Per Anas, rifugiato siriano, un lieto fine a Bologna

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Quando Maria Cristina, 56 anni traduttrice e interprete, e il marito Luca, impiegato di 44, hanno conosciuto Anas, giovane siriano di 28 anni in fuga dalla guerra, lui era più morto che vivo con due proiettili nella gamba destra e un’infezione tanto devastante da sembrare destinato all’amputazione. Quel trasporto in ambulanza da Milano a Bologna ha segnato per la coppia «un prima e un dopo» perché quando la persona che lo accompagnava ha descritto loro le torture che aveva subito e la gravità della sua condizione di salute «tante cose che sentivi raccontare e ti sembravano lontane ti vengono sbattute in faccia. Lì si sale su una montagna russa dove si mescola tutto, ma per assurdo anche tantissima felicità».

Sono numerose le famiglie come loro che, proprio ora a dispetto della chiusura culturale ancor prima che politica del Governo, si sono messe in movimento per accogliere rifugiati politici. «Convinti» dice Maria Cristina «che sia giusto fare qualcosa per chi è in difficoltà, giacché viviamo in un Paese meno svantaggiato di altri e dove il senso di umanità sembra smarrito». Superando paure e diffidenze. «Le paure è naturale che ci siano», spiega Maria Cristina, «ma l’accoglienza di Refugees Welcome Italia parte proprio da una serie serrata di incontri e verifiche da una parte e dall’altra. Nel caso di Anas, poi, prima di entrare a casa nostra ci sono stati i due mesi di assistenza giornaliera in ospedale in cui abbiamo costruito un rapporto solido. Ecco allora che avevamo le stanze vuote dei due figli, ormai fuori di casa per “raggiunti limiti di età”, e da metà novembre è venuto a vivere con noi insieme a un ragazzo del Mali che, a breve uscirà, perché nel frattempo ha trovato casa e lavoro. So che sembra un’affermazione esagerata, ma la nostra vita è molto più bella e ricca da quando c’è lui».

Una vita fatta di quotidianità, tra pasti e momenti insieme, «con piccoli riti» racconta «come il bacio del buongiorno e della buonanotte, in un rapporto di enorme affetto maturato nei giorni drammatici del ricovero al Rizzoli». Anas che, a Ghouta, il quartiere alle porte di Damasco sotto assedio da cinque anni, ha ancora nonna, mamma, papà, sorella e due fratelli – il terzo è morto sotto le bombe insieme agli zii. E ogni notte, durante i bombardamenti, legge su Facebook le liste dei nomi dei defunti sperando di non trovare parenti e amici. «Là» racconta il ragazzo «mancano cibo, acqua ed elettricità. In ogni angolo ci sono pozze di sangue e cadaveri. Le grida dei bimbi non smettono mai e le cantine, unici rifugi contro le bombe, per molti sono solo l’ultima tappa prima di essere uccisi».

Anas che oggi, grazie all’accoglienza di casa Calistri, gode di una ritrovata normalità. «Voglio molto bene a Maria Cristina e Luca. Li stimo perché non mi hanno mai considerato un estraneo, anzi. Facciamo tante cose insieme e sempre con gentilezza reciproca, affetto e amicizia. I loro sguardi, il loro amore, il loro interesse nei miei confronti mi hanno fatto ritornare alla vita. Con loro ho sconfitto la solitudine ed è bello sentire che nei loro cuori c’è posto per me». Anche se i coniugi non ci sentono e ribadiscono:«Abbiamo imparato tanto cose e in verità è lui che ha aiutato noi».

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