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L’appello di Gulbadin: vi porterò tutti in salvo

“In questi giorni continuo a ribadire loro la mia promessa: vi porterò tutti qui al sicuro“. Gulbadin Ahmedzai aspetta da quasi sei anni di poter rivedere i suoi genitori, le cinque sorelle e il fratellino, tutti più giovani. Inclusa la più piccola, che non ha mai incontrato di persona, lui che vive ad Abano Terme e gestisce una pizzeria a Padova.
Sperava di rivederli facendo loro visita nella sua terra natale, in Afghanistan, e non cercando di disperatamente di trarli in salvo da un clima di panico e totale incertezza come quello che il Paese sta vivendo in questi giorni. “I bambini non possono andare a scuola, per gli adulti è difficile lavorare e persino uscire di casa. Tutti cercano di scappare, ma lasciare Kabul è impossibile. Soprattutto, c’è una folle paura e una totale incertezza per il futuro” spiega il giovane rifugiato. Lui in Italia ci è arrivato nei primissimi giorni del 2016: prima per un anno a Gorizia, poi ospite di una famiglia di Tribano incontrata grazie al sostegno di Refugees Welcome Italia. Nel Padovano ha potuto studiare, ha imparato perfettamente l’italiano, ha trovato lavoro per due anni in un hotel di Abano Terme e a marzo ha avviato la sua attività in centro a Padova. Con il suo lavoro aiutava la famiglia a Kabul, ora è la loro unica fonte di reddito perché il padre non può più lavorare.

Fino a qualche giorno fa nei progetti a breve termine di Gulbadin c’era trovare un appartamento in città, più comodo per spostarsi. Ora c’è il drammatico bisogno di salvare la sua famiglia. “Dal giorno in cui sono nato a quello in cui ho lasciato l’Afghanistan non ricordo una sola sera in cui sono potuto uscire di casa senza avere paura”, racconta. “La situazione è sempre stata instabile, il pericolo tangibile. Dagli anni Novanta fino a quelli della presenza statunitense. Mio fratello di 13 anni è morto a causa dell’esplosione di un ordigno. I talebani hanno sempre promesso il rispetto dei diritti umani, delle donne, invece è solo propaganda. Almeno prima si poteva andare a scuola, al lavoro. Adesso nemmeno quello. Non ci sono prospettive, si rischia la vita”.
Vita che lui ha già messo in gioco per arrivare qui, con un estenuante viaggio di oltre sei mesi attraverso undici Stati. «Sono partito dall’Afghanistan e passato per Pakistan, Iran, Turchia, Bulgaria, Serbia, Croazia, Slovenia, Austria e Germania prima di arrivare a Gorizia dove avevo alcuni connazionali ricorda il ventiquattrenne, Ho vissuto nei boschi, fatto a meno di mangiare per giorni, viaggiato a piedi e nascosto in auto e camion. Sono rimasto settimane fra Iran e Turchia perché al confine sparavano ai profughi. La famiglia voleva restare in Afghanistan, ora non voglio altro che portarli in salvo qui con me“.

fonte: Il Gazzettino

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