 7 ottobre Hamas ha ucciso e rapito civili inermi nelle loro case, per strada, a un festival sottraendoli alle loro famiglie. È stato un attacco che ha colpito prevalentemente civili ebrei israeliani, tra cui bambini, anziani, attivisti storici per la pace e contro l’occupazione ma anche lavoratori migranti, palestinesi con passaporto israeliano o residenti in Israele. Sono seguite settimane di bombardamenti indiscriminati da parte del governo israeliano contro la popolazione di Gaza, con scuole ed ospedali divenuti cimiteri. Più di un milione di palestinesi è stato costretto a lasciare le proprie case per dirigersi nel sud di Gaza, che non è più un luogo sicuro. Non ci sono corridoi umanitari adeguati, acqua, cibo, energia. In Cisgiordania, è cresciuta esponenzialmente la violenza da parte di coloni armati contro la popolazione civile palestinese.

Davanti a questi orrori, l’opinione pubblica internazionale in Europa si è polarizzata, con il ritorno di gravissimi episodi di antisemitismo e islamofobia, riportandoci alla retorica dello scontro di civiltà che ha fatto danni enormi negli ultimi decenni. La lotta contro l’antisemitismo non può essere né una mossa ipocrita per cancellare il retaggio del fascismo, né un’arma in più per reprimere il dissenso e alimentare xenofobia e pregiudizio antiarabo. Deve invece essere parte integrante della lotta contro ogni forma di razzismo.

Questa logica binaria – da una parte o dall’altra – è la trappola a cui è necessario sottrarsi in questo momento. Non si può cancellare l’orrore del 7 ottobre, ma si può fermare la strage a Gaza. Un crimine di guerra non ne cancella un altro: alimenta solo l’ingiustizia che prepara il terreno ad altra violenza.

Rivendichiamo il diritto e il dovere di guardare la guerra sempre dal punto di vista delle vittime, perché sono loro l’unica certezza di ogni conflitto. La protezione dei civili, senza distinzione di nazionalità, residenza o religione, e degli ospedali, deve essere il primo obiettivo di un’azione diplomatica della comunità internazionale e delle forze della società civile.

Chiediamo la fine definitiva del massacro a Gaza, l’avvio di corridoi umanitari adeguati e la liberazione di tutti gli ostaggi. In Israele oltre mille palestinesi sono trattenuti in detenzione amministrativa, tra cui centinaia di minori, di cui chiediamo il rilascio. È necessaria una soluzione politica a partire dalla fine dell’occupazione militare israeliane. Non potrà mai esserci sicurezza – per i palestinesi, per gli israeliani, per nessuno di noi, – senza eguaglianza, diritti e libertà.

Emergency, Mediterranea, LEA, Assopace Palestina,Amnesty International Italia, Arci, Libera, Gruppo Abele, Un Ponte per, Beati i costruttori di pace, Centro Sereno Regis, Fondazione Diritti Umani, Rete No Bavaglio, Associazione Comunità sulla strada di Emmaus, AOI Cooperazione e solidarietà internazionale, Giuristi democratici, Lunaria,Sbilanciamoci, Comunità Kairòs, Every child is my child, Associazione SenzaConfine, Casetta Rossa, Articolo 21, Circolo Gianni Bosio, Comunità di San Benedetto al Porto, Medicina democratica, Sos Villaggi dei bambini,Coordinamento Capitanata per la pace – Foggia, Cemea del Mezzogiorno, Federazione italiana dei CEMEA, Ets Acque Correnti, ANPI, Flai Cgil, Acli, Cospe Onlus, I Sentinelli di Milano, Operaviva Magazine, AMM – Archivio Memorie Migranti, Associazione di Solidarietà Internazionale Rete Radié Resch, Fondazione Marista per la Solidarietà Internazionale ETS, Associazione Enzo Tortora – Radicali Milano, Refugees Welcome Italia.


Diciamo la nostra sul Patto europeo

Come rete di enti e associazioni e attivisti e attiviste vogliamo aprire uno spazio partecipato di discussione e autoformazione sulle politiche migratorie europee e italiane, in previsione dell’approvazione del Patto europeo su asilo e migrazioni nel 2024, che coinvolga giuristi, operatori ed attivisti che sono impegnati nel campo delle migrazioni ma coinvolgendo anche chi semplicemente ha voglia di capirci di più. Abbiamo scelto la giornata del 18 dicembre proclamata dalle Nazioni Unite come giornata Mondiale dei diritti dei migranti e delle migranti. 

L’assemblea cittadina che promuoviamo si inserisce nell’ambito della campagna nazionale Road Map per il Diritto d’Asilo e la Libertà di movimento – “Diciamo la nostra sul patto europeo”, che sta girando in diverse città italiane, al fine di contribuire alla analisi del Patto Europeo per le Migrazioni che entro il 2024 la Commissione Europea dovrà discutere e approvare e che potrebbe avere un impatto pessimo sul diritto d’asilo e sulla libertà di movimento nel nostro paese. 

L’assemblea sarà l’occasione per auto formarci sulle leggi italiane ed europee di recente e futura approvazione e cercherà di aprire un processo di sensibilizzazione attraverso gruppi tematici (aperti a tutti) che si proporranno di approfondire alcuni dei regolamenti del Patto europeo sulla Migrazione e l’asilo e alcuni punti critici delle norme italiane. 

Sentiamo l’urgenza di condividere una visione comune per smantellare i diversi aspetti della frontiera eretta dal Patto Europeo per le Migrazioni a dai decreti italiani approvati negli ultimi mesi. e che a Roma stanno determinando una condizione di privazione e compressione dei diritti dei e delle migranti. Una frontiera non solo fisica, ma anche sociale, che esclude sempre più persone dall’esercizio dei propri diritti fondamentali.

L’assemblea si svolgerà il 18 dicembre, nel pomeriggio, con una parte generale di auto formazione sulla politica europea e italiana analizzando il loro impatto sulla città di Roma con particolare focus sulla gestione delle migrazioni forzate e sulla politica di contenimento/trattenimento fino alla disciplina del soggiorno relativo alla protezione. I lavori assembleari proseguono con interventi tematici dei promotori e termineranno con l’individuazione di gruppi di lavoro che verranno convocati successivamente all’inizio del nuovo anno. Analizzando queste policy come una frontiera che si declina nelle diverse forme di respingimento, discriminazione, precarizzazione, vogliamo tracciare un filo comune di riflessione e ragionamento attraverso alcuni interventi nei quali la frontiera prende forma nella storia “del capitano”, il protagonista del film di Garrone: fattori di spinta della migrazione /trattenimento / revoca del permesso / inputato come scafista ingiustamente / denegato / irregolare ma inespellibile / dublinato / diritto alla Salute ecc. 

Sulle traiettorie di questi interventi inviteremo i partecipanti ad aderire ai workshop che si terranno nelle settimane successive. I lavori di gruppo saranno finalizzati ad elaborare strumenti comuni di azione vertenziale ma anche di contronarrazione, accoglienza, tutela, controinformazione, condividendo prassi già in atto e ideandone di nuove.  Il risultato di questi workshop diventerà strumento per un percorso collettivo e di prospettiva, per consolidare la rete locale e per attivare nuove vertenze contribuendo ad un documento generale di proposte relative al patto e alle politiche italiane insieme alle altre città della road map. 

Promotori 

AlterProjectEmpowerment2006 – APE06 società cooperativa sociale, Arci Roma, Associazione genitori scuola Di Donato, Baobab Experience, Blacklivematter, Cambiare l’Ordine delle Cose – Forum Roma, Casetta Rossa, Cgil – Roma e Lazio, CiancArìaSolidale aps, Cnca – Lazio, IdeaPrisma82_WELLcHOME_MigrAzioni_InterAzioni, Legal Aid – Diritti in Movimento, Legambiente, Mediterranea Saving Humans – Roma, Melitea, Natura comune, Re.Co.Sol. Refugees Welcome Italia Roma, Senzaconfine, Spin Time Labs, Stop Border Violence

Per entrare nel gruppo promotore e partecipare alla costruzione del programma della giornata scrivi a info@percambiarelordinedellecose.eu


Accordo Italia-Albania: illegale, disumano e impraticabile

L’accordo negoziato tra l’Italia e l’Albania in materia di gestione dei flussi migratori, che prevede la costruzione, in territorio albanese, di due centri in cui trasferire e detenere persone soccorse in mare da navi militari italiane, calpesta ancora una volta il diritto di asilo. Queste misure non solo presentano diversi profili di illegalità, ma sono soprattutto disumane e difficilmente praticabili.

Nel porto di Shengjin verrà costruito un hotspot per gestire gli sbarchi, l’identificazione e il primo soccorso. Nell’area di Gjade,  verrà invece costruita una struttura per l’accoglienza temporanea sul modello dei Centri per il rimpatrio (CPR) presenti sul territorio nazionale. I due centri saranno utilizzati per esaminare, teoricamente i 28-30 giorni, le richieste di asilo e per detenere coloro che si vedranno respinta la richiesta di protezione internazionale, in vista del rimpatrio nei paesi di origine. La giurisdizione delle strutture dovrebbe essere italiana, mentre il controllo esterno sarà affidato alle autorità albanesi: un aspetto, questo, molto problematico, di difficile applicazione, nonché di difficile controllo.

Il provvedimento – che si colloca nell’ormai consolidata strategia di esternalizzazione delle politiche migratorie dell’Italia e dell’Unione europea –  ha l’obiettivo di impedire l’accesso al territorio europeo delle persone soccorse in mare da navi italiane, in modo da eludere l’applicazione del diritto internazionale e del diritto europeo in materia di protezione e asilo. Una misura punitiva e di contenimento che non farà altro che incrementare la sofferenza delle persone migranti e incidere negativamente sull’esercizio dei loro diritti e sul loro benessere personale, come diverse esperienze passate dimostrano.

Ancora una volta, le persone migranti vengono considerate come merci. “Con i suoi profili di dubbia legittimità e praticabilità, questo accordo vuole solo perseguire una strategia di disumanizzazione delle persone migranti, contribuendo a diffondere un messaggio all’opinione pubblica: le persone non devono spostarsi, non ne hanno diritto, non li vedrete qui. Anziché migliorare il sistema di accoglienza e puntare alla coesione sociale, si punta a criminalizzare le migrazioni”, sottolinea la direttrice di Refugees Welcome Italia, Fabiana Musicco.

Particolarmente preoccupante sono la gestione extra-territoriale delle richieste di asilo e delle procedure di trattenimento e, in generale, l’applicabilità della giurisdizione italiana – e quindi delle leggi nazionali ed europee –  in uno Stato al di fuori dell’Unione europea. I/le richiedenti asilo potrebbero essere sottoposti a detenzione automatica e prolungata e ad altre violazioni dei diritti umani, in un paese terzo e al di fuori di un effettivo controllo delle autorità giudiziarie italiane. 

Non è ancora chiaro come l’Italia gestirà le richieste di asilo, come le persone migranti potranno accedere alla tutela legale da parte di avvocati italiani mentre sono in Albania e cosa succederà a coloro a cui non verrà riconosciuta la protezione internazionale attraverso una procedura accelerata di esame della domanda, in palese violazione delle norme interne ed europee che non prevedono procedure accelerate in frontiera al di fuori del territorio europeo. Non è precisato come avverranno i rimpatri, né chi se ne occuperà, considerando anche la mancanza di accordi di riammissione tra l’Albania e molti paesi di origine delle persone migranti. Non si comprende neppure quali saranno i criteri per “selezionare” le persone soccorse in mare dalle navi militari italiane, o per verificare l’età dei minori.

Inoltre, l’assegnazione automatica alle navi militari italiane di un porto distante limiterà ulteriormente le capacità di soccorso in mare e avrà ripercussioni  sulla salute fisica e mentale delle persone soccorse, costrette a diversi  giorni di navigazione, violando le norme che impongono  lo sbarco nel porto sicuro più vicino.

Questo accordo presenta, quindi, tutta una serie di problematiche legali, complessità logistiche e organizzative che ne rendono difficile l’applicazione.

Ribadiamo che occorre rimettere al centro la dignità e i diritti di ogni essere umano. Le migrazioni sono un fenomeno strutturale da governare attraverso soluzioni politiche frutto di una gestione coordinata a livello europeo e basata sul rispetto del diritto internazionale e del diritto europeo.

Chiediamo al governo italiano di rispettare i suoi obblighi in materia di asilo derivanti dal diritto internazionale ed europeo  e chiediamo alla Commissione europea di vigilare affinché gli Stati membri non violino l’insieme delle norme in materia di protezione internazionale.


We are hiring: social media manager

Refugees Welcome Italia è alla ricerca di un/una social media manager da inserire nel team di comunicazione.

Inquadramento: contratto a progetto di un anno, modalità della collaborazione da definire.

Deadline: 19 novembre 2023

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Appello su Israele e Territori palestinesi occupati

L’attuale escalation di violenza in Israele e in Palestina è senza precedenti. Sono già migliaia le vittime civili da entrambe le parti e la situazione umanitaria è drammatica. Condanniamo inequivocabilmente gli attacchi perpetrati da Hamas in Israele: i crimini di guerra compiuti da Hamas e altri gruppi armati, le uccisioni sommarie di civili, i rapimenti e il lancio indiscriminato di razzi verso Israele non sono giustificabili in nessuna circostanza.
Allo stesso tempo, nella Striscia di Gaza, stiamo assistendo a una delle più disperate crisi umanitarie, che sta colpendo più di 2,2 milioni di persone, che già erano sottoposte al blocco illegale da parte di Israele, iniziato nel 2007. Il 9 ottobre, le autorità israeliane hanno annunciato l’assedio totale di Gaza, bloccando l’ingresso di cibo, carburante e assistenza umanitaria e interrompendo la fornitura di acqua ed elettricità, nel mezzo di una massiccia campagna di bombardamenti.
Successivamente, il 13 ottobre, l’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione della parte nord e centrale della Striscia e di Gaza City, verso sud – un ordine che può essere considerato alla stregua di un trasferimento forzato della popolazione civile e che costituisce una violazione del diritto internazionale umanitario. Inoltre, Israele ha ordinato anche l’evacuazione dei 24 ospedali – una richiesta inaccettabile, che ha messo in pericolo i civili e in particolare i più fragili, come donne incinte, bambini, disabili e malati – e, come dimostrato da alcuni video verificati da Amnesty International su un attacco che ha provocato vittime civili lungo la strada Salah-Al Deen, non ha garantito la sicurezza delle vie di fuga indicate per andare verso sud. Ciò dimostra ancora una volta come i civili di Gaza non siano al sicuro in nessun luogo.
Questa crisi umanitaria avrà conseguenze su larga scala. I gruppi armati palestinesi di Hamas hanno commesso crimini di guerra e i responsabili devono essere assicurati alla giustizia, ma la punizione non può e non deve essere estesa collettivamente a tutti i civili di Gaza.
Secondo i dati ufficiali al 24 ottobre, dal 7 ottobre sarebbero state uccise almeno 1402 persone in Israele e 5.791 (di cui 2.360 minori) persone nella Striscia di Gaza, mentre i feriti ammonterebbero a circa 5.445 in Israele e a 16.297 nella Striscia di Gaza. Inoltre – anche se meno noto a livello mediatico – nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est, sarebbero stati uccisi almeno 95 palestinesi e 1.738 persone sarebbero state ferite da forze israeliane e coloni. Molte di queste vittime sono – ancora una volta – civili. A questi numeri vanno aggiunti i 23 giornaliste e giornalisti che sono morti nello svolgimento del proprio lavoro. Ed è proprio pensando anche a loro che è necessario che il conflitto in corso venga raccontato attraverso notizie verificate, con l’utilizzo di un linguaggio corretto che non alimenti odio, antisemitismo o islamofobia.
Questa crisi non è scoppiata all’improvviso. Israele ha una lunga storia di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, tra cui l’imposizione impune per decenni di un sistema di oppressione e discriminazione che Amnesty International, Human Rights Watch e B’Tselem hanno sostenuto essere un regime di apartheid. Anche le numerose violazioni e crimini di guerra commessi dai gruppi armati e dalle forze di sicurezza palestinesi sono rimasti impuniti. Il pervasivo clima di impunità ha minato la fiducia nelle regole e nei principi del diritto internazionale, in primo luogo nell’umanità, come dimostrato dalla violenza senza precedenti contro i civili in Israele e dagli attacchi implacabili che hanno annientato intere famiglie a Gaza. La società civile ha il dovere di rimettere al centro della discussione l’importanza del diritto internazionale e la necessità di alzare la voce per difendere la dignità ed i diritti umani di tutte le persone coinvolte nel conflitto.

Pertanto, per dare una risposta a questa grave crisi, chiediamo a gran voce al governo italiano di:
esercitare pressioni sullo Stato d’Israele affinché ponga fine all’assedio totale della Striscia di Gaza, assicurando l’accesso a cibo, acqua, carburante, forniture mediche, elettricità e aiuti umanitari per tutta la popolazione;
invitare tutte le parti a rispettare il diritto internazionale umanitario in ottemperanza delle Convenzioni di Ginevra e, in particolare, i divieti di attacchi contro civili ed obiettivi civili, di attacchi indiscriminati e sproporzionati, di punizioni collettive, di presa di ostaggi e di rapimento di civili, che possono costituire crimini internazionali;
chiedere con forza a tutte le parti in conflitto di astenersi dal condurre operazioni militari che possano pregiudicare l’accesso sicuro ad assistenza umanitaria e cure mediche da parte dei civili;
sostenere inequivocabilmente e incondizionatamente il lavoro della Corte Penale Internazionale, di cui l’Italia è parte, che nel 2021 ha aperto un’indagine formale sulla situazione nello Stato di Palestina, riguardante i crimini di competenza della Corte, commessi a partire dal giugno 2014;
astenersi dal fornire armi a tutti gli attori del conflitto e chiedere agli altri Stati di fare altrettanto.
È urgente e necessaria un’azione da parte dell’Italia, dell’Unione europea e della comunità internazionale tutta per chiedere il rispetto senza eccezioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario.
Appello promosso da Amnesty International Italia e AOI – Cooperazione e solidarietà internazionale firmato da:

ACS, Action Aid, Acli di Arese, AIDOS, Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico, ARCI,
Arci Culture Solidali APS, Articolo 21, AssisiPaceGiusta, Associazione di Amicizia Italo-Palestinese, ASSOCIAZIONE CULTURALE LIGURIA-PALESTINA, Associazione per il rinnovamento della sinistra, Assopace Palestina, Casa dei diritti sociali Odv, Casa per la Pace Modena – Odv, CGIL Roma Lazio, CISP, CISS, COCIS – Coordinamento delle Organizzazioni non governative per la cooperazione allo sviluppo, Comitato Nour ama e cambia il mondo, Comunità Solidali nel Mondo, Consorzio delle Ong Piemontesi, ETS, COSPE, CRIC – Centro Regionale d’Intervento per la Cooperazione ETS, FNSI – Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Dimensioni Diverse Spazio di Relazione e di Pensiero ODV, Donne in nero contro la guerra, E35 Fondazione per la progettazione internazionale, EducAid, Focsiv, Fondazione dei diritti umani, Fondazione ACRA, Fondazione Arché, ISCOS, Ipri – Istituto italiano ricerca per la pace rete corpi civili di pace, Laici comboniani Comunità la Zanzara, LƏA laboratorio ebraico antirazzista, Libertà e Giustizia, MAIS ong, Piattaforma delle Ong-OSC in Medio Oriente e Mediterraneo, Porti Aperti e permesso di soggiorno per tutte e tutti, Progettomondo, Purple Square, Razzismo Brutta Storia, Refugees Welcome Italia, ResQ People saving People, Rete italiana pace e disarmo, Rete No bavaglio, Terra Nuova – centro per la Solidarietà e la Cooperazione tra i Popoli, Terre des Hommes Italia, Trinart Odv, UISP Aps, Un ponte per, Yaku, Vento di Terra, VIS – Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, Vite in Transito.

 


Guerra all’immigrazione come strumento di propaganda politica.

Il Governo interviene ancora una volta nell’arco di pochi mesi per apportare modifiche alla legislazione sull’immigrazione con un intervento che sembra più rispondere a esigenze politiche che non ai bisogni delle persone e dei territori, non offrendo né condizioni di accoglienza adeguate ai migranti né soluzioni concrete alle istituzioni locali e alle migliaia di lavoratori e lavoratrici impegnate a vario titolo in questo settore. Alle difficoltà di reperimento di posti in accoglienza, queste nuove norme rispondono non con la modifica dei bandi di gara o con la costruzione di nuove strutture, ma con la possibilità di riempire quelle già operanti fino al doppio della loro capienza, in deroga a qualunque norma di sicurezza. Di nuovo si sceglie di adottare un approccio di emergenza e non strutturale.

In linea con una logica securitaria alla migrazione, il decreto stanzia più finanziamenti alle forze di Polizia, alle Forze Armate e all’identificazione di nuovi centri di trattenimento. Diversamente, non sono previsti nuovi fondi per rispondere alle richieste dei sindaci, che chiedono un rafforzamento dell’accoglienza diffusa e dei servizi del territorio.  L’unica misura prevista riguarda la gestione della spazzatura prodotta dalle strutture di accoglienza, che sarà in capo ai Prefetti fino al 2025. Nessun accenno a centri per minori soli o a fondi per l’integrazione. L’obiettivo è sempre più quello di colpire indiscriminatamente, senza curarsi delle conseguenze, le persone di origine straniera presenti e quelle in arrivo, alimentando, con le misure introdotte, l’idea che rappresentino un pericolo per il Paese. Il governo parte da urgenze prive di evidenze reali. Quali dati giustificano un intervento straordinario per i lungo soggiornanti se ritenuti socialmente pericolosi? Allo stesso modo, non sono chiari i motivi che hanno portato a un intervento così sconsiderato contro i minori stranieri non accompagnati. Chi dice che il fenomeno dei maggiorenni che si dichiarano minorenni sia realmente problematico? Chi lavora con i ragazzi migranti sa che il rischio è esattamente l’opposto, e riguarda tutti quelli che, finiti nelle reti del traffico di esseri umani, vengono spinti a dichiararsi maggiorenni per sfuggire ai controlli e alle tutele che uno Stato che si dichiara tale deve prevedere. Si è arrivati perfino a pensare di mescolare per mesi ragazzi soli con adulti, in una situazione di promiscuità inconcepibile, e di delegare alla polizia (quindi al Ministero dell’Interno) un processo così delicato come quello dell’accertamento dell’età.

Si tratta in definitiva di un altro tassello della guerra all’immigrazione come strumento di propaganda politica. Manca qualsiasi indicazione su come risolvere i problemi del sistema d’accoglienza oramai allo sbando e su come salvare vite umane, peraltro a pochi giorni dal decennale della strage di Lampedusa. Manca qualsiasi indicazione su come le persone in cerca di lavoro o di protezione potrebbero rivolgersi allo stato per attraversare regolarmente le frontiere, unico strumento concreto per sconfiggere i trafficanti. Tutto questo non è più tollerabile. Le forze politiche e le istituzioni, i sindaci e i presidenti di regione, la società civile devono reagire per impedire questa deriva anti democratica.

Per il Tavolo Asilo e Immigrazione: A Buon Diritto – ACAT Italia – ACLI – ActionAid – Amnesty International Italia – ARCI – ASGI – Avvocato di Strada – Casa dei Diritti Sociali – CIES – CNCA – Commissione Migranti e GPIC – Missionari Comboniani Italia – CoNNGI – Consiglio Italiano per i Rifugiati – Danish Refugee Council Italia – Emergency – Europasilo – International Rescue Committee Italia – Intersos – Italiani Senza Cittadinanza – Legambiente – Medici del Mondo – Oxfam Italia – Refugees Welcome Italia – Senzaconfine – Società Italiana Medicina delle Migrazioni – UNIRE