Un libro per lenire il dolore e per ricordare

“La vita è una evoluzione continua, non si arriva mai, c’è sempre qualcosa di nuova da perseguire e da aspettarsi. Non avrei mai pensato che, dopo decenni di beata solitudine, avrei potuto iniziare a vivere con qualcun altro. È successo e mi sta arricchendo tantissimo”. Rosa è una ex dipendente pubblica, ora in pensione. Per quarant’anni ha vissuto da sola nella sua casa di Napoli: una esistenza piena, fatta di tanto impegno civile, interessi, amicizie. A luglio del 2020 ha deciso che era giunto il momento di dare una scossa a questo status quo, aprendo le porte della sua casa ad Ashraf, un giovane del Bangladesh.

“Per me non è mai stata solo una questione di generosità, ma di giustizia. Ho deciso di ospitare Ashraf perché, semplicemente, ho pensato fosse una cosa giusta da fare. Un modo, nel mio piccolo, per reagire di fronte alle gravi violazioni dei diritti umani – fra cui il diritto di chiedere asilo – che si verificano alle frontiere, quelle di mare e quelle di terra”, racconta Rosa. Come per tante famiglie ospitanti, anche nel caso di Rosa l’accoglienza è stata un modo per prendere una posizione al fianco delle persone più vulnerabili. “Di fronte alle immagini dei migranti intercettati e riportati in Libia, o a quelli sulla rotta balcanica, costretti a ripararsi in luoghi di fortuna a temperature proibitive, mi sono detta che dovevo fare la mia parte. Ero stanca di lamentarmi soltanto. Così mi sono iscritta sul sito di Refugees Welcome Italia, anche se eravamo in pieno lockdown”, raggiunge la donna.

Così ha incontrato Ashraf: nonostante una vera e propria odissea alle spalle, il ragazzo aveva già dato prova di saper guardare avanti e superare le difficoltà. Sentiva però il bisogno di essere accompagnato in questo cammino e ritrovare la serenità necessaria a mettere radici in Italia. Il percorso di Ashraf è simile a  quello di molti ragazzi e ragazze nella sua stessa condizione: all’avvicinarsi dall’uscita dal centro, la sua operatrice gli ha parlato del progetto Refugees Welcome e della possibilità di vivere con delle persone del posto. “Ho subito accettato perché ho pensato fosse un modo per capire più velocemente la cultura italiana e andare avanti. Dal momento in cui ho iniziato il viaggio che mi ha portato lontano dal mio paese, ho vissuto momenti di grande paura. Arrivato in Italia, però, mi sono sentito al sicuro. La prospettiva di vivere con una persona nuova non destava in me particolari preoccupazione”, precisa Ashraf.

Per me è una questione di giustizia sociale e umanità. Ho aperto le porte di casa per reagire di fronte alle gravi violazioni dei diritti umani che si verificano alle frontiere, quelle di mare e quelle di terra”
Rosa

Gli fa eco Rosa: “ero molto determinata a fare questa esperienza e non c’era spazio per tentennamenti. Il sapere di poter contare sulla presenza degli attivisti dell’associazione, di essere accompagnata in questo percorso, mi ha molto rassicurato”. Rosa è una donna forte ed indipendente, abituata da tempo a provvedere a se stessa:  ha vissuto da sola per quant’anni e stava bene così. “Non nascondo di aver pensato che la presenza di una nuova persona in casa potesse in qualche modo intaccare la mia routine consolidata. Invece nn c’è stato alcuno scossone: Ashraf si è inserito nella mia quotidianità in modo naturale. Fra noi si è creata da subito un’atmosfera di familiarità, come se ci conoscessimo da tanto tempo”.

All’inizio, per sua stessa ammissione, Rosa avrebbe preferito una ragazza: quando però  gli attivisti e le attiviste di Refugees Welcome le hanno proposto di accogliere un ragazzo giovane, arrivato in Italia quando era ancora minore, senza la famiglia, ha accettato. Per lei l’importante era essere di aiuto a chi in quel momento aveva bisogno. “L’unico ostacolo per me”,   ricorda sorridendo, “era la cucina: non amo cucinare, quindi, sin dall’inizio, ho detto Ashraf che si sarebbe dovuto arrangiare da solo. Invece, alla fine, ho scoperto il piacere di prepare il cibo per qualcun altro e ora gli faccio trovare sempre qualcosa di pronto da mangiare”. Ashraf conferma questa consuetudine: “non mi aspettavo di trovare una figura di riferimento qui in Italia, invece Rosa è diventata una seconda mamma per me. È bello tornare a casa la sera e avere qualcuno con cui parlare e condividere quanto è successo durante le tue giornate”.

Ashraf ha lasciato il Bangladesh quando aveva 16 anni e mai avrebbe pensato di finire in Europa. Dopo aver vissuto per un periodo negli Emirati Arabi, in condizioni molto difficili, come capita a molti lavoratori del sud-est asiatico, ha deciso di spostarsi in Libia. “Non ero molto consapevole di quanto fosse pericoloso. Quando la situazione è degenerata – era come il far-west, dove, in assenza di una autorità riconosciuta tutti combattono contro tutti – ho deciso di tentare il viaggio verso l’Europa. Avevo paura di imbarcarmi perché non so nuotare e sentivo i racconti dei gommoni affondati in mare, ma non avevo scelta. Meglio affrontare il rischio del mare aperto che la violenza quotidiana in Libia”, racconta il ragazzo.

Le cose però si sono complicate. La prima volta che Ashraf ha tentato di attraversare il Mediterraneo, la sua imbarcazione è stata intercettata e riportata indietro. Tutte le persone a bordo, lui incluso, sono state detenute e, per la loro liberazione, è stato chiesto un riscatto alle famiglie. “Quei giorni di prigionia sono stati terribili, l’esperienza più dura della mia vita. Non mi va di entrare nei dettagli di tutto quello che ho dovuto subire, mi fa ancora male. Per fortuna, alla fine, sono arrivati i soldi e sono stato liberato”. A questo punto, Ashraf ha tentato un’altra volta la traversata via mare verso l’Italia: il secondo tentativo è andato a buon fine, anche grazie alla nave di una organizzazione non governativa che lo ha soccorso. Sbarcato a Napoli, il ragazzo è stato accolto in un centro per minori non accompagnati e poi, una volta compiuti 18 anni, in uno per adulti.

“Avevo paura di imbarcarmi perché non so nuotare e sentivo i racconti dei gommoni affondati in mare, ma non avevo scelta. Meglio affrontare il rischio del mare aperto che la violenza quotidiana in Libia”
Ashraf

Nonostante l’arrivo in Italia e la possibilità di vivere in un contesto sicuro, il passato ha tardato a mettersi da parte. “Per mesi ho avuto incubi. Dormivo poco e male. Da quando vivo con Rosa la situazione è molto migliorata. Sento che mi sono lasciato il peggio alle spalle. Ho ritrovato quella serenità che mi permette di guardare alla mia vita con fiducia”. A questo proposito, Rosa riflette sul momento critico che molti ragazzi come Ashraf vivono quando devono lasciare il sistema di accoglienza. “Usciti dai centri, si apre l’ignoto davanti a loro. Qui, a casa mia, Ashraf ha quella tranquillità che gli permette di concentrarsi sul suo progetto di vita e guardare avanti. Dargli questa opportunità, per me, come dicevo, è una questione di umanità di giustizia sociale”.

Fra i due, dopo nove mesi di convivenza, si è creato un rapporto molto solido, che ha permesso ad Ashraf di aprirsi. “Stiamo scrivendo insieme la sua storia. La sera ci sediamo insieme al computer: lui racconta e io cerco di dare concretezza ai suoi pensieri con le parole scritte. È un’esperienza umanamente molto intensa per entrambi. Per Ashraf, perché parlare del suo passato lo aiuta a superare alcuni traumi e ad esorcizzare la paura; per me, perché conoscere la sua odissea è una lezione di vita che meriterebbe di essere conosciuta da tutti. Ti aiuta a mettere tutto nella giusta prospettiva”, racconta Rosa.  Il progetto è a buon punto e i due ora programmano di pubblicare il libro: i ricavi saranno donati ad una organizzazione non governativa impegnata in dei progetti di sviluppo in Bangladesh. “Per me è importante fare qualcosa per il mio Paese, credo che la felicità sia tale solo se collettiva” aggiunge Ashraf.

La mattina il ragazzo si alza presto a va a lavorare in un ristorante, dove fa il sushi. “Purtroppo a Rosa il pesce crudo non piace”, aggiunge ridendo Ashraf. Il pomeriggio, invece, è dedicato allo studio con il corso preparatorio all’esame di terza media. “Nel tempo libero mi piace tanto girare per Napoli e camminare sul lungomare, mi rilassa. E poi cucinare per gli altri. Ho preparato un pranzo a base di cibo bengalese e la pizza per Rosa e le sue amiche”. “Prepara una pizza buonissima, ha imparato a farla con un tutorial su Youtube”, conferma Rosa.

Prima di concludere l’intervista, c’è spazio per alcune riflessioni su presente e futuro: “Di Ashraf mi colpisce la maturità, nonostante la giovane età. C’è uno scambio costante, anche culturale: come me, anche lui è interessato ai temi sociali. Alla fine, ti rendi conto che, nonostante le differenze, crediamo nella stesse cose”. Riguardo il suo futuro Ashraf conferma di voler rimanere a Napoli, la città che ama e che lo ha accolto. Gli piacerebbe aprire un ristorante. “Quando andrà via per non sarà facile, ma la sua libertà viene prima di tutto. Deve inseguire i suoi sogni e realizzarli”, conclude Rosa.


Una macchina da cucire per ricominciare

Quando ripensa alla sua vita in Camerun, a Roland sembra un ricordo lontanissimo, l’evocazione di qualcosa andata perduta per sempre. Gli basta però sedersi alla macchina da cucire per far svanire subito questo pensiero. Sono passati solo due anni da quando è stato costretto a lasciare il suo paese, e una relativa stabilità, per motivi politici. Arrivato in Italia Roland ha chiesto e ottenuto l’asilo politico rapidamente, per poi iniziare il suo percorso all’interno del sistema di accoglienza. A poco a poco, ha rimesso in moto la sua vita, a partire dalla sua grande passione, cucire, e da una grande determinazione a trovare la sua strada nel Paese che è la sua nuova casa. In questo percorso, l’accoglienza in famiglia rappresenta per lui un passaggio fondamentale. Da dicembre 2020, il ragazzo vive con Vittorio nella sua casa di San Lorenzo, noto quartiere romano.

“La macchina da cucire mi dà serenità: rappresenta la continuità fra la mia vita di prima e quella di ora. È una delle poche cose che non è cambiata e mi fa pensare che non tutto è perduto”.
Roland

“La condizione di rifugiato ti impone costantemente il confronto con il nuovo.  È un percorso di adattamento in cui imparare il più possibile, e in fretta, diventa una questione di sopravvivenza. Hai bisogno di creare nuove abitudini, un senso di appartenenza a qualcosa che renda più tollerabile il distacco da tutto quello che sei stato. Vivere con Vittorio mi sta aiutando a sentirmi più radicato, a creare dei legami, ad capire il modo di vivere degli italiani”, racconta Roland.

Dare ad un rifugiato la possibilità di avere più tempo e più tranquillità per costruire il proprio percorso è uno dei motivi che hanno spinto Vittorio ad aprire le porte della propria casa: “So quanto possa essere complicata la fase successiva all’accoglienza istituzionale: ci sono tante persone che, uscite dal circuito dei centri, hanno difficoltà a trovare subito un lavoro stabile, una sistemazione dignitosa. Il rischio è che finiscano per strada e che tutti i progressi fatti fino a quel momento vadano in fumo”.

Il ricercatore romano ha quindi approfittato del trasferimento in una nuova casa, con una camera libera, per iscriversi sul sito di Refugees Welcome Italia.

“Solo superando i muri – reali e culturali – che generano questa separazione fra noi e loro e creando spazi di scambio e di condivisione è possibile realizzare una comunità realmente inclusiva”
Vittorio

A soli quattro mesi dall’inizio della convivenza, Vittorio e Roland hanno facilmente trovato un equilibrio: “Viviamo come due coinquilini. Ci vediamo essenzialmente la sera, perché durante il giorno siamo entrambi molto impegnati. Ci siamo divisi i compiti in modo naturale, seguendo le nostre attitudini: io mi occupo di cucinare e fare la spesa, Roland è più dedito alla pulizia e a mettere in ordine. Ci siamo incastrati bene. Roland conferma: “Vittorio è un ottimo cuoco e, grazie a lui, sto assaporando piatti nuovi che non conoscevo. Fino ad oggi siamo andati sempre molto d’accordo, ma anche se ci fossero stati dei problemi, sono certo che avremmo potuto risolverli parlando. Crediamo entrambi che il dialogo e il confronto siano la base di ogni convivenza”.

Dopo aver frequentato un corso di alta sartoria del centro Samifo, Salute Migranti Forzati, ora Roland svolge un tirocinio da Coloriage, una sartoria sociale. “La mia passione per il cucito è nata in Camerun, dove lavoravo per la casa di moda di un famoso stilista africano, Pathé’O, che disegna modelli ispirati allo stile occidentale e li realizza con tessuti locali. Grazie a questo lavoro ho viaggiato molto in Africa e in Asia e ho avuto l’occasione di conoscere costumi e tessuti di diverse culture. Da quando sono in Italia, mi sono dedicato a migliorare le mie competenze professionali in questo ambito. Mi piace molto il lavoro da Coloriage: nonostante sia ancora agli inizi, mi affidano ogni giorno capi più complicati e sto imparando moltissimo sulle tecniche e sulle rifiniture della sartoria europea. Il mio sogno è di avere, un giorno, un mio studio”.

La commistione fra stili e culture diverse è un tratto distintivo dei capi che Roland cuce: non è raro vederlo con addosso capi cuciti da lui stesso.“Mi piace molto questo suo interesse per la moda e il design italiani, il suo trasporto. Penso sia positivo per lui poter ricostruire la sua vita in un posto che ama”, commenta Vittorio.

“Per me, sarebbe stato più semplice chiedere asilo in Francia, paese di cui conosco bene la lingua, essendo francofono, e dove vive mia sorella. Ma ho scelto l’Italia perché ho sempre avuto una grande passione per tutto quello che è made in Italy e una istintiva simpatia per gli italiani, che considero un popolo molto aperto e accogliente” racconta Roland.

L’esperienza in famiglia sta contribuendo a rafforzare questo suo legame con il nostro Paese. “Ricordo bene quando sono entrato per la prima volta a casa di Vittorio: lui mi ha mostrato la mia camera e gli spazi in comune. Per me è stato un gesto di grande fiducia nei miei confronti, che mi ha fatto sentire bene e a mio agio. Da allora quella sensazione non è più andata via. Quando la sera rientro e Layala, il cane di Vittorio, mi corre incontro e mi fa le feste, mi sento davvero a casa. E dire che i cani non mi sono mai piaciuti. In questa nuova vita, sto mettendo in discussione molte delle mie certezze”.


Aggiungi un posto a tavola

“Nonostante entrambi abbiamo più o meno la stessa età, la mia vita e quella di Diallo, fino ad ora, sono state profondamente diverse. Mentre io andavo a scuola, lui era detenuto in Libia. Ora, invece, facciamo più o meno le stesse cose: condividiamo la camera, prendiamo il bus insieme, giochiamo a calcio, guardiamo le partite in TV. Avergli dato la possibilità di avere finalmente una vita normale, è la cosa più bella di questa esperienza”.

Francesco ha 18 anni, frequenta l’ultimo anno di un istituto superiore in provincia di Mantova, dove vive con la sua numerosa famiglia: la madre Annalisa, il padre Marco, i fratelli Elia, 24 anni, Giacomo 20, e la sorella Linda, 14 anni. Da settembre 2020, le porte della loro casa si sono aperte per accogliere Diallo, un ragazzo di venti anni della Guinea Konakri, con alle spalle un bagaglio che pesa: dentro ci sono la fuga dal suo paese, la detenzione in Libia e il terribile viaggio verso le coste italiane, durante il quale ha rischiato di perdere la vita.

“Ero su un gommone con 140 persone. Ad un certo punto, abbiano iniziato ad imbarcare acqua e la struttura ha ceduto. Molte persone che viaggiavano con me non sapevano nuotare e non ce l’hanno fatta. Io sono uno dei 40 superstiti che sono riusciti a salvarsi, perché, fortunatamente, nel frattempo è arrivata la Guardia Costiera italiana a soccorrerci. Ci hanno portato a Lampedusa e da lì è iniziata la mia seconda vita in Italia”.
Diallo

Il passato, però, affiora spesso nei ricordi che il ragazzo condivide con la famiglia Martini. “Abbiamo intuito che Diallo avesse bisogno di raccontare la sua storia, per quanto dolorosa. Credo che, per lui, sia un modo di alleggerire il peso di quello che ha dovuto affrontare e anche, forse, di esorcizzare la paura”, precisa Annalisa. A soli vent’anni, Diallo ne ha già viste e vissute tante.“Sono stato costretto a lasciare il mio paese a 15 anni, da lì, dopo un viaggio di circa un mese, sono arrivato in Libia. Non avevo idea di quanto la situazione fosse pericolosa ma l’ho capito sulla mia pelle: sono stato detenuto e poi venduto ad una persona che mi ha costretto a lavorare per lui. Sono riuscito a scappare e, per un periodo, mi sono dovuto nascondere per evitare di essere rintracciato dal mio “padrone”. Alla fine, non avevo altra alternativa che tentare il viaggio per l’Europa. Non avrei mai immaginato di dover lasciare la Guinea, figuriamoci l’Africa. Eppure è successo”. Arrivato in Italia, Diallo è stato inizialmente accolto in un centro di seconda accoglienza e, dopo aver ottenuto lo status di rifugiato, per lui è arrivato il momento di lasciare la struttura. Pur avendo un lavoro –  il giovane rifugiato fa l’operaio in una fabbrica della zona di Mantova – non era ancora pronto ad iniziare una nuova fase della sua vita da solo. Diallo è un ragazzo socievole, che ha sempre espresso la volontà di stare con gli altri, è aperto alla comunità. Per questo motivo, l’operatore del suo centro gli ha proposto di andare a vivere, temporaneamente, con una famiglia italiana: “Sono figlio unico e ho perso entrambi i miei genitori: sentivo di avere il bisogno di ritrovare un’atmosfera familiare attorno a me. Non avevo paura o timore: ho avuto esperienze positive con tutte le persone italiane che ho conosciuto da quando sono arrivato. Quindi ho detto subito sì”.

Ed è così che Diallo ha incrociato la famiglia Martini, che da tempo rifletteva sulla possibilità di ospitare una persona rifugiata. “La cosa è partita da me”, racconta Annalisa,  “Ogni volta che mi capitava di vedere le immagini di migranti in mare che rischiavano la vita per cercare un posto sicuro, pensavo che su quelle barche c’erano esseri umani come me e come i miei figli. Provavo un senso di impotenza da cui è scaturito il bisogno di fare qualcosa di concreto, nel mio piccolo. Ho iniziato a cercare informazioni sull’accoglienza in famiglia e ho trovato Refugees Welcome”.  È una cosa che ci ha proposto mia madre”, conferma Elia, “ma poi ci siamo confrontati in famiglia e abbiamo appoggiato la sua decisione. Sono sempre stato favorevole, mi ritengo una persona fortunata e ho visto in questa esperienza un modo per aiutare chi è stato meno fortunato di me”.

I primi incontri tra Diallo, Annalisa, Marco e i loro figli sono avvenuti in un posto pubblico. “Quando li ho incontrati la prima volta sono stato colpito dalla loro allegria: sono una famiglia dove regna l’armonia e in cui ci si sostiene a vicenda. Per me era importante avere la conferma che tutti, anche i ragazzi, fossero d’accordo sul mio arrivo a casa loro. Ero preoccupato di poter essere un elemento di disturbo, ma sono stato rassicurato”, racconta Diallo. Prosegue Annalisa: “Al primo incontro ero curiosa, ma anche fiduciosa di trovare la persona giusta e quando ho visto Diallo ho capito che lo era, perchè è un ragazzo che ha davvero voglia di vivere con una famiglia”. Impressioni positive condivise pure dagli altri: “Anche io sono rimasta colpita positivamente e ho pensato che mi sarebbe piaciuto conoscerlo meglio”, aggiunge Linda.

Fra i ragazzi Martini e Diallo – complice l’età –  si è instaurato un rapporto molto confidenziale basato su scherzi reciproci e condivisione, anche degli spazi. “Inizialmente Diallo doveva dormire in una stanza per conto suo, che solitamente usiamo come studio, ma poi alla fine ci ha detto che avrebbe preferito avere compagnia”, dice Annalisa.  Così ora dorme assieme ad Elia e a Giacomo. “La mattina per farli alzare è una tragedia” aggiunge ridendo Marco.

“Quando sento Diallo raccontare la sua storia mi rendo conto di quanto sia fortunato a vivere in un paese in cui mi sento al sicuro e dove nessuno mi fa del male. Nascere in un posto, invece che in un altro, influisce su tutto il corso della tua vita”.
Giacomo

L’orario della cena e i fine settimana sono i momenti di maggiore scambio e confronto. Diallo, come tutti gli altri membri della famiglia, ha una giornata intensa: nei giorni feriali si alza alle 6 per prendere, con Francesco, l’autobus che lo porta a lavoro. La sera ci si ritrova tutti assieme per preparare da mangiare, guardare la TV, giocare a carte o ai videogiochi. “Stiamo cercando di coinvolgere Diallo nella cucina, con risultati non molto esaltanti. Per ora si limita a guardare e non si è cimentato in prima persona. In compenso, continua a mettere quintali di maionese ovunque, anche sulla pasta”, commenta ridendo Marco. “La cucina non è il mio forte” conferma il ragazzo.

A causa della situazione sanitaria e delle relative limitazioni, le occasioni di svago e socializzazione all’esterno si sono ridotte al minimo. “A settembre e ad ottobre, quando ancora si poteva circolare liberamente, facevamo tante cose assieme a Diallo: andavano a giocare a pallone, a vedere le partite di calcetto di Francesco, in gita in montagna sull’appennino reggiano o in visita a Verona” ricorda Elia. Ora ci si limita a qualche passeggiata nei dintorni.

“Ci piace passeggiare in campagna col cane: non amavo molto gli animali, ma vivendo qui ho imparato ad apprezzarli” racconta Diallo. La pandemia ha toccato da vicino la famiglia: a dicembre tutti, tranne Francesco, hanno contratto il Covid, per fortuna con sintomi blandi. La circostanza, per quanto spiacevole, ha avuto però dei risvolti positivi. “Stare sempre a casa tutti assieme, ci ha aiutato a conoscere ancora meglio Diallo e a trovare dei modi piacevoli per passare il tempo, come i tornei di carte e di tombola”, ricorda Annalisa. “Io ne ho approfittato anche per studiare per la patente. Mi sto preparando per fare l’esame, ma non è semplicissimo per me”, commenta il giovane rifugiato.

I primi sei mesi di convivenza sono prossimi alla fine, ma la convivenza, per volontà di tutti gli interessati, continuerà per altri sei. “Convivere con una persona diversa da te ti arricchisce, è un bagaglio importante che ti porti dietro e come famiglia stiamo ricevendo tanto. È importante che i nostri figli capiscano che nulla gli è dovuto, che la vita di molte persone nel mondo è piena di difficoltà e che non ci si può voltare dall’altra parte. Bisogna tendere la mano” commentano Annalisa e Marco.


La lunga strada verso la libertà

“La cosa che amo di più dell’Italia? Può suonare banale per molti, ma non lo è per me: la libertà. Qui posso essere me stessa ed esprimere la mia cultura. Fare cose semplici che in Tibet sono proibite. Sono fortunata a poter vivere qui”.
Tsering

Ogni anno sono centinaia i rifugiati tibetani che cercano di fuggire dall’occupazione cinese, attraversando un punto dei 1400 km di confine che la Regione Autonoma condivide con il Nepal. Un viaggio difficile e pericoloso lungo l’Himalaya, a più di 5 mila metri di altezza, che spesso comporta incidenti causati dal terreno impervio e dalle temperature proibitive. Chi viene scoperto dalla polizia nepalese è imprigionato o costretto a tornare indietro.

È da queste terre lontane che viene Tsering, una giovane donna di quarant’anni arrivata in Italia quattro anni fa, dopo un viaggio non molto diverso da quello sopra descritto. Il confine col Nepal è stato determinante nella sua storia. È da lì che tutto è iniziato. “Sono originaria di un villaggio di contadini dell’entroterra tibetano. A vent’anni mi sono trasferita in una città vicina al confine nepalese per lavorare in un ristorante. Qui ho conosciuto un’attivista, con la quale condividevo casa, impegnata ad aiutare i tibetani ad attraversare il confine per raggiungere il Nepal. Ho iniziato a collaborare con lei e il suo gruppo. Ero consapevole che fosse una cosa rischiosa, ma volevo comunque dare una mano alla mia comunità, aiutare le persone ad essere libere. La situazione è precipitata quando la mia amica è stata arrestata dalla polizia cinese. A quel punto per me rimanere in Tibet era troppo rischioso, la prossima a finire in carcere sarei potuta essere io”.

Tsering si è trovata così dall’altra parte, quella di chi è costretto a scappare. Ha camminato per dieci giorni fino al confine col Nepal e da lì, su un camion con altre decine di persone, ha raggiunto la capitale nepalese, Katmandu. Qui si è affidata ad un “fixer” locale che le ha procurato un passaporto e un biglietto aereo per Milano. “La scelta dell’Italia è stata abbastanza casuale”, racconta la ragazza. “Volevo andare in Europa e ricominciare da capo in un posto in cui essere libera”. Arrivata in città, Tsering ha fatto domanda di asilo, e da quel momento è iniziato il percorso nel sistema di accoglienza al termine del quale, ottenuto lo status di rifugiata, è entrata nel progetto di ospitalità in famiglia di Refugees Welcome. Da poco più di un mese Tsering vive con Samuele e Fabio, una coppia di suoi coetanei.

“L’arrivo di Tsering è stato un pò una sorpresa. Gli operatori di Refugees Welcome ci avevano anticipato che probabilmente avremmo ospitato un ragazzo più giovane di noi, proveniente dall’Africa Sub-Sahariana o dal Medio Oriente. Alla fine, invece, ci hanno presentato una giovane donna della nostra stessa età che viene dell’Asia”, ricordano sorridendo i due ragazzi. “Siamo rimasti favorevolmente colpiti anche perché, sin dall’inizio, ci siamo imposti di non avere aspettative. In questi casi è facile farsi condizionare dalle proprie fantasie e dall’immaginario sui rifugiati che viene alimentato dalle immagini che circolano sui media”.  Per Tsering la prospettiva di vivere con una famiglia italiana è stata sin da subito una bella opportunità di proseguire il suo percorso: “quando mi hanno proposto di vivere con due uomini miei coetanei ho pensato che fosse positivo, per me, confrontarmi con persone della mia età, costruendo un rapporto paritario”, ci racconta la giovane rifugiata.

La decisione di aprire le porte di casa da parte di Samuele e Fabio è partita da un click su un post Facebook di Refugees Welcome Italia. “Negli ultimi anni ci siamo interessati alla questione dei migranti, tenendoci aggiornati su quanto accadeva in Italia o partecipando a delle manifestazioni. Non ci eravamo però mai spesi in prima persona e abbiamo pensato di fare un passo in più. Ci piaceva l’idea che ci fosse una persona nuova in casa, con una esperienza diversa dalla nostra. Abbiamo pensato che potesse essere un’esperienza bella per noi, e al contempo, un aiuto per qualcuno”, racconta Samuele. Fabio aggiunge: “Volevamo dare una testimonianza: stare, concretamente, dalla parte dei rifugiati. Spesso, purtroppo, le persone migranti e rifugiate nella loro vita quotidiana, in Italia, sono circondate da un clima di ostilità. Ospitare qualcuno a casa nostra è un modo per mostrare che esiste un’altra Italia, pronta a tendere la mano.

Le giornate dei tre ragazzi seguono una routine scandita dal lavoro, che impegna tutti e tre, dalle cene assieme e dalle serate davanti alla TV: “Ci incontriamo verso le sette per cenare insieme: io faccio un sacco di domande sui piatti italiani, perchè vorrei imparare a prepararli” commenta Tsering. “Quando eravamo ancora in due, la sera eravamo soliti vedere serie TV straniere per migliorare il nostro inglese. Ora invece, con Tsering, guardiamo quelle in italiano: stiamo seguendo Scam Italia con i sottotitoli, in modo che lei possa ampliare il suo vocabolario ed esercitarsi nella comprensione”. Tsering apprezza molto questi momenti di vita quotidiana: “Mi sento a mio agio. Samuele e Fabio sono due ragazzi molto gentili e aperti ed è rassicurante sapere di poter contare su di loro, quando ho bisogno. Purtroppo il mio italiano non mi permette di esprimermi come vorrei, quindi per ora parliamo principalmente in inglese. Spero di riuscire a poco a poco a padroneggiare la vostra lingua”.

La notizia della convivenza ha, nel frattempo, raggiunto gli amici della coppia. “Hanno tutti reagito con entusiasmo e sono curiosi di incontrare Tsering. A causa del Covid siamo costretti a centellinare gli inviti: sono già 4 le coppie di amici che sono venuti a conoscerla. Alcuni di loro stanno prendendo in seria considerazione l’idea di aprire le porte di casa”, racconta Samuele.

“La forza di una singola storia può essere enorme. L’ospitalità in famiglia ti permette di uscire dall’astrazione della categoria migranti – in cui spesso le persone sono rappresentate come una massa senza volto – e di restituire loro individualità e umanità. È un modo per combattere pregiudizi e paure”.
Fabio

“Fra di noi si è creato un bello scambio. Tsering ci racconta tante cose sul Tibet, paese di cui noi non sapevamo nulla. Ci ha fatto vedere un documentario sul viaggio che le persone che scappano dalla regione autonoma devono affrontare. Mentre lo guardavamo, ha condiviso con noi dei dettagli della sua esperienza personale ed è stato molto toccante. Non so se sarà sempre così, ma fino ad oggi, fra noi, tutto si è svolto in modo naturale”. “Nel momento in cui tu accogli qualcuno”, precisa Samuele, “sarebbe una forzatura pensare che si debba creare necessariamente un legame affettivo o una relazione significativa. Avevamo il timore che si potesse creare un rapporto sbilanciato, cosa che, per ora, fortunatamente, non è avvenuta. Desideriamo che Tsering in casa nostra si senta libera come siamo liberi noi”.

Alla domande su cosa direbbero a qualcuno interessato ad ospitare che ha ancora qualche dubbio, Fabio e Samuele rispondono: “Il Covid ci ha fatto riflettere sul tema della solitudine: viviamo in famiglie sempre più piccole e spesso isolate le une dalle altre. Per noi famiglia è un nucleo che si apre all’esterno. Ospitare Tsering è un altro modo per aprire la nostra famiglia al mondo”.


Quando lo sport è senza frontiere

“Lo sport può davvero unire e superare ogni barriera. È universale. Grazie alla passione per le attività all’aperto, io, Gianni e Maria abbiamo trovato da subito un terreno comune. Condividere qualcosa che ti piace con gli altri, è il modo più naturale per costruire un legame e sentirsi a casa”.

L’Etiopia, si sa, vanta una lunga tradizione nell’atletica leggera che, fino ad oggi, gli è valsa 53 medaglie alle Olimpiadi. Leggendari sono i maratoneti e i fondisti che provengono da questo paese. Anche Ali ama la corsa e, da quando vive a Collegno, gli è capitato persino di andare a correre di notte con Gianni, la persona che, assieme alla moglie Maria Grazia, lo ospita da ottobre.

In Italia dal 2017, Ali ha cercato di ricostruirsi una routine proprio attraverso la pratica sportiva: una consuetudine della sua vita passata che gli serve a creare una continuità fra il prima, l’Etiopia, e il dopo, l’arrivo nel nostro Paese. Nel mezzo, fra queste due tappe, ci sono stati i mesi tremendi in Libia e il viaggio su una imbarcazione di fortuna per raggiungere le coste italiane. Da lì, il centro di accoglienza per minori – Ali è arrivato quando aveva 17 anni – quello per adulti e, infine, la casa di Maria e Gianni a Collegno.

“Il progetto all’interno del centro dove ero accolto stava per terminare, così mi sono rivolto alla mia operatrice per dirle che desideravo trovare un posto in cui poter proseguire il mio percorso”, racconta Ali, “avevo timore che, una volta uscito, avrei dovuto ricominciare da zero, mandando in fumo tutti i progressi fatti fino a quel punto”. Per i rifugiati e le rifugiate, il momento in cui devono lasciare il sistema di accoglienza può essere particolarmente critico: spesso non hanno ancora una adeguata rete sociale su cui contare, né un lavoro stabile che consenta loro di trovare una sistemazione adeguata in cui vivere. Il rischio è che si trovino in una nuova situazione di vulnerabilità. Per questo, l’educatrice che seguiva Ali gli ha parlato di Refugees Welcome e della possibilità di andare a vivere con una coppia italiana. “Ho pensato che fosse una cosa positiva per me e ho accettato di proporre la mia candidatura”, ricorda Alì.

Lo sport può davvero unire e superare ogni barriera. È universale. Grazie alla passione per le attività all’aperto, io, Gianni e Maria abbiamo trovato da subito un terreno comune. Condividere qualcosa che ti piace con gli altri, è il modo più naturale per costruire un legame e sentirsi a casa.
Ali

A Collegno provincia di Torino, Gianni e Maria Grazia erano già pronti ad accoglierlo: “Avevamo uno spazio libero a cui desideravamo dare una nuova vita. Volevamo una associazione a cui appoggiarci: abbiamo cercato su internet e abbiamo contattato Refugees Welcome. Dopo i primi colloqui, ci hanno proposto di conoscere Ali”, dice Gianni. “Ci siamo incontrati in un bar di San Salvario a Torino”, ricorda Maria “ci ha fatto un’ottima impressione: Ali è un ragazzo con un sorriso dolce che ti conquista immediatamente. Gli abbiamo proposto di venire a cena a casa nostra, per fargli conoscere i nostri figli e rispettivi fidanzati”. Di quella serata assieme, a base di cibo italiano, Ali dice: “Mi sono sentito subito a mio agio e ho ritrovato una atmosfera famigliare, come se li conoscessi da tempo. Io vengo dall’Etiopia, sono abituate a vivere con tante persone. È stato piacevole provare questo tipo di sensazione: come essere a casa”.

Da quel momento, tutto si è svolto abbastanza velocemente, senza particolari timori o ripensamenti. “Il nostro è stato un approccio molto pragmatico: la voglia di iniziare questa avventura era superiore alle paure. Non sapevamo bene cosa aspettarci, ma eravamo curiosi di partire”, ricorda la coppia. Nemmeno il covid è stato un deterrente: “Siamo dell’idea che la vita debba continuare, con le dovute precauzioni, ma si deve andare avanti”, dice Maria Grazia.

Due mesi di convivenza non sono tantissimi, ma già sufficienti per stabilire una routine, fatta di cene, film e attività all’aperto: “Abbiamo trovato delle cose in comune che ci piacciono. Ali ama lo sport e le attività all’aria aperta come noi.  Non avevamo particolari aspettative, quindi tutto quello di bello che sta nascendo tra noi, è naturale e ci rende felici”, afferma sempre Maria Grazia. Le fa eco Gianni: “Siamo andati parecchie volte a correre in montagna, anche di notte, a fare dei lunghi giri in mountain bike, con delle discese impegnative, e ho visto che atleticamente Ali è molto forte. In pochissimo tempo ha imparato a fare delle cose, con me e i miei amici, che non aveva mai fatto. È bello vedere il suo entusiasmo”. Ali conferma: “Mi sto divertendo. Amo la natura e praticare lo sport, ma non ero mai andato in mountain bike. Gianni e Maria sono come la la mia seconda famiglia, è anche meglio di come mi aspettassi”.  La sera c’è spazio per altre attività in comune.

Mangiamo e poi vediamo dei film. Ali è molto appassionato di cinema e ce ne propone diversi. Abbiamo fatto una scorpacciata di film horror, i suoi preferiti, mentre adesso, fortunatamente, siamo passati ad altri generi.
Gianni

L’armonia che si instaurata tra la coppia e il giovane etiope potrebbe essere accompagnata, con procedere della convivenza, da qualche piccola incomprensione, ma la cosa non spaventa Maria: “Siamo nella fase della scoperta, in cui tutto è nuovo, ma siamo consapevole che magari, fra qualche mese, possano sorgere dei problemi. È naturale e forse anche salutare. Credo che saremo in grado di affrontarli”.

Gianni pensa che il successo di questa esperienza, sino ad oggi, stia nell’equilibrio che i tre hanno trovato. “Ali ha piacere a stare con noi, ma coltiva, allo stesso tempo, la sua indipendenza. Ha degli amici con cui esce, ha i suoi luoghi dove va a fare sport da solo. Questa sintesi tra condivisione e autonomia credo sia fondamentale per far funzionare la convivenza”.


Fra uno scherzo e una risata: un anno assieme

Nulla è più potente della parola quando è seguita da un gesto che non la smentisce. Ho deciso di ospitare per una questione di coerenza rispetto agli ideali a cui mi sono sempre ispirato nella mia vita: la solidarietà e l’accoglienza.
Enzo

Enzo ha 82 anni, è un ex geometra in pensione e da un anno ospita nella sua casa romana Ebou, 22 anni, un giovane rifugiato gambiano. “Sono divorziato da oltre vent’anni e sto benissimo da solo, chiarisce prima di continuare a spiegare i motivi che lo hanno spinto ad aprire le porte del suo appartamento: “Per me è un modo per tradurre in azione le cose in cui credo. Desideravo offrire ad Ebou la possibilità di trovare la sua strada e di costruirsi un avvenire in tranquillità”. Di origini pugliesi, Enzo è stato accolto anche lui nella Capitale quando era poco più che maggiorenne. “È anche un modo per restituire quanto ricevuto. Dopo il diploma sono venuto a Roma per trovare lavoro e sono stato ospitato da alcuni parenti finché non ho avuto un po’ di soldi. Anche mio padre è stato un immigrato: andò in America con il “bastimento”.

Un lungo viaggio migratorio, dal Gambia all’Italia, passando per Senegal, Mali e Libia è quello che ha condotto Ebou nel nostro Paese, dove è arrivato ancora minorenne, da solo, senza nessun adulto di riferimento. “Non ricordo dove sono sbarcato, pensavo solo a salvarmi”, ricorda il ragazzo. “Ho superato la paura più grande, che è quella del percorso lungo e pericoloso che mi ha portato qui. Sono stato mesi in Libia: per scappare da quell’inferno non avevo altra scelta che la traversata. Ci hanno messo su una imbarcazione di fortuna e ho temuto di annegare. Grazie a Dio, siamo stati soccorsi da una nave italiana”, racconta il ragazzo. “Non abbiamo parlato molto del perché è partito”, ammette Enzo, aggiungendo: “Questa esperienza mi ha fatto capire la sofferenza che si porta dietro”.

C’è ormai complicità tra i due coinquilini che insieme hanno affrontato anche il lockdown. “Siamo amici e ci siamo sempre trattati alla pari”, tiene a precisare Enzo, nonostante la differenza d’età potrebbe suggerire un rapporto simile a quello che può instaurarsi tra un nonno e suo nipote.

“Ho saputo del progetto di Refugees Welcome da un amico che aveva fatto richiesta”, ricorda Ebou. “Ho pensato che vivere con una persona italiana potesse essere una opportunità per raggiungere i miei obiettivi, visto che ancora c’erano dei passi importanti che dovevo ultimare, come la patente e il lavoro”. Dopo un anno, Ebou ce l’ha fatta: ha trovato impiego da Eataly come pizzaiolo e tra poco prenderà la patente di guida. Neanche a dirlo, il suo istruttore è proprio l’ex geometra. “Gli faccio lezioni di guida ed è diventato bravo in pochissimo tempo, anche se a volte fa ancora qualche piccolo errore”, racconta Enzo, fra le proteste scherzose di Ebou, che precisa “È lui ad essere un po’ troppo esigente come istruttore”.

L’ironia è sicuramente uno degli aspetti preponderanti della relazione fra i due. “Mi prende in giro perché sono vecchio”, dice ridendo Enzo. “La prima volta che l’ho incontrato, mi sono sorpreso che fosse un po’ più anziano di quanto mi aspettassi. Però quando abbiamo parlato ho capito che saremmo potuti andare d’accordo, perchè è una persona piena di vita e di interessi. Ho pensato: ammazza, nonostante l’età, è ancora in gamba!”, ricorda con un sorriso Ebou.

Dopo un anno, la convivenza è agli sgoccioli: a breve Ebou lascerà casa di Enzo e andrà a vivere in un appartamento con degli amici. Ha raggiunto l’indipendenza, che è l’obiettivo principale del progetto di accoglienza in famiglia di Refugees Welcome Italia. Nel frattempo, il ragazzo si è inserito perfettamente nella vita dell’ex geometra, che lo ha fatto conoscere a tutti: ai nipoti e agli amici, con i quali spesso prendono un caffè insieme. Anche Ebou ha presentato i suoi amici ad Enzo. Si è stabilita una routine – fatta anche delle cene a base di riso e cous-cous che il giovane rifugiato cucina per il padrone di casa – che sarà difficile sostituire.

La cosa che più mi è piaciuta della convivenza con Enzo? Il suo modo di vivere e affrontare la vita, sempre con uno spirito positivo. Grazie a lui ho conosciuto delle persone che non avrei incrociato, i suoi amici, la sua famiglia. Tutto questo mi tornerà utile ora che andrò a vivere da solo.
Ebou

Prima della fine della chiacchierata, c’è ancora spazio per qualche aneddoto su questo anno di vita in comune. “Enzo è un po’ negato con la tecnologia”, dice Ebou, “cerco di dargli una mano soprattutto con le applicazioni del cellulare, gli faccio da tutor”, aggiunge. “Io volevo un cellulare semplice e invece lui mi ha fatto comprare questo modello smart, più complesso. Per fortuna c’è lui che mi aiuta”, dice ridendo Enzo.

Ebou ora è focalizzato sul suo prossimo futuro in autonomia, ma sa già che sentirà la mancanza del suo attuale coinquilino: “Il mio desiderio è riuscire, un giorno, ad aprire un ristorante mio. Cosa mi mancherà di Enzo? Le nostre risate! Quando non ci sarò più, chi lo aiuterà se non riesce a far funzionare il cellulare”? “È vero”, conclude l’ex geometra.


Uno scambio senza barriere

Fra noi non ci sono tabù: parliamo di tutto, mi sento a mio agio, libero di essere me stesso e di dire quello che penso. È bello che non ci siano barriere.
Diabo

Con queste parole Diabo, 22 anni, del Burkina Faso, sintetizza gli aspetti positivi di questi 4 mesi di vita in comune con Raniero, Alessandra e Serena, la famiglia che lo ha accolto in provincia di Torino da settembre. Una frequentazione, però, che va avanti da circa un anno: si erano infatti conosciuti poco prima dell’inizio della pandemia e, quando è stato possibile, si sono incontrati durante i week-end per passare un po’ di tempo assieme. Lo scorso autunno, Diabo ha terminato il suo periodo di accoglienza nel centro dove viveva e si è trasferito a casa Tomei.

Da allora, la convivenza procede a gonfie vele. Fra Diabo, Raniero, Alessandra e Serena è nata una complicità che è evidente anche durante l’intervista: raccontano aneddoti, ridono, completano gli uni i commenti e le riflessioni degli altri. Come se si conoscessero da sempre. Fra Serena e Diabo, in particolare, la sintonia è evidente: l’essere coetanei li ha aiutati a creare un rapporto fraterno. È stata proprio Serena ad avere l’idea di accogliere una persona rifugiata a casa. “Tempo fa una mia amica mi ha parlato del progetto Refugees Welcome Italia”, ci racconta, “e ho pensato che, avendo una camera in più inutilizzata, avremmo potuto farlo anche noi. L’ho proposto ai miei genitori, ero certa che avrebbero accettato”. E così è stato, come conferma Alessandra.

In passato avevamo già ospitato delle persone nell’ambito di un progetto di scambio per motivi di studio. Non avevamo però mai considerato l’idea di aprire le porte di casa ad un ragazzo rifugiato. Quando Serena ce l’ha proposto ho pensato: perchè no? Io mi considero una persona fortunata: ho una famiglia, un lavoro, una casa con una stanza libera perché due dei miei figli vivono per conto loro. Mi sono quindi detta: perchè non condividere quello che abbiamo con altre persone che possono vivere, anche momentaneamente, una situazione di bisogno? Se io mi trovassi al posto di Diabo, mi piacerebbe che qualcuno lo facesse per me”.

A Raniero, in famiglia, spetta il ruolo di quello “meno ottimista” e quindi all’inizio era un pò più cauto. “Non nascondo che avevo qualche perplessità: arriva a casa una persona nuova, quindi c’è il timore che gli equilibri all’interno della vita familiare possano cambiare. Ci abbiamo pensato e abbiamo concluso che comunque valeva la pena provare, perché sarebbe stata sicuramente un’esperienza interessante. Si può sempre trovare un nuovo equilibrio”.

Le perplessità di Raniero erano in parte anche quelle di Diabo che, pur essendo da sempre interessato a conoscere persone italiane, non aveva mai considerato l’idea di viverci insieme. “Sono arrivato in Italia a 18 anni e, sin dall’inizio, avevo il desiderio di stare con la gente del posto, farmi degli amici, avere qualcuno da frequentare, magari nei fine settimana. Ne ho parlato con l’operatore del centro di accoglienza. Quando lui mi ha proposto di andare vivere con una coppia con figli ero un pò timoroso. Mi è bastato incontrarli per rassicurarmi: la prima impressione è stata positiva perché erano tutti molto sorridenti. Mi sono subito piaciuti”.

“Anche a noi è piaciuto immediatamente”, ricordano Alessandra, Raniero e Serena:  “all’inizio era un po’ taciturno, come saremmo stati noi al suo posto in una situazione simile, in cui sei sotto osservazione. Abbiamo cercato di metterlo a suo agio, buttandola sullo scherzo e lui ha apprezzato, mostrandosi aperto e disponibile”.

Dopo qualche mese di convivenza, è ora dei primi bilanci, che non sembrano lasciare spazio ad ombre. “Non saprei indicare aspetti negativi della nostra convivenza”.

Diabo si è perfettamente inserito nei ritmi della nostra famiglia. Parliamo tantissimo, ci confrontiamo su tutto: dall’attualità allo sport, dalla politica alla cultura. È una persona curiosa, informata di quello che succede nel mondo ed è molto appassionato della storia del suo Paese, di cui ci racconta tante cose.
Raniero e Alessandra

“Questa esperienza sta rendendo il mio percorso di inclusione più semplice. Sto imparando tante cose che sono certo mi saranno utili quando potrò andare a vivere da solo. Mi aiuta molto, a livello psicologico, sapere di avere qualcuno su cui contare, con cui parlare, non essere più solo quando devo prendere delle decisioni o fare delle scelte”, dice Diabo.

Grazie alla rete di conoscenze della famiglia Tomei, inoltre, è riuscito a trovare un lavoro. Un amico di Serena cercava una persona che potesse aiutarlo come apprendista nella sua attività di elettricista e ha dato una possibilità a Diabo, che è molto soddisfatto di questo suo percorso professionale.

Per i Tomei, questa è una esperienza che consigliano a tutti:  “è uno scambio reciproco di modi di vivere, di culture, di esperienze che troviamo molto stimolante. Ti aiuta ad eliminare i pregiudizi, che a volta si hanno semplicemente perchè non si conosce. Aprirsi verso qualcun altro è sempre un arricchimento: vale con chiunque, ancora di più con una persona di un altro Paese”.


Il sarto e l'insegnante: la storia di Brice e Ada.

ll Covid, nonostante le restrizioni e limitazioni, sembra non aver fermato il desiderio di condividere esperienze di vita, seppure apparentemente così diverse e lontane. La storia di accoglienza che raccontiamo oggi viene da Mola di Bari, una  cittadina della costa barese.

È qui che abita Ada, insegnante di italiano in una scuola media e appassionata di viaggi. Curiosa dell’altro e desiderosa di aiutare una persona rifugiata nel suo percorso di inclusione in Italia, Ada ha contattato Refugees Welcome Italia per dare disponibilità ad ospitare.  Dopo mesi di attesa, dovuti al lockdown, finalmente è riuscita a realizzare questo desiderio, che è diventato ancora più forte durante i mesi di isolamento. "La quarantena mi ha fatto capire ancora di più quanto sia importante avere una casa in cui stare al sicuro. E ho pensato che mettere a disposizione la mia fosse la cosa giusta da fare". Così, a fine maggio, Ada ha potuto finalmente incontrare Brice, 28 anni, che è in Italia dal 2017 e proviene dal Camerun. Qui gestiva un atelier di moda e oggi ama definirsi “sarto di professione e parrucchiere per hobby”. Una volta in Italia ha fatto di tutto, lavorando ovunque fosse possibile e frequentando corsi di sartoria, ma anche di giardinaggio.

Brice ha conosciuto Refugees Welcome tramite un’amica e ha visto nel progetto un’ottima opportunità di crescita personale. Vivere con delle persone del posto, racconta, è uno dei modi migliori “per conoscere il territorio e le abitudini degli italiani, migliorare la lingua e orientarsi nella burocrazia”. Ma è anche, per il giovane camerunense, “trovare un luogo da poter chiamare finalmente casa”.

Dopo gli incontri conoscitivi preliminari, avvenuti con la mediazione del gruppo barese di Refugees Welcome, a inizio giugno Brice si è trasferito a casa di Ada e a quanto pare ci sono tutti i presupposti affinché questa esperienza si riveli arricchente per entrambi, da un punto di vista umano e del sostegno reciproco. Brice è arrivato a Mola di Bari portando con sé una grossa valigia piena di stoffe ed un abito realizzato esclusivamente per Ada, per ringraziarla del suo gesto di accoglienza e generosità.

 


Una nuova famiglia per Mamadou.

Mamadou ha 20 anni ed è arrivato in Italia 3 anni fa, era ancora minorenne quando è sbarcato in Sicilia dalla Guinea. È passato da diversi centri di accoglienza per minori fino a quando è approdato nelle vite di Nicola, Anna e nonno Benito l’estate scorsa. La differenza tra un centro d’accoglienza e una casa vera e propria è abissale: “ho vissuto per tanto tempo nei centri d’accoglienza e prima di iniziare quest’esperienza avevo paura perché non mi ricordavo più come si stava in famiglia, come ci si comporta con le altre persone, ma dopo un paio di settimane con loro ho riscoperto cosa si prova a stare tutti insieme ed essere supportati, ho anche acquistato una libertà che non avevo nemmeno in Africa, le mamma africane sono molto severe, Anna invece non lo è ” ci dice ridendo il ragazzo.

Mamadou è diventato parte integrante della famiglia, una sorta di secondo figlio per Anna che si è iscritta al progetto con il pieno supporto del figlio diciasettenne Nicola: “abbiamo deciso di prendere parte al progetto di Refugees Welcome perché in TV non si parlava d’altro che di barconi, di gente che moriva alla ricerca di un posto migliore e di centri d’accoglienza strapieni, tutto questo ci ha spinto a fare qualcosa di concreto nel nostro piccolo. Se durante la guerra, quando si moriva di fame, nel 44’/45’, mia mamma è stata accolta da parenti che economicamente non stavano bene, di sicuro lo potevamo fare anche noi che stiamo decisamente meglio!”

Aderire al progetto è stato facile ed Anna era davvero entusiasta ma le prime paure sono arrivate man mano che la data di inizio convivenza si avvicinava: “a casa c’era già Nicola, mi sono chiesta se accogliere un altro ragazzo adolescente non fosse un po' troppo per me ma tutti i dubbi si sono sciolti quando abbiamo incontrato Mamadou per la prima volta, lui è davvero molto carino, non è come avere un ospite, lui è parte di casa nostra, è come se ci fosse sempre stato!” ci racconta Anna.

Ma i veri protagonisti di questa convivenza sono senza dubbio i due giovani di casa, quasi coetanei che condividono gli stessi interessi: “Io e Mamadou andiamo molto d’accordo, ho provato a farlo ambientare qui ad Imola presentandolo ai miei amici che lo hanno subito accolto nel nostro gruppo, prima del coronavirus uscivamo spesso tutti insieme ma adesso la nostra vista sociale non è molto attiva” afferma Nicola.

“Ci piace fare il bagno al fiume anche se l’acqua è fredda, fare delle passeggiate, giocare a calcio e vedere dei film, ci divertiamo un sacco! Durante la quarantena abbiamo passato davvero molto tempo insieme a chiacchierare, ci siamo conosciuti un po' di più, non è stato un bel periodo per tutti ma io mi sono divertito molto!” ci dice Mamadou.

“Arrivare in famiglia mi ha aiutato a dimenticare i problemi passati ed essere finalmente felice” ci confessa Mamadou. Quest’esperienza gli è stata fondamentale, il supporto della famiglia gli ha permesso di conquistare tante piccole cose, ad esempio migliorare la lingua, prendere la patente e guidare ma anche riuscire a trovare un lavoro. Mamadou è un operaio in un’azienda agricola, si occupa della preparazione dei salumi: “lo prendiamo tutti in giro, lo chiamiamo il salumiere mussulmano” ci dicono ridendo Anna e Nicola.

Ma quest’esperienza non è stata positiva solo per Mamadou: “la vita senza di lui sarebbe stata più monotona e meno aperta verso il mondo, ho imparato un sacco di cose che sembravano davvero lontane ma che invece non lo sono affatto. Fare quest’esperienza ti avvicina tantissimo alla realtà e ti rendi conto di cosa è davvero importante” afferma Nicola.

“Questa convivenza ci fa crescere, ci arricchisce di nuove cose ogni giorno, ci siamo resi conto che per una persona abbiamo fatto la differenza ed è una sensazione meravigliosa!” conclude Anna.