Rohela ritrova i suoi figli dopo nove anni

Questa è una storia di tenacia, pazienza, e tanto amore. Rohela è una giovane donna afghana, arrivata nove anni fa in Italia per poter curare sua figlia, molto piccola. La bambina necessitava di un intervento chirurgico, e dopo di cure. Rohela era inoltre incinta, e per sua figlia aveva diviso il suo cuore: metà in Italia, l’altra metà in Afghanistan, dove aveva lasciato altri due figli piccoli. Il tempo è passato, e la sua preoccupazione di madre è diventata angoscia infinita negli ultimi tempi, quando in Afghanistan le tensioni sono nuovamente esplose e nel 2021 c’è stato il ritorno dei Talebani.

Nel frattempo, Rohela stava costruendo la sua nuova vita in Puglia: grazie al nostro progetto di accoglienza aveva conosciuto una famiglia originaria di Bitonto, i Maffei, che l’aveva accolta con le sue due bimbe, e l’aveva poi aiutata a prendere una casa in affitto. Rohela aveva imparato ad andare in bicicletta, aveva instaurato amicizie e imparato l’italiano, e aveva anche trovato lavoro. Nell’agosto 2021, però, l’esigenza di riunire la famiglia e rivedere i due figli lontani – nonostante fossero in costante contatto con le videochiamate – era diventata insostenibile, soprattutto nei momenti concitati che hanno segnato l’occupazione dell’Afghanistan da parte dei Talebani. C’era stato un primo tentativo di far arrivare i ragazzi in Italia, Refugees Welcome Italia era riuscita a inserirli fra coloro che potevano prendere l’aereo e scappare, ma il caso ha voluto che in aeroporto a Kabul arrivassero tardi.

Riabbracciare i miei figlie dopo così tanto tempo e dopo tutto quello che abbiamo passato è una gioia che non pensavo di poter provare
Rohela

E per fortuna, dato che sono riusciti a sfuggire all’attentato che è costato la vita a molti civili. Rohela l’ha saputo dopo, che i suoi figli erano vivi e si erano rifugiati in Pakistan con la zia e i cugini. E quindi ha ricominciato a sperare, grazie alla famiglia Maffei e alla nostra e a Refugees Welcome Italia si è provato ad aprire un corridoio umanitario tramite il ministero degli Interni, ma la questione ha richiesto ulteriore tempo. È passato un anno, i documenti necessari sono arrivati, un primo tentativo di partenza non è andato a buon fine, si è ricominciato nuovamente tutto daccapo per raccogliere i soldi e comprare nuovi biglietti aerei. E stavolta è arrivato il lieto fine: Rohela ha potuto abbracciare i due figli arrivati all’aeroporto di Bari a metà agosto, e anche la sorella e i due nipoti. I figli – una ragazza e un bimbo – ora hanno 18 e 10 anni, e sono finalmente con la mamma.

Abitano in otto (compresa la zia e i due cugini) nella casa di Rohela a Bitonto, e lei, che lavora come badante, è l’unica fonte di reddito. Perciò ora la nostra organizzazione è scesa nuovamente in campo insieme con Etnie onlus e Medici con l’Africa CUAMM Bari, al suo fianco: abbiamo lanciato una raccolta fondi per sostenerli nelle spese di vitto e utenze, e allo stesso tempo aiutare nell’inserimento scolastico e lavorativo, permettendo loro di frequentare corsi di italiano e anche dei tirocini che li rendano autonomi nel sostentamento della famiglia. Il supporto dei Maffei, che da sempre hanno aiutato Rohela, c’è anche stavolta. E stavolta, però, c’è una grande, importante differenza: il suo cuore di mamma è finalmente tutto unito.


Dall'Ucraina a Bari nel segno della musica

Francesco e Claudia da due mesi e mezzo sono i genitori di Sierra. Vivono a Bari con il cane Beira, e ora in casa sono arrivate altre due persone: Elena Hanna. Sono due musiciste ucraine di circa 40 anni, la prima suona il flauto e la seconda l’oboe nelle orchestre dei teatri delle rispettive città di provenienza, Odessa e Dnipro. Sono state costrette a lasciare l’Ucraina a causa della guerra, e una giovane famiglia di Bari ha aperto loro le braccia. Francesco ha 34 anni, è medico specialista in Malattie infettive e ricercatore dell’Università degli studi di Bari, sua moglie Claudia di anni ne ha 31 ed è medico specialista in Sanità pubblica, dirigente per il ministero della Salute. Sono abituati a spostarsi spesso per lavoro, ma il tempo per accogliere due sconosciute l’hanno trovato.

L’incontro con Elena e Hanna è stato reso possibile grazie alla sede locale di Refugees Welcome e al progetto avviato con il Comune di Bari per creare un albo delle famiglie accoglienti per l’emergenza Ucraina. “Conoscevamo Refugees Welcome e avevamo già avviato in passato il percorso per dare ospitalità – spiega Di Gennaro – ma la prima volta che ci hanno chiamato eravamo a Roma per il parto e la nascita di Sierra”. Già, la famiglia viveva lì, poi si era spostata a Bari perché Francesco aveva vinto un concorso universitario, e la moglie a Bari aveva scoperto di aspettare un bambino. Il caso ha voluto che quando è iniziata la guerra in Ucraina la coppia si trovasse a Bari, e quindi si è resa di nuovo disponibile all’accoglienza. Ed è così che sono arrivate le due musiciste, circa dieci giorni fa, le quali intanto sono entrate in forze nell’Orchestra metropolitana di Bari e tengono concerti durante il weekend, oltre a prove continue nella settimana.

Aprire le porte di casa è la cosa più normale del mondo. Vale per tutti: per chi fugge dall’Ucraina, dall’Africa o da qualsiasi parte del mondo, per il collega di lavoro che vive un momento di difficoltà o l’abitante dello stesso condominio.
Francesco

“Siamo andate a sentirle, sono molto brave – dice Francesco  – Sappiamo che il nostro gesto non mette fine a una guerra, ma proviamo in piccolo almeno ad lenire il dolore di queste persone, ci fa sentire meglio”. Fra di loro comunicano in inglese e tramite i traduttori ucraini, le due musiciste stanno anche imparando l’italiano. Hanno lasciato le loro famiglie in Ucraina, parlano poco della guerra ma sono in costante contatto con parenti e amici: “Sono persone molto care, a volte suonano anche in casa ed è bello anche per la bimba. Adesso Sierra ha due zie musiciste, e il cane dal canto suo ha il doppio delle carezze”. Il piccolo gesto di Francesco, Claudia e di Sierra ha un potere e un significato enormi: “Aprire le porte di casa è la cosa più normale del mondo, lo facevano i nostri nonni e l’abbiamo dimenticato – riflette Francesco – Sentire il dolore degli altri e aiutarli fa parte di noi. E vale per tutti: per chi fugge dall’Ucraina o da altre parti del mondo, per collega di lavoro che vive un momento di difficoltà o l’abitante dello stesso condominio. Il problema è che oggi c’è tanto egocentrismo culturale, crediamo che i nostri problemi sono i più grandi, e invece abbiamo tutti bisogno di ridimensionarci e fare un piccolo sforzo per immedesimarci nelle vite degli altri”. I Di Gennaro – Marotta l’hanno fatto, e sono contenti: “Anche se stiamo spesso fuori non abbiamo alcun problema a lasciare casa agli estranei”. Anche perché Elena e Hanna non lo sono più: resteranno a Bari fino a giugno, perché finirà il percorso con l’orchestra, “ma noi siamo sempre disponibili e possono restare per tutto il tempo di cui hanno bisogno. Quello che si riceve è sempre di più di quello che si dà. Noi diamo solo una stanza, e in cambio abbiamo un bellissimo scambio culturale”.

Credit: La Repubblica – Bari


Una buddy per amica

È bello avere la possibilità di conoscere un posto attraverso gli occhi e le esperienze di chi ci è cresciuto. Incontrare Benedetta mi ha aperto la porta di una città, Roma, in cui vivevo da qualche anno, ma che continuavo a sentire straniera”.  Larissa e Benedetta sono due coetanee, la prima nata in Camerun, la seconda in Italia, le cui vite si sono incrociate grazie al programma Community Matching, Comunità e Rifugiati insieme per l’integrazione – realizzato da Ciac e Refugees Welcome Italia, con il supporto di UNHCR Italia – che ha l’obiettivo di mettere in contatto rifugiati e rifugiate con volontari e volontarie, chiamati “buddies”, che possano affiancarli nel loro percorso di integrazione in Italia. A spingere Benedetta a partecipare al programma è stato il desiderio di fare qualcosa di concreto per costruire una società più inclusiva e solidale, in cui ci sia spazio per l’incontro e il dialogo: “in passato ho lavorato come volontaria in un centro di accoglienza in Belgio e mi sono resa conto di quanto importante sia creare delle relazioni tra le persone rifugiate e la comunità”, racconta. “Esistono barriere sia fisiche, sia culturali, che creano spesso contrapposizioni, incomprensioni e anche pregiudizi. L’unico modo per abbatterle è la conoscenza reciproca. Questo progetto è un modo per costruire un ponte fra due mondi che, altrimenti, difficilmente si incontrerebbero”, conclude.

Le relazioni umane fanno la differenza nella vita di tutte le persone, questo vale ancora di più per i rifugiati e le rifugiate: ti fanno sentire davvero parte della comunità.
Larissa

Per Larissa, arrivata in Italia da qualche anno per ricominciare una nuova vita in sicurezza e attualmente ospite di un centro di seconda accoglienza, l’incontro con Benedetta è stato soprattutto un modo per vincere il senso di isolamento: “vivo in Italia da più di due anni, ma al di là delle interazioni con gli operatori della struttura dove vivo, non ho avuto molte occasioni di conoscere persone del posto. Mi sentivo molto sola e desideravo fare nuove amicizie. Così, quando mi hanno parlato di questo progetto, ho pensato che fosse un’ottima opportunità per allargare la mia rete di relazioni”. Il programma Community Matching prende le mosse dalla consapevolezza che il coinvolgimento dei cittadini e delle cittadine abbia un ruolo fondamentale nel promuovere l’integrazione delle persone rifugiate e che il rafforzamento di legami relazionali possa facilitarne il percorso di autonomia. La giovane rifugiata sottolinea, inoltre, come questa esperienza l’abbia aiutata a rivedere anche alcune sue idee sull’Italia. “Devo ammettere che, all’inizio, avevo alcuni pregiudizi su questo Paese: mi avevano raccontato di alcuni episodi poco piacevoli capitati a delle persone straniere e questo mi aveva condizionato nel rapporto con gli altri. Per molto tempo ho avuto un pò di timore ad aprirmi: incontrare Benedetta mi ha aiutato a superarlo”.

All’inizio, avevo alcuni pregiudizi sull’Italia. Per molto tempo ho avuto un pò di timore ad aprirmi: incontrare Benedetta mi ha aiutato a superarlo.
Larissa

Esistono barriere sia fisiche, sia culturali, che creano spesso contrapposizioni, incomprensioni e anche pregiudizi. Questo progetto è un modo per costruire un ponte fra due mondi che, altrimenti, difficilmente si incontrerebbero.
Benedetta

A quattro mesi dal loro primo incontro, tra Larissa e Benedetta è nato un rapporto di amicizia fatto di passeggiate, confidenze e condivisione, nonostante le restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria abbiano limitato la frequentazione. “Per me è un’esperienza di arricchimento reciproco. Grazie a Larissa, sto imparando molte cose sulla storia e l’attualità del Camerun, ma anche sulla musica e sulla cucina”, racconta Benedetta. Le fa eco Larissa: “il fatto di avere la stessa età, io 27 anni, lei 28, ci ha aiutato ad entrare subito in sintonia, in modo molto naturale. Mi trovo a mio agio con lei e parliamo di tutto. Andiamo in giro alla scoperta della città e delle sue bellezze, ci vediamo per un aperitivo o per aggiornarci sulle novità di entrambe. Ci diamo consigli sulla musica da ascoltare, Benedetta mi sta facendo conoscere i cantautori italiani”. Uno dei compiti dei case workers coinvolti nel progetto è proprio quello di studiare l’abbinamento fra i buddies, sulla base delle caratteristiche e dei bisogni di entrambi, in modo da individuare il “matching” migliore. Nel suo prossimo futuro, Larissa spera di poter riprendere gli studi, completando il master in risorse umane che aveva iniziato nel suo Paese, e di trovare un lavoro coerente con la sua formazione. “Devo ottenere il riconoscimento della mia laurea qui in Italia. La burocrazia è lunga e complessa. Benedetta, quando può, cerca di darmi una mano anche in questo”. Con il progressivo allentamento delle misure restrittive, le due ragazze sperano di poter approfondire ulteriormente la loro conoscenza: “questa esperienza mi dà tanta speranza e sono certa che io e Benedetta avremo modo di condividere tante cose. Le relazioni umane fanno la differenza nella vita di tutte le persone, questo vale ancora di più per i rifugiati e le rifugiate: ti fanno sentire davvero parte della comunità”, conclude Larissa.


Un compleanno per sentirsi a casa

Eric è un giovane ragazzo del Madagascar, con alle spalle una storia diversa rispetto a quella della maggior parte di suoi coetanei che arrivano in Italia ancora minorenni, senza la propria famiglia. Ha lasciato il suo paese a 17 anni per poter completare la sua istruzione ed è entrato in Italia con un visto per motivi di studio. “Ho avuto la possibilità di venire in Europa in modo sicuro, a differenza di molti ragazzi della mia età che sono costretti a rischiare la vita e a vivere esperienze traumatiche lungo il viaggio. Sono stato fortunato”, racconta il ragazzo. “Le difficoltà da affrontare, una volta arrivati in un Paese nuovo, credo siano comuni a tutti. Nel mio caso, l’ostacolo principale è stato il senso di solitudine e di isolamento rispetto all’ambiente che mi circondava. Avevo bisogno di un punto di riferimento qui a Roma perché, nonostante frequentassi persone della comunità malgascia, mi sentivo ancora straniero”. Per questo, una volta venuto a conoscenza del progetto Fianco a Fianco, lanciato nel 2019 da UNICEF e Refugees Welcome, Eric ha deciso di partecipare. “Ho visto un post su Facebook e mi ha molto colpito perché è raro trovare sui social network proposte rivolte a ragazzi e ragazze migranti. Mi sono riconosciuto nella descrizione del progetto e ho pensato che poteva essere una risposta a quello che stavo cercando”.

 

E così che Eric ha conosciuto Valentina, la sua mentore. “Cercavo una opportunità per fare qualcosa di concreto a fianco di ragazzi e ragazze migranti. Mi è piaciuta l’idea di poter costruire un rapporto di amicizia: lavorando tutto il giorno, non ho tanto tempo a disposizione, ma ho pensato di poter comunque coinvolgere il mio mentee nella mia vita sociale”, racconta Valentina. Il primo incontro fra i due, avvenuto alla presenza degli attivisti di Refugees Welcome Italia, è stato positivo per entrambi. “Sono di natura timido e quel giorno ero un pò intimorito, perché è un pò come essere sotto esame, ma Valentina ha rotto subito il ghiaccio con la sua simpatia” ricorda il ragazzo. Gli fa eco Valentina: “anche io mi sentivo sotto osservazione ed ero un pò preoccupata dal dover fare subito una buona prima impressione. Appena l’ho visto, mi ha colpito subito la sua dolcezza. Per vincere la sua reticenza ho giocato la carta dell’ironia, che è stata vincente. Abbiamo subito trovato un canale di comunicazione e da lì è stato tutto semplice”.

Festeggiare il mio compleanno con Valentina e la sua famiglia, è stato per me un bellissimo momento, un passo importante del mio percorso qui in Italia. Mi sono sentito davvero parte di questo Paese.
Eric

A distanza di sei mesi, la loro relazione procede molto bene: fra i due è nata una bella amicizia basata sulla condivisione di momenti di svago e sull’ascolto reciproco. “Avevo bisogno di costruire delle relazioni con persone italiane, era questo che cercavo e l’ho trovato grazie al progetto Fianco a Fianco. Spesso si sottovaluta questo aspetto: anche se fondamentali, avere un lavoro e una casa da soli non bastano. I rapporti personali fanno la differenza fra il vivere in un posto e sentire di farne davvero parte”, dice il giovane.

 

“Ho introdotto Eric nel mio gruppo di amici, che si sono mostrati subito aperti e accoglienti nei suoi confronti. Facciamo delle cose insieme: cene, aperitivi, mostre. Questa estate ha trascorso anche alcuni giorni al mare con noi. Entrambi amiamo la fotografia e coltiviamo questa passione. Il nostro è stato un incastro che ha funzionato”. Uno dei compiti degli attivisti di Refugees Welcome Italia all’interno del progetto è proprio quello di studiare l’abbinamento mentore e mentee, sulla base delle caratteristiche e dello stile di vita di entrambi, in modo da individuare il “matching” migliore.

 

Uno dei momenti di condivisione più significativi di questi mesi è stata la festa di compleanno per Eric. “È venuto a casa mia e abbiamo cucinato insieme tutto il pomeriggio per preparare il cibo. Eric ha diretto i lavori in cucina e ci ha insegnato a preparare il pollo al curry, gli involtini e la torta. Poi sono arrivati i miei amici a festeggiarlo: abbiamo mangiato e giocato a Monopoli fino a sera tarda. È stato molto bello”, ricorda Valentina. “Per la prima volta nella mia vita ho celebrato il mio compleanno due volte: la mattina i miei coinquilini del Madagascar hanno preparato una festa a sorpresa per me, poi, la sera, ho festeggiato con la mia comitiva italiana. Valentina mi ha regalato un corso di cucina thailandese, perché sa che mi piace molto cucinare e sperimentare nuove ricette. Alcune lezioni le seguiremo insieme, non vedo l’ora”.

Questa esperienza mi ha insegnato che, nonostante le differenze culturali, linguistiche, di percorsi di vita, c’è sempre una base comune su cui costruire la comprensione e la conoscenza dell’altro: l’umanità.
Valentina

Anche se fondamentali, avere un lavoro e una casa da soli non bastano. I rapporti personali fanno la differenza fra il vivere in un posto e sentire di farne davvero parte.
Eric

Al momento, Eric lavora di sera assistendo una persona anziana, mentre il pomeriggio frequenta un corso per diventare operatore socio-sanitario. “Mi piace la scuola che seguo,  ma è un pò difficile, ci sono molte parole nuove, che non ho mai sentito. Non è proprio quello che avrei voluto fare nella vita, ma è un modo per trovare un lavoro stabile e qualificato. Valentina mi è stata molto d’aiuto a mettere a fuoco il mio progetto: mi ha spronato a continuare la mia formazione per poter avere migliori opportunità, ma, allo stesso tempo, mi incoraggia a coltivare le mie passioni, come la fotografia e la cucina”, afferma il ragazzo. “Cerco di sostenerlo nelle sue scelte a lungo termine, perché mi auguro che possa trovare la sua strada professionale, senza abbandonare le cose che ama. Eric è un ragazzo dalla sensibilità spiccata, che esprime attraverso la creatività in cucina e nella fotografia”.

 

I sei mesi di durata formale del progetto sono quasi terminati ed è tempo di bilanci: “può sembrare banale, ma questa esperienza mi ha insegnato che, nonostante le differenze culturali, linguistiche, di percorsi di vita, c’è sempre una base comune su cui costruire la comprensione e la conoscenza dell’altro: l’umanità. Qualunque cosa succeda, spero di non perdere questo rapporto. Mi piacerebbe un giorno andare in Madagascar insieme”, afferma Valentina. “È bello avere l’opportunità di conoscere il Paese che ti ospita attraverso gli occhi e il modo di vivere di chi è nato e cresciuto qui. Non so cosa mi riserverà il futuro, ma Valentina è ormai parte della mia famiglia”, conclude Eric.


A porte aperte

La grande e accogliente cucina con al centro un tavolo in legno è il cuore della casa di Margareta, da sempre aperta a chi è di passaggio o vive un momento di difficoltà. È qui che si ritrova spesso, per due chiacchiere in confidenza o un pasto, con Joy, la rifugiata nigeriana che ospita da febbraio 2021. “Accogliere non è una cosa nuova per me, l’ho sempre fatto, in diversi modi: aprendo le porte ai viaggiatori o a chi ha bisogno. Avevo una camera libera che solitamente affitto per soggiorni brevi, ma ho deciso di metterla a disposizione del progetto di Refugees Welcome. Mi è sembrato un ottimo modo per dare valore ad uno spazio che non stavo utilizzando e, al contempo, essere di aiuto a qualcuno”.

Dalla Nigeria ai campi di detenzione della Libia sino a Torino: la storia di Joy, come quella di molte sue connazionali, è costellata di violenza e sofferenze, ma anche di coraggio, libertà, dignità e speranza. In Italia dal 2016, la giovane ragazza ha ottenuto lo status di rifugiata e, a inizio 2021, ha terminato il suo percorso all’interno del circuito dell’accoglienza. Un momento molto delicato, che dovrebbe segnare l’inizio di un’autonomia che il più delle volte non è stata ancora raggiunta. Senza una rete di appoggio, il rischio è di finire in una nuova situazione di marginalità, compromettendo tutti i progressi fatti fino a quel momento. Per evitare a Joy una prospettiva del genere, la sua operatrice le ha consigliato di iscriversi al programma di accoglienza in famiglia di Refugees Welcome Italia. “Quando ho saputo di questa possibilità, mi è subito sembrata una opportunità da cogliere. Non avevo ancora un lavoro stabile che mi potesse permettere di pagare un affitto, ma soprattutto mi piaceva l’idea di socializzare con altre persone del posto. Sono stata 4 anni nel sistema di accoglienza e non ho avuto mai possibilità né di vivere con italiani, né di conoscerne molti, a parte le operatrici che lavoravano nella cooperativa che gestiva il centro in cui vivevo. Mi sono detta che era ora di provare qualcosa di diverso”.

Margareta ha capito come sono fatta e mi ha lasciato i miei spazi. È stata capace di starmi vicino con discrezione. Qui mi sono sentita sempre libera di essere me stessa.
Joy

Due mondi lontani, quelli di Joy e Margareta, che hanno saputo incrociarsi e comprendersi, creando un’intesa basata su un equilibrio che concilia indipendenza reciproca e vicinanza. “Io sono una persona piuttosto chiusa e riservata. L’esperienza dolorosa del viaggio ha acuito questi miei tratti. Margareta ha capito come sono fatta e mi ha lasciato i miei spazi, pur sapendo di poter contare su di lei quando ne avevo bisogno. È stata capace di starmi vicino con discrezione e l’ho molto apprezzato. Penso che non mi sarei trovata altrettanto bene in una famiglia più “tradizionale”, dove magari ci sono abitudini radicate a cui mi sarei dovuta adeguare. Qui mi sono sentita sempre libera di essere me stessa“, racconta Joy.  “Credo di aver vissuto questa esperienza con lo spirito giusto e senza particolari aspettative. È facile, in queste circostanze, aspettarsi qualcosa dall’altra persona o dare per scontato che si debba per forza instaurare una relazione significativa. Io ho intuito subito che Joy aveva bisogno di avere accanto una compagnia non invadente, rispettosa dei suoi silenzi e del suo desiderio di autonomia, perché anche io sono fatta così. Amo l’indipendenza e ho dei ritmi di vita non convenzionali. Il nostro è stato un incastro che ha funzionato e di questo va dato merito all’associazione”. Uno dei compiti di Refugees Welcome è proprio quello di studiare l’abbinamento fra famiglia ospitante e persona accolta, sulla base delle caratteristiche e dello stile di vita di entrambi, in modo da individuare il “matching” migliore.

Ho intuito subito che Joy aveva bisogno di avere accanto una compagnia non invadente, rispettosa dei suoi silenzi e del suo desiderio di autonomia, perché anche io sono fatta così.
Margareta

Joy ora ha trovato lavoro come aiuto cuoca e sta cercando una casa tutta per sé, più vicina al ristorante. L’autonomia è ad un passo. “Per me sarà un momento molto importante, la conclusione di una fase della mia vita e l’inizio di una nuova. È stato un percorso faticoso, non sempre lineare, in cui io stessa ho avuto molte incertezze, ma alla fine ho trovato la mia strada. La parentesi di vita in famiglia è stata fondamentale, mi ha dato il tempo di sentirmi finalmente pronta all’indipendenza e di lasciarmi alle spalle alcune delle mie paure”. Le fa eco Margareta: “sono orgogliosa di Joy e ammiro la sua resilienza, anche se è una parola di cui spesso si abusa, non comprendendo a fondo il significato. Dopo tutto quello che ha passato, non ha perso mai il sorriso e la sua indole positiva verso la vita. Mi mancherà sentirla cantare, ha una voce meravigliosa che riempie la casa di gioia”.

Penso che l’accoglienza in famiglia sia un ottimo strumento per facilitare l’incontro fra mondi che altrimenti non si sfiorerebbero. È una palestra per allenare la propria empatia.
Margareta

Dopo quasi nove mesi, la convivenza sta per terminare. “Cosa mi ha lasciato questa esperienza? Sicuramente è un’ottima palestra per allenare la propria empatia e per capire come si vive nei panni degli altri. Mi trovo a mio agio nel conoscere persone nuove e confrontarmi con realtà diverse dalle mie. Penso che l’accoglienza in famiglia sia un strumento efficace per facilitare l’incontro fra mondi che altrimenti non si sfiorerebbero nemmeno. Sarei contenta di vedere sempre più persone aprire la porta della loro casa”, racconta Margareta. “La convivenza mi ha dato l’opportunità di comprendere meglio il modo di vivere di questo Paese, che spesso, in passato, ho sentito lontano e sconosciuto. Ora mi sento un pò italian anche io”, conclude, sorridendo, Joy.


Tutti insieme appassionatamente

“Quando rientro, per me è naturale vedere Bachir che gironzola per casa. È parte della famiglia ormai. Guardiamo le partite, andiamo dal nonno, giochiamo a calcetto. Quando andrà via sentirò la sua mancanza”.

Queste sono le parole con cui oggi Giacomo, 13 anni, parla della sua esperienza di convivenza con Bechir, 27 anni, un giovane che viene dall’Etiopia. Eppure qualche mese fa non la pensava così: quando la madre Ilaria ha proposto di aprire le porte della loro casa ad una persona rifugiata, Giacomo è stato l’unico della sua numerosa famiglia – oltre ai genitori, il fratello Fabio, 16 anni, e le sorelle Jole ed Elsa, di 10 e 7 anni – a manifestare delle perplessità circa questa possibilità. “Lo ammetto, all’inizio non ho fatto i salti di gioia. Sono geloso dei miei spazi e l’idea di una persona in più in casa mi preoccupava. In più, sono piuttosto riservato. Quindi i primi tempi, quando Bechir è arrivato, sono stato un pò sulle mie e l’ho studiato. Prima di socializzare devo potermi fidare di una persona, ma lui è riuscito in breve a conquistarmi. Ora non riesco ad immaginare di tornare a casa e di non vederlo in giro”. Di questa iniziale “diffidenza” di Giacomo parla anche il giovane rifugiato etiope. “I primi giorni mi sentivo un po’ sotto osservazione e intimidito da Giacomo, perchè non mi dava molta confidenza, ma dopo un pò è diventata un’altra persona con me”.

Da allora sono passati circa 7 mesi e fra i ragazzi della famiglia e Bechir è nato un rapporto di amicizia che ha trovato nella comune passione per il calcio il principale collante. “Guardiamo le partite insieme e giochiamo a calcetto”, conferma Fabio, il più grande, “ci prendiamo molto in giro perchè Bechir è juventino e in casa, tranne mio padre, siamo tutti milanisti. Domenica c’è lo scontro diretto fra le due squadre e siamo pronti per la battaglia”, racconta scherzosamente il ragazzo.

All’inizio non ho fatto i salti di gioia, sono geloso dei miei spazi e riservato, ma Bechir è riuscito, in breve, a conquistarmi. Ora non riesco ad immaginare di tornare a casa e di non vederlo in giro.
Giacomo

Tutto è partito da Ilaria, che da tempo aveva in testa l’idea di ospitare una persona rifugiata, ma non trovava il coraggio di condividerla con il marito. “Mi tengo informata su quello che succede nel mondo dell’accoglienza e ho percepito chiaramente che c’era bisogno di un sostegno ai rifugiati e alle rifugiate nel loro, spesso faticoso, percorso di inclusione in Italia. Desideravo che noi, come famiglia, potessimo dare un contributo: dopo varie esitazioni ne ho parlato a mio marito e la sua risposta è stata “perché no”. A quel punto, Ilaria e Luca si sono rivolti a Refugees Welcome e dopo alcuni incontri, gli hanno proposto di conoscere Bechir.

“Avevo molta fiducia nell’associazione ed ero certa avrebbe studiato l’abbinamento giusto per la nostra famiglia. Ed è stato così. La prima volta che abbiamo incontrato Bechir era molto emozionato, perchè è una persona piuttosto riservata, ma poi, quando si sente a suo agio, tende ad aprirsi. Quello che ci ha colpito è che lui aveva davvero voglia di fare questa esperienza”, ricorda la coppia. “Mi sentivo un po’ sotto osservazione”, conferma il ragazzo, “ma mi hanno ispirato subito fiducia. Quando al centro di accoglienza mi hanno proposto di vivere con una famiglia numerosa mi è piaciuta subito l’idea, perché anche io sono cresciuto in una cosa affollata. Siamo in 7 tra fratelli e sorelle, e sentivo la mancanza di quel tipo di atmosfera”.

Oltre che con Giacomo e Fabio, Bechir ha creato un legame speciale anche con le due piccole di casa, Jole ed Elsa, che raccontano: “lo aiutiamo con l’italiano, gli abbiamo dato anche la pagella. Poi ci piace fare la lotta, ascoltare le canzoni e ballare. Lui ci prende in braccio e ci fa roteare come nei balli del film Greese”.

Il segreto di questa convivenza, secondo tutti, sta nel carattere del giovane rifugiato, che si è saputo inserire con naturalezza nelle dinamiche di casa. “Bechir ha un grande spirito di adattamento che è essenziale per vivere in una famiglia numerosa, chiassosa e confusionaria come la nostra. Si è subito integrato e ha saputo ritagliarsi un posto, con la riservatezza, la gentilezza e il rispetto per gli altri che lo contraddistinguono. La nostra, poi, è una famiglia allargata e lui ha stretto amicizia con tutti, con mio padre, mio suocero. È il coinquilino perfetto, un vero gentleman. Scherzando gli dico che è da sposare, anche è già sposato”, racconta sorridendo Ilaria.

“Di Bechir mi piace il carattere, ci facciamo sempre delle risate e in più è un cuoco provetto, ci ha fatto assaggiare dei piatti tipici dell’Etiopia” aggiunge Jole. Le fa eco Elsa: “ha sempre tempo per noi, anche se è stanco non dice mai di no a nulla. C’è sempre per noi. Quando entro nella sua stanza per vedere se dorme e lo sveglio, lui non si arrabbia mai”. “La verità è che le bambine a volte gli danno il tormento, ma Bechir ha una grande pazienza”, aggiunge ridendo Luca.

Per noi era importante insegnare il valore dell’accoglienza ai nostri figli, ma anche provare a cambiare la percezione della comunità in cui viviamo.
Ilaria e Luca

Della sua vita passata, Bechir parla il giusto. È stato costretto a lasciare il suo Paese, la sua famiglie e sua moglie, per motivi legati alla sua sicurezza personale: il giovane rifugiato è originario dell’Oromia, una regione dell’Etiopia dove da sempre si registrano conflitti interetnici e un conflitto a bassa intensità con il governo centrale. Arrivato in Italia su un’imbarcazione di fortuna, dopo aver trascorso alcuni mesi nell’inferno libico, ha tentato per ben due volte di raggiungere la Germania, per poi essere rimandato indietro a causa del regolamento di Dublino, che prevede che sia il primo paese d’ingresso a farsi carico di valutare la richiesta di protezione internazionale del richiedente asilo. “Volevo andare in Germania perché lì ho dei contatti e c’è una numerosa comunità etiope, ma le cose sono andate diversamente. Evidentemente era destino che rimanessi in Italia e incontrassi questa splendida famiglia” ci confessa.

Quando chiediamo alle ragazze di casa se sanno cosa vuol dire “rifugiato”, Jole risponde: “so che ci sono persone che arrivano su dei gommoni perché hanno dei problemi con i governi del paesi di origine che non sono gentili con loro”. “Scegliendo di fare questa esperienza, per noi era importante insegnare il valore dell’accoglienza ai nostri figli, fargli capire chi sono le persone che fuggono, ma anche provare a cambiare la percezione della comunità in cui viviamo”, precisa Luca.

“I primi mesi, quando ancora non lavorava, capitava che Bechir accompagnasse al parco qui vicino Elsa e Jole. Ho ricevuto telefonate allarmate di conoscenti che mi chiedevano chi fosse quel ragazzo in compagnia delle mie figlie. Ho spiegato loro la situazione: se all’inizio trovavano la cosa strana o preoccupante, ora non ci hanno fatto più caso. È diventato normale”, racconta Ilaria. Combattere i pregiudizi e abbattere i muri, materiali e immateriali che ci separano è, non a caso, uno degli obiettivi di quel cambiamento culturale che l’accoglienza in famiglia vuole promuovere. “Quando abbiamo raccontato ai nostri amici che avremmo ospitato in casa nostra una persona rifugiata, ci sono state reazioni di perplessità. Mia suocera, ad esempio, era contraria. Ma le è bastato conoscere Bechir per cambiare idea e ora vanno d’amore e d’accordo. Come dicono in molti, si ha paura di quello che non si conosce”, precisa Luca.

Lavoro tanto e ho degli orari faticosi, ma mi piace, la sera, cenare insieme e ascoltare i racconti di tutti su come è andata la giornata. È una piccolo rito di condivisione che mi fa sentire parte di questa famiglia.
Bechir

Nella quotidianità della famiglia allargata, il momento di condivisione principale è la cena, quando tutti si ritrovano a tavola. “Lavoro tanto e ho degli orari faticosi, a volte non ci sono anche il sabato, ma mi piace, la sera, cenare insieme e ascoltare i racconti di tutti su come è andata la giornata. È una piccolo rito di condivisione che davvero mi fa sentire parte di questa famiglia”, racconta il giovane rifugiato. Quando gli orari lo permettono, gli Zaffaroni e Bachir ne approfittano per fare delle passeggiate, mangiare un pizza o anche del cibo etiope.

“La cosa che ci premeva era di essere davvero d’aiuto a Bechir nel suo percorso verso l’indipendenza. Abbiamo raggiunto l’obiettivo del lavoro, che non era semplice, visto il periodo. È un passo importantissimo: dopo qualche mese di prova, ora ha un contratto di un anno, che gli dà una prospettiva sul suo futuro”. Accompagnare i rifugiati e le rifugiate negli ultimi chilometri che li separano dall’autonomia è l’obiettivo principale dell’accoglienza in famiglia. “Sono molto concentrato sul lavoro, sto migliorando e spero a breve di poter far venire mia moglie qui in Italia. Ho avviato la procedura per il ricongiungimento familiare, ma la burocrazia ha dei tempi piuttosto lunghi. Il mio desiderio è costruirmi una mia famiglia qui in Italia e credo di essere nella direzione giusta”.

Nel raccontare cosa significa per lei questa esperienza e quello che sta dando alla sua famiglia, Ilaria ci dice: “Siamo stati molto fortunati, perchè abbiamo incontrato una persona che non ha avuto nessun problema ad inserirsi in famiglia e ha saputo entrare nei cuori dei nostri figli. Fabio, il più grande, è piuttosto riservato: della famiglia abbraccia solo me e mio marito, ma ora anche Bechir. Sarà dura quando andrà via, ma sono certa che non ci perderemo”.


Quando la diversità è ricchezza

Quando è stato costretto a lasciare la Siria, Yamen temeva che non avrebbe mai più provato la sensazione di sentirsi a casa e di essere parte di una famiglia. Le famiglie, però, non sono solo quelle in cui nasciamo, ma anche quelle che ci scegliamo e che costruiamo grazie alle relazioni che creiamo con le persone che ci sono più affini. Ed è così che il giovane ingegnere, tramite il progetto di Refugees Welcome Italia, ha trovato una nuova casa: quella condivisa con Gaspard e Paul, una coppia gay che vive a Roma da nemmeno un anno.

Svizzero il primo, ecuadoregno il secondo, entrambi hanno alle spalle un’esperienza migratoria, molto diversa da quella di Yamen, che è stata determinante nella loro decisione di aprire le porte di casa ad una persona rifugiata. “Abbiamo avuto il privilegio di viaggiare per lavoro, per piacere, per motivi di studio. La migrazione è stata per noi sempre facile: abbiamo goduto della libertà di movimento che deriva dall’avere un determinato passaporto, mentre ci sono milioni di persone al mondo che, solo perché nate in un determinato Paese, non hanno accesso a quelle opportunità che invece per noi sono scontate. Volevamo essere solidali con chi, pur essendo come noi, gode di meno diritti”, racconta Gaspard. Gli fa eco Paul: “Ci siamo sempre ritenute delle persone privilegiate – abbiamo una bella casa, un buon lavoro e abbiamo vissuto in diverse parti del mondo – e ad un certo punto abbiamo sentito il bisogno di dividere tutto ciò con qualcuno in difficoltà”. Il resto lo ha fatto anche la loro sensibilità rispetto a certi temi: “credo che sia importante vivere coerentemente con i propri ideali. Lavorando nella cooperazione internazionale, il nostro obiettivo è quello di migliorare le condizioni di vita delle persone. Abbiamo deciso di voler applicare questi principi anche alla nostra vita privata”.

Prima di conoscerlo, avevamo timore che Yamen potesse avere dei pregiudizi rispetto alla nostra omosessualità. Appena l’abbiamo incontrato, abbiamo capito che le nostre paure erano infondate. Yamen è una persona con un profondo rispetto per la diversità e i diritti di tutti.
Gaspard e Paul

Gaspard e Paul si sono così rivolti a Refugees Welcome Italia, perché, pur non avendo sperimentato sulla loro pelle la situazione estrema di essere costretti a lasciare i loro pareri di origine, erano consapevoli di quanto può essere complesso iniziare una nuova vita in un posto che non conosci.

Nel frattempo Yamen, essendo prossimo a dover lasciare il centro di seconda accoglienza dove era stato accolto, si è rivolto all’Ufficio Migrazione del Comune di Roma, dove gli hanno parlato del progetto di accoglienza in famiglia di Refugees Welcome Italia:  “Ho pensato fosse un’idea fantastica: desideravo fare una esperienza di convivenza con persone della mia età. Mi piace stare con gli altri e quindi non avevo particolari preoccupazioni o dubbi circa questa possibilità”.

Dai racconti dei tre ragazzi, emerge come tutto si sia svolto in modo naturale e rapido. “Mi sono sentito subito a mio agio con loro, come se fossimo amici da sempre”, conferma Yamen. Gaspard e Paul aggiungono: “l’attivista di Refugees Welcome che ci segue – Emilia – ci aveva detto di essere certa che Yamen ci sarebbe piaciuto e così è stato. Nel giro di pochi minuti, abbiamo iniziato a parlare delle nostre vite, a scherzare. C’è stata un’intesa immediata. Puoi capire molto di una persona dal suo sguardo: Yamen ha questi occhi comunicativi, limpidi e profondi che rispecchiano la persone che lui è”. L’abbinamento fra chi cerca e chi offre casa è il momento più importante del percorso che porta alla convivenza: gli attivisti di Refugees Welcome Italia lavorano molto su questo aspetto, che è determinante per la buona riuscita della coabitazione, valutando gli stili di vita e le caratteristiche delle persone coinvolte. Solo così è possibile individuare il “matching” che funziona.

Yemen conferma: “Anche se abbiamo un storie di vita molto diverse, alla fine abbiamo molte cose in comune. Ci siamo trovati tutti e tre a vivere in Italia da stranieri, a cercare di capire come funziona la vita qui, senza conoscere la lingua, e questo è qualcosa che ci ha unito. Ci siamo aiutati e sostenuti a vicenda”.

Rispetto alla loro omosessualità, Gaspard e Paul non nascondono di aver avuto qualche perplessità, probabilmente alimentata da alcuni stereotipi, circa la possibilità che Yamen li accettasse pienamente. “Prima di conoscerlo, avevamo timore che Yamen potesse avere dei pregiudizi. Per noi era importante poter essere noi stessi. Appena l’abbiamo incontrato, abbiamo capito che le nostre paure erano infondate. Yamen è una persona con un profondo rispetto per la diversità e i diritti di tutti”. “Quando mi hanno detto della possibilità di vivere con una coppia gay”, ricorda l’ingegnere siriano, “ho immediatamente fatto presente che per me era irrilevante. Quando vivevo in Siria avevo diversi amici gay e so cosa significa essere discriminati per il proprio orientamento sessuale o costretti a nascondere la propria identità. Da allora sono sempre stato molto sensibile alla causa dei diritti delle persone LGBTI e desideroso di poter aiutare, nel mio piccolo. Inoltre, quando ho vissuto in Germania, mi era già capitato di dividere casa con una coppia gay ed è stata una esperienza molto positiva. La diversità è ricchezza”.

Qui mi sento al sicuro. Avere una casa, degli amici, è molto confortante. Senti di essere di nuovo parte di una comunità.
Yamen

Dopo sette mesi di vita in comune, passati molto velocemente, i tre ragazzi sottolineano come si sia instaurato un bel rapporto di amicizia basato sullo scambio e il dialogo: si parla di tutto, dalle questioni più semplici alle più complesse, si condividono ricette, aneddoti e storie dei propri Paesi di origine. Allo stesso tempo, i tre sono molto indipendenti. “Ci piace cucinare assieme, giocare a carte la sera. Ho incontrato molti dei loro amici e mi è stato utile per allargare la mia rete”, dice Yamen. Ripensando ai momenti condivisi insieme, Paul ricorda la sera di Capodanno. “C’era il lockdown ed eravamo solo noi tre. Siamo usciti sul balcone per guardare i fuochi d’artificio: in quel momento ho avuto la sensazione che fossimo diventati una famiglia”. “La cosa più bella di questa esperienza”, racconta Yamen “è che mi sento al sicuro: sapere di avere una casa, degli amici, per una persona costretta a lasciare tutto, come me, è molto confortante. Sei di nuovo parte di una comunità. È una bellissima sensazione. Durante il lock-down è stato fondamentale”.

Yamen mi ha insegnato il senso profondo della parola resilienza. Nonostante tutto quello che ha dovuto affrontare, non ha mai perso la determinazione a migliorarsi
Gaspard

Fra poco più di un mese la convivenza terminerà: Yamen è pronto per iniziare una vita in piena autonomia. È tempo, quindi, anche per qualche riflessione sul senso di questa esperienza e su quello che ha insegnato ai suoi protagonisti. “L’unica cosa che ci differenzia è che abbiamo avuto delle vite diverse a causa di fattori su cui non abbiamo controllo”, dice Paul. “Yamen è diventato un rifugiato perché è cresciuto in un paese dove, ad un certo punto, è scoppiata una guerra. Noi, invece, abbiamo avuto il privilegio di nascere in un posto sicuro: questa disparità finisce per influire sulle opportunità che ognuno di noi ha ed è una cosa profondamente ingiusta”. Aggiunge Gaspard: “Yamen mi ha insegnato il senso profondo della parola resilienza. Nonostante tutto quello che ha dovuto affrontare, non ha mai perso la determinazione a migliorarsi: ha imparato l’italiano, ha trovato un lavoro qui. È una persona dalla mille risorse che può essere un valore aggiunto per la società che lo ha accolto. I rifugiati sono una risorsa, non un problema. Mi piacerebbe che molti la vedessero così”. Conclude Yamen: “Grazie a Refugees Welcome ho incontrato degli amici con cui ho molte cose in comune e sono certo che il rapporto proseguirà anche dopo la fine della convivenza. È un percorso in cui non si smette di imparare, è uno scambio sul piano umano e culturale. Tutto questo la rende una esperienza imperdibile”

La convivenza fra Yamen, Paul e Gaspard è stata realizzata nell’ambito del Progetto Destinazione Comune, finanziato dal Fondo Asilo Integrazione e Migrazione.


Una famiglia arcobaleno per Samuel

“Samuel ha 21 anni, viene dalla Nigeria ed è un ragazzo meraviglioso!”. Questa è la prima frase che Alberto ci dice per telefono quando gli viene chiesto di descrivere il suo ospite. Alberto e suo marito Luca incontrano Samuel per la prima volta a marzo del 2019, conoscono già da anni l’associazione Refugees Welcome Italia ma abitando in un monolocale e non avendo a disposizione una camera in più, hanno dovuto per un po’ lasciare nel cassetto il desiderio comune di accogliere una persona rifugiata. Finalmente ad inizio 2019 acquistano una casa, un po’ più grande della precedente, e capiscono che quello era il momento giusto per proporsi come famiglia ospitante. La mancata esperienza di una genitorialità, il desiderio di un impegno concreto in linea con le scelte fatte nella loro vita personale, contro il pregiudizio e i luoghi comuni, li muovono ad aprire la loro vita e la loro casa a Samuel. Certo le paure prima di iniziare il percorso sono state tante, per esempio dice Alberto “avevamo paura di non trovare qualcuno che accettasse in pieno la nostra omosessualità, avevamo inoltre sentito alcune leggende metropolitane sui nigeriani che ci hanno messo un po’ di paura, ma eravamo davvero determinati a superare questo timore e a non lasciarci condizionare”. Paure che sono comunque subito scomparse non appena hanno visto Samuel che gli ha subito confidato di essersi iscritto al sito perché cercava il calore di una famiglia. Samuel ha perso la sua in Nigeria e la scelta di entrare nel progetto non è stata dettata dal mero bisogno economico, ma dal desiderio di integrarsi, di stringere legami affettivi.

“Le prime settimane di convivenza sono state delle settimane strane” confida Luca, “ci sentivamo impacciati, avevamo paura di sbagliare, cercavamo di essere prudenti, ci chiedevamo continuamente quale fosse il modo più giusto di relazionarci con lui. Non avendo figli temevamo di essere troppo apprensivi. Ma allo stesso tempo volevamo offrirgli il nostro affetto. E poi c’era la vita in tre. Non eravamo abituati a condividere i nostri spazi con nessuno. Poi, gradualmente, ci siamo sciolti e rasserenati, il dialogo ha iniziato ad aprirsi, tutto è diventato più semplice e più spontaneo”.

“Avevamo paura di non trovare qualcuno che accettasse in pieno la nostra omosessualità, ma Samuel ha disastrato subito una mentalità aperta e un atteggiamento protettivo nei nostri confronti rispetto a chi può avere pregiudizi”.
Alberto e Luca

Luca ricorda un giorno in cui, dovendo cambiare una lampadina, sale su una sedia e Samuel gli si avvicina tenendolo per le gambe per assicurarsi che non cadesse. “In quel momento ho capito quanto ci tenesse a me”, racconta. Samuel già al momento dell’inizio della convivenza lavorava come magazziniere, “eravamo così felici e fieri del suo impegno nel lavoro, però cerchiamo anche di supportare la sua voglia di continuare gli studi” racconta Alberto.

Alberto e Luca riconoscono in lui una cultura ampia, una mentalità aperta e un atteggiamento protettivo nei loro confronti rispetto a chi può all’esterno avere pregiudizi sulla loro unione. “Samuel legge, si confronta con noi, e la sera, quando torna dopo una giornata di lavoro, trova anche il tempo per studiare l’italiano”.La loro routine quotidiana è simile a quella di tante altre famiglie, durante il giorno lavorano ed è la sera che si ritrovano tutti e tre a cena e a guardare poi un film insieme o a studiare l’italiano. La domenica sono tutti a casa, Luca ci confida che“da quando c’è lui, abbiamo ripreso a frequentare la Chiesa Valdese visto che lui ce lo chiede spesso. E poi a pranzo da una delle nonne, le nostre madri, la sua rassicurante famiglia allargata”.

In queste settimane di emergenza sanitaria, la loro quotidianità non è cambiata molto, perché Samuel sta continuando a lavorare. Però adesso da contratto gli spetta un giorno libero che utilizzano per prepararsi al meglio all’inizio della scuola a settembre, “abbiamo effettuato l’iscrizione ad un istituto professionale prima dell’arrivo di questo virus e stiamo cogliendo l’occasione per rafforzare la lingua e le altre materie” racconta Alberto.  Se la loro quotidianità resta immutata nonostante la “chiusura forzata” cambiano però i loro progetti di viaggi estivi. Pensavano infatti di andare a visitare l’isola di Vulcano a giugno ospiti di alcuni amici e dopo a Roma. Ma per il momento possono solo dire che è tutto rinviato.


Un lungo tratto di strada insieme

Lamin ha fatto un bel pezzo di strada in Italia con Sara a fianco. A ottobre i due hanno celebrato il quarto anno di vita in comune. “È arrivato a casa mia che era poco più che un adolescente, aveva appena 18 anni, e ora è diventato un uomo”. Una convivenza, questa, diversa dalle solite: il progetto Refugees Welcome prevede infatti, di norma, che la coabitazione duri dai sei mesi a un anno, ma ci possono essere delle eccezioni, come in questo caso.

Sara è un’insegnante di scuola materna in pensione con una biografia particolare. È nata in Eritrea, dove il padre lavorava, ed è tornata in Italia da bambina. Una vita, la sua, caratterizzata dall’impegno a fianco dei più vulnerabili, tra cui persone con disabilità e minori con alle spalle situazioni familiari difficili. “Avevo una grande casa che si era svuotata e mi sembrava giusto valorizzarla, ridarle vita, ospitando qualcuno in difficoltà. Sentivo che era un vero peccato sprecare questo spazio, mentre là fuori c’erano persone che una casa non l’avevano”, ricorda Sara. Su eventuali timori rispetto a questa esperienza, afferma: “la paura nasce dalla non conoscenza. L’ho sperimentato in prima persona. Quando sono tornata in Italia dall’Eritrea, per un pò di tempo ho avuto il terrore della folla, perché non ero abituata ad essere circondata da persone bianche”.

Non è tutto sempre rose e fiori, perché abbiamo entrambi un bel caratterino. Fa parte delle regole della vita, la convivenza non è mai una cosa semplice, sarebbe innaturale pensarlo”.
Sara

All’inizio l’ex insegnante desiderava aprire le porte della sua casa ad una donna, magari una mamma con un bambino o con una bambina, ma ha cambiato idea quando ha capito che, a Palermo, l’emergenza abitativa, fra la popolazione straniera, riguarda soprattutto i neo-maggiorenni arrivati in Italia da minori non accompagnati. Come Lamin. Diventare maggiorenni è uno snodo fondamentale: questi ragazzi, che  stanno per terminare un percorso in strutture di accoglienza, faticano a trovare spazi fisici e relazionali che rispondano alla loro necessità di emanciparsi e di indirizzare autonomamente le loro vite. Il tutto con un’ambivalenza di fondo, relativa all’equilibrio tra autonomia e abbandono nel momento dell’uscita dai centri.“Quando ho compiuto 18 anni”, ricorda Lamin, “gli operatori della comunità dove vivevo mi hanno detto che avrei dovuto lasciare la struttura. Ero molto in ansia, perchè se non lavori tanto è molto difficile trovare una casa. Avevo davvero paura di finire per strada. Il mio avvocato mi ha parlato di Refugees Welcome e l’idea di avere una famiglia mi è subito piaciuta. Mi sono detto proviamoci”.

Lamin arriva nella mia vita di Sara in un momento particolare e doloroso per la donna. “Conoscerlo è stato provvidenziale. Avevo perso da qualche tempo due delle mie figlie. Il dovermi occupare di qualcuno, in modo anche pratico, mi ha aiutato a sopravvivere. La sua presenza è stata vita: c’era qualcuno che doveva crescere”. In questi anni, fra i due si è creata una relazione profonda, con i suoi difetti, come è normale che sia. “Quando ci siamo incontrati, mi è piaciuto subito. Non è tutto sempre rose e fiori, perché abbiamo entrambi un bel caratterino. Ci sono dei momenti in cui non ci sopportiamo” racconta ridendo Sara. “Fa parte delle regole della vita, la convivenza non è mai una cosa semplice, sarebbe innaturale il contrario. Ma ti insegna a gestire i conflitti, che è una cosa importantissima.”. Lamin non ama molto la cucina e si affida molto a Sara, che si lamenta bonariamente di questa sua pigrizia. “Sto ancora aspettando che un giorno sia lui a cucinare per me un piatto africano, ma per il resto è molto collaborativo nella gestione della casa. È ossessionato dall’ordine e della simmetria. Io metto una cosa in una posizione, lui arriva e la cambia ”, aggiunge in modo scherzoso.

Lamin al momento lavora part-time in un supermercato e frequenta le scuole superiori, a distanza e in presenza. Sogna di lavorare nel commercio, per questo l’anno prossimo sceglierà l’indirizzo economico dell’istituto dove studia. Sul bilancio di questa convivenza, dice: “Vivo con Sara da 4 anni, ci siamo affezionati e ci siamo subito capiti a vicenda. Mi piace il fatto che mi lasci libero. Tutta la famiglia mi ha accolto a braccia aperte e accettato per quello che sono, quindi posso dire di essere stato veramente fortunato. I suoi figli sono diventati come fratelli e sorelle”. Il giovane rifugiato è anche andato a trovare Alessandra, la figlia di Sara che abita a Roma. Fra i due si è cementato un rapporto molto stretto. “Sono stato una settimana e ho imparato un sacco di cose sulla storia della capitale, grazie ad Alessandra. Ho girato in bicicletta, una cosa nuova per me”. “Una delle mie nipotine che abita in Germania lo adora. Quando lo ha conosciuto, mi ha detto: nonna ti ringrazio di avermi fatto trovare Lamin. I figli di Sara hanno sin dall’inizio appoggiato questa scelta della madre di ospitare una persona rifugiata.

“Tengo le cose per me, forse un po’ troppo, ma apprezzo molto che Sara rispetti i miei silenzi. Su questo abbiamo trovato un equilibrio”.
Lamin

Lamin, per sua stessa ammissione, non è un grande chiacchierone: “Tengo le cose per me, forse un po’ troppo, ma apprezzo molto che Sara rispetti i miei silenzi. Su questo abbiamo trovato un equilibrio”, racconta il ragazzo.

“Aprirsi agli altri è una grande opportunità, è una cosa che ci conviene, che fa bene a noi stessi. Ogni persona nuova che passa nella tua vita ti lascia qualcosa di sé. Il mio desiderio è che Lamin diventi indipendente e che si realizzi in ciò che ama fare. Vorrei buttarlo fuori di casa. Anche se so che, quando succederà, sarà un giorno molto triste per me”, conclude l’ex insegnante.


Un libro per lenire il dolore e per ricordare

“La vita è una evoluzione continua, non si arriva mai, c’è sempre qualcosa di nuova da perseguire e da aspettarsi. Non avrei mai pensato che, dopo decenni di beata solitudine, avrei potuto iniziare a vivere con qualcun altro. È successo e mi sta arricchendo tantissimo”. Rosa è una ex dipendente pubblica, ora in pensione. Per quarant’anni ha vissuto da sola nella sua casa di Napoli: una esistenza piena, fatta di tanto impegno civile, interessi, amicizie. A luglio del 2020 ha deciso che era giunto il momento di dare una scossa a questo status quo, aprendo le porte della sua casa ad Ashraf, un giovane del Bangladesh.

“Per me non è mai stata solo una questione di generosità, ma di giustizia. Ho deciso di ospitare Ashraf perché, semplicemente, ho pensato fosse una cosa giusta da fare. Un modo, nel mio piccolo, per reagire di fronte alle gravi violazioni dei diritti umani – fra cui il diritto di chiedere asilo – che si verificano alle frontiere, quelle di mare e quelle di terra”, racconta Rosa. Come per tante famiglie ospitanti, anche nel caso di Rosa l’accoglienza è stata un modo per prendere una posizione al fianco delle persone più vulnerabili. “Di fronte alle immagini dei migranti intercettati e riportati in Libia, o a quelli sulla rotta balcanica, costretti a ripararsi in luoghi di fortuna a temperature proibitive, mi sono detta che dovevo fare la mia parte. Ero stanca di lamentarmi soltanto. Così mi sono iscritta sul sito di Refugees Welcome Italia, anche se eravamo in pieno lockdown”, raggiunge la donna.

Così ha incontrato Ashraf: nonostante una vera e propria odissea alle spalle, il ragazzo aveva già dato prova di saper guardare avanti e superare le difficoltà. Sentiva però il bisogno di essere accompagnato in questo cammino e ritrovare la serenità necessaria a mettere radici in Italia. Il percorso di Ashraf è simile a  quello di molti ragazzi e ragazze nella sua stessa condizione: all’avvicinarsi dall’uscita dal centro, la sua operatrice gli ha parlato del progetto Refugees Welcome e della possibilità di vivere con delle persone del posto. “Ho subito accettato perché ho pensato fosse un modo per capire più velocemente la cultura italiana e andare avanti. Dal momento in cui ho iniziato il viaggio che mi ha portato lontano dal mio paese, ho vissuto momenti di grande paura. Arrivato in Italia, però, mi sono sentito al sicuro. La prospettiva di vivere con una persona nuova non destava in me particolari preoccupazione”, precisa Ashraf.

Per me è una questione di giustizia sociale e umanità. Ho aperto le porte di casa per reagire di fronte alle gravi violazioni dei diritti umani che si verificano alle frontiere, quelle di mare e quelle di terra”
Rosa

Gli fa eco Rosa: “ero molto determinata a fare questa esperienza e non c’era spazio per tentennamenti. Il sapere di poter contare sulla presenza degli attivisti dell’associazione, di essere accompagnata in questo percorso, mi ha molto rassicurato”. Rosa è una donna forte ed indipendente, abituata da tempo a provvedere a se stessa:  ha vissuto da sola per quant’anni e stava bene così. “Non nascondo di aver pensato che la presenza di una nuova persona in casa potesse in qualche modo intaccare la mia routine consolidata. Invece nn c’è stato alcuno scossone: Ashraf si è inserito nella mia quotidianità in modo naturale. Fra noi si è creata da subito un’atmosfera di familiarità, come se ci conoscessimo da tanto tempo”.

All’inizio, per sua stessa ammissione, Rosa avrebbe preferito una ragazza: quando però  gli attivisti e le attiviste di Refugees Welcome le hanno proposto di accogliere un ragazzo giovane, arrivato in Italia quando era ancora minore, senza la famiglia, ha accettato. Per lei l’importante era essere di aiuto a chi in quel momento aveva bisogno. “L’unico ostacolo per me”,   ricorda sorridendo, “era la cucina: non amo cucinare, quindi, sin dall’inizio, ho detto Ashraf che si sarebbe dovuto arrangiare da solo. Invece, alla fine, ho scoperto il piacere di prepare il cibo per qualcun altro e ora gli faccio trovare sempre qualcosa di pronto da mangiare”. Ashraf conferma questa consuetudine: “non mi aspettavo di trovare una figura di riferimento qui in Italia, invece Rosa è diventata una seconda mamma per me. È bello tornare a casa la sera e avere qualcuno con cui parlare e condividere quanto è successo durante le tue giornate”.

Ashraf ha lasciato il Bangladesh quando aveva 16 anni e mai avrebbe pensato di finire in Europa. Dopo aver vissuto per un periodo negli Emirati Arabi, in condizioni molto difficili, come capita a molti lavoratori del sud-est asiatico, ha deciso di spostarsi in Libia. “Non ero molto consapevole di quanto fosse pericoloso. Quando la situazione è degenerata – era come il far-west, dove, in assenza di una autorità riconosciuta tutti combattono contro tutti – ho deciso di tentare il viaggio verso l’Europa. Avevo paura di imbarcarmi perché non so nuotare e sentivo i racconti dei gommoni affondati in mare, ma non avevo scelta. Meglio affrontare il rischio del mare aperto che la violenza quotidiana in Libia”, racconta il ragazzo.

Le cose però si sono complicate. La prima volta che Ashraf ha tentato di attraversare il Mediterraneo, la sua imbarcazione è stata intercettata e riportata indietro. Tutte le persone a bordo, lui incluso, sono state detenute e, per la loro liberazione, è stato chiesto un riscatto alle famiglie. “Quei giorni di prigionia sono stati terribili, l’esperienza più dura della mia vita. Non mi va di entrare nei dettagli di tutto quello che ho dovuto subire, mi fa ancora male. Per fortuna, alla fine, sono arrivati i soldi e sono stato liberato”. A questo punto, Ashraf ha tentato un’altra volta la traversata via mare verso l’Italia: il secondo tentativo è andato a buon fine, anche grazie alla nave di una organizzazione non governativa che lo ha soccorso. Sbarcato a Napoli, il ragazzo è stato accolto in un centro per minori non accompagnati e poi, una volta compiuti 18 anni, in uno per adulti.

“Avevo paura di imbarcarmi perché non so nuotare e sentivo i racconti dei gommoni affondati in mare, ma non avevo scelta. Meglio affrontare il rischio del mare aperto che la violenza quotidiana in Libia”
Ashraf

Nonostante l’arrivo in Italia e la possibilità di vivere in un contesto sicuro, il passato ha tardato a mettersi da parte. “Per mesi ho avuto incubi. Dormivo poco e male. Da quando vivo con Rosa la situazione è molto migliorata. Sento che mi sono lasciato il peggio alle spalle. Ho ritrovato quella serenità che mi permette di guardare alla mia vita con fiducia”. A questo proposito, Rosa riflette sul momento critico che molti ragazzi come Ashraf vivono quando devono lasciare il sistema di accoglienza. “Usciti dai centri, si apre l’ignoto davanti a loro. Qui, a casa mia, Ashraf ha quella tranquillità che gli permette di concentrarsi sul suo progetto di vita e guardare avanti. Dargli questa opportunità, per me, come dicevo, è una questione di umanità di giustizia sociale”.

Fra i due, dopo nove mesi di convivenza, si è creato un rapporto molto solido, che ha permesso ad Ashraf di aprirsi. “Stiamo scrivendo insieme la sua storia. La sera ci sediamo insieme al computer: lui racconta e io cerco di dare concretezza ai suoi pensieri con le parole scritte. È un’esperienza umanamente molto intensa per entrambi. Per Ashraf, perché parlare del suo passato lo aiuta a superare alcuni traumi e ad esorcizzare la paura; per me, perché conoscere la sua odissea è una lezione di vita che meriterebbe di essere conosciuta da tutti. Ti aiuta a mettere tutto nella giusta prospettiva”, racconta Rosa.  Il progetto è a buon punto e i due ora programmano di pubblicare il libro: i ricavi saranno donati ad una organizzazione non governativa impegnata in dei progetti di sviluppo in Bangladesh. “Per me è importante fare qualcosa per il mio Paese, credo che la felicità sia tale solo se collettiva” aggiunge Ashraf.

La mattina il ragazzo si alza presto a va a lavorare in un ristorante, dove fa il sushi. “Purtroppo a Rosa il pesce crudo non piace”, aggiunge ridendo Ashraf. Il pomeriggio, invece, è dedicato allo studio con il corso preparatorio all’esame di terza media. “Nel tempo libero mi piace tanto girare per Napoli e camminare sul lungomare, mi rilassa. E poi cucinare per gli altri. Ho preparato un pranzo a base di cibo bengalese e la pizza per Rosa e le sue amiche”. “Prepara una pizza buonissima, ha imparato a farla con un tutorial su Youtube”, conferma Rosa.

Prima di concludere l’intervista, c’è spazio per alcune riflessioni su presente e futuro: “Di Ashraf mi colpisce la maturità, nonostante la giovane età. C’è uno scambio costante, anche culturale: come me, anche lui è interessato ai temi sociali. Alla fine, ti rendi conto che, nonostante le differenze, crediamo nella stesse cose”. Riguardo il suo futuro Ashraf conferma di voler rimanere a Napoli, la città che ama e che lo ha accolto. Gli piacerebbe aprire un ristorante. “Quando andrà via per non sarà facile, ma la sua libertà viene prima di tutto. Deve inseguire i suoi sogni e realizzarli”, conclude Rosa.