Through my eyes atto II: la storia di Mamadou

Mamadou viaggia da sei anni. Ha poco più di vent’anni e non si è mai fermato.
Il viaggio l’ha portato in Italia.
Ogni giorno viaggiava per andare al lavoro a Settimo Torinese. Ogni giorno viaggiava per tornare ad Avigliana, in famiglia, a casa da Matteo, Francesca e Zena.
“Qui ho trovato una nuova famiglia, una nuova casa”, racconta Mamadou quando gli chiedono che cosa rappresenti questa convivenza. Ma ironia della sorte, nella sua casa, nella sua nuova casa oggi deve trascorrere tutto il suo tempo, a causa delle restrizioni contro la diffusione del Coronavirus.
Attraverso gli occhi di Mamadou, le giornate sono i video su TikTok, un po’ di noia, Matteo che si mette alla scrivania, Francesca che entra e esce per andare al lavoro. E il suo studio. Attraverso i suoi occhi Mamadou sta cercando di decodificare l’Italiano un po’ contorto del codice della strada e dei quiz per l’esame teorico di guida. Perché il sogno di Mamadou è prendere la patente.
Mamadou, Francesca e Matteo sono i protagonisti del secondo capitolo di Through my eyes,
Through My Eyes è il progetto video basato sulla metodologia partecipativa, finanziato nell’ambito del bando Frame, Voice Report dell’Unione Europea e promosso da Refugees Welcome.
Il periodo del lockdown è una specie di post scriptum a quanto raccontato in prima persona da Mamadou nel periodo nel quale ha guardato il mondo attraverso la sua telecamera, insieme a Francesca e Matteo, grazie alla supervisione della regista Beatrice Surano. Mamadou, Matteo e Francesca con Through My Eyes hanno lasciato tracce dell’inverno ad Avigliana, delle feste di Natale, del desiderio di Mamadou di poter mettersi al volante di una macchina. Perché per chi non si è mai fermato, per chi viaggia da sempre, quel documento non è affatto un punto di arrivo, ma un punto di partenza. In tutti i sensi.
Poi è arrivato il virus e tutto è cambiato. Anche quelle immagini tra gli spazi aperti della Valsusa, i giochi con l’amica Zena: la coinquilina a quattro zampe, una splendida meticcia che Mamadou coccola col cibo, tutto resta impresso nel video e resterà come memoria di un tempo e di abitudini che appaiono anche più lontane di quanto lo siano in realtà in senso strettamente cronologico.
Ma a volte, si sa, il tempo viaggia fuori sincrono rispetto al calendario.
E così il racconto dei tre giovani tra i 20 e i trent’anni raccolti in settanta metri quadrati, tre stanze e tante esperienze precedenti è il secondo atto di Through My Eyes. Prende il testimone (e la videocamera) da Abdullahi e prosegue il viaggio del video partecipativo, aggiungendo tanti occhi a quelli già portati a bordo.
Perché se ogni persona è una storia, l’accumulo di storie è molto più di un documentario, un video o immagini impresse. È memoria di un tempo. È un racconto nato attraverso i loro occhi per arrivare ai nostri. E lì restare.

 

Noi stiamo a casa con Fodè.

Dallo scorso novembre condividiamo casa nostra a Mirano con Fodè, un ragazzo giovanissimo che è arrivato in Italia da minorenne. Fodè è molto intraprendente e proprio in concomitanza con l’inizio della convivenza ha trovato un tirocinio presso lo “Scatolificio Veneto”, a pochi chilometri da casa. Fodè non ha avuto problemi ad ambientarsi ed è stato accolto con gioia dai nostri amici. Anche noi abbiamo avuto modo di conoscere i suoi e passare del tempo tutti insieme, ad esempio una sera prima di Natale ci siamo ritrovati con alcuni dei suoi amici dall’ora di merenda a dopo cena e abbiamo finito la serata in allegria con danze senegalesi.  Prima dell’inizio dell’emergenza sanitaria, Fodè si era iscritto a scuola guida dove frequentava i corsi serali che ha dovuto però abbandonare con l’arrivo del Covid-19. Inoltre, questo virus ha purtroppo costretto l’azienda, per la quale lavora, a sospendere tutti i tirocini e Fodè si è ritrovato ha passare più tempo a casa con il mio compagno Massimo che è rimasto, anche lui, a casa dal lavoro. Per non annoiarci abbiamo organizzato un programma di attività giornaliera in casa e in giardino/orto. Questi mesi di quarantena ci hanno dato il tempo di effettuare piccole riparazioni che erano state messe in stand-by da mesi e a volte da anni.

La stagione primaverile, quest’anno particolarmente fiorente, non chiedeva altro che di mettere mano a tosaerba, decespugliatori, cesoie, vanghe, zappe ecc. Insomma, avremo un orto e un giardino invidiabili! Intendiamoci, non facciamo mica le levatacce, ci si alza fra le 8 e le 9 del mattino e senza stress svolgiamo i lavori del giorno.  Fodè ci aiuta volentieri e dopo il pranzo si rilassa chattando, videochiamando, dormendo, insomma fa le cose tipiche degli adolescenti. A volte nell’obiettivo del suo smartphone finiamo anche noi ed inevitabilmente si finisce a condividere qualche sua amicizia. Nel pomeriggio io e lui ci dedichiamo alle lezioni dell’autoscuola, ci esercitiamo facendo un paio di batterie di quiz, studiare per la patente comporta anche lo studio della lingua italiana. Fodè parla con facilità la nostra lingua ma la terminologia utilizzata nel libretto dell’autoscuola e nei quiz per l’esame della patente è spesso astrusa ed incomprensibile. Generalmente questa tortura finisce dopo un’ora e mezza o due con la corsetta liberatoria nella strada sterrata davanti a casa: più la seduta è stata faticosa e più numerose sono le andate-e-ritorni lungo la sterrata.

Fodè, però preferisce in assoluto darsi da fare in cucina; più che la banale cottura di pasta o riso o bocconcini di pollo che preparava per il pranzo in fabbrica e che talvolta prepara anche adesso, gli piacciono ricette più originali e di maggiore soddisfazione, come gli gnocchi o il pane. La manualità non gli manca, ci mette davvero una grande passione che dimostra una “vocazione” che meriterebbe in futuro –chissà- di essere assecondata e coltivata.

Poi ci sono i passatempi extra: ordinaria amministrazione come il taglio dei fittissimi capelli da parte di Maurizio, l’uscita autocertificata in bici in tabaccheria per la ricarica telefonica; ma anche la straordinaria amministrazione, come per esempio la partecipazione all’appello per il salvataggio dei profughi nel Mediterraneo a seguito della chiusura dei porti italiani e altri imprevisti che riempiono le giornate.

Siamo fortunati di aver passato queste giornate così insolite insieme, qui con noi Fodè può trascorrerle all’aperto e in movimento. Noi, grazie alla sua compagnia ci manteniamo attivi inventandoci ogni giorno nuove cose da fare, senza indulgere alla pigrizia o al pessimismo.  Ieri è finito il Ramadan, vissuto da Fodè con contagiosa energia e leggerezza. Anzi, col suo accattivante sorriso ha convinto Maurizio a digiunare con lui per un giorno. E allora, per la fase 2 o ancor più per la fase 3, che dire? Inshallah!

Il piacere di sentirsi dire: “Come stai”?

È proprio vero che nella vita il tempo è tutto: c’è bisogno di tempo per conoscersi e studiarsi meglio, tempo per capire il carattere e le abitudini di chi ci sta vicino. Così è stato per Anna, Francesco e Awa che da un anno condividono casa a Bologna. All’inizio della convivenza Awa, 25 anni originaria del Gambia, era una ragazza molto timida, silenziosa e riservata. Aveva sempre vissuto in un centro d’accoglienza e non sapeva cosa aspettarsi dall’esperienza in famiglia: “quando mi sono iscritta al progetto non sapevo come poteva essere la vita in una famiglia italiana ma quando ho incontrato Anna per la prima volta non ho pensato a nulla di male, lei e il marito avevano accolto in passato due ragazzi del Mali e Gambia e ho pensato che potevo fidarmi”.

Anna e Francesco sono stati una “famiglia accogliente” per altri due ragazzi ed esserlo anche per Awa è stato naturale: “eravamo molto curiosi di accogliere una ragazza e di iniziare un’esperienza diversa dalle altre. Quando abbiamo conosciuto Awa abbiamo capito che dovevamo darle del tempo per conoscerci ed entrare in confidenza con noi, avevo la consapevolezza che le cose un poco alla volta si sarebbero svelate da sole” racconta Anna.

Effettivamente a distanza di un anno le cose sono cambiate, i timori iniziali sono svaniti. Awa si sente più a suo agio e questo ha messo in luce anche un lato più spiritoso del suo carattere che era rimasto nascosto. Anche Francesco si è aperto di più: “sono sempre stata io a promuovere l’accoglienza in famiglia, mio marito aveva qualche timore ma ho visto una grande trasformazione in lui, è cambiato grazie alle convivenze che abbiamo attivato ed oggi è un punto di riferimento per i ragazzi che sono stati nostri ospiti. Lui è felice di avere Awa a casa con noi che lo vizia, e per Awa è lo stesso…guai a chi le tocca il suo papone!” ci dice Anna ridendo.

Rispetto ai primi mesi si nota più confidenza, si condividono più cose, si scherza e ci si prende in giro. Prima del Coronavirus i loro orari erano completamente diversi, Awa lavorava su turni anche nel weekend e non riuscivano a vedersi spesso, ora invece passano più tempo a casa insieme e si stanno conoscendo più approfonditamente.

Un hobby che ha contribuito a rafforzare la loro relazione è stata la cucina: “Awa è molto brava a cucinare, ed è una vera disgrazia perché mangiamo sempre! Cucinare insieme era un’abitudine che avevamo prima dell’arrivo del virus ma adesso è diventata una cosa esagerata, cuciniamo in continuazione” ci rivela Anna. Awa ha frequentato un corso di cucina e si diverte a preparare pietanze italiane e africane: “mi piace cucinare tutto ma il mio piatto preferito italiano sono le lasagne quello africano è il Tchep, un piatto tradizionale con carne e riso”. Inoltre, Awa ci racconta, ridendo, che sta approfittando di questo periodo di reclusione forzata per esercitarsi con i quiz per la patente: “è un disastro non capisco nulla, per fortuna Anna e Francesco mi stanno aiutando!”. Francesco la supporta con la parte più tecnica spiegandole il codice della strada, Anna invece le da una mano con la comprensione della lingua ma è uno studio pesante e ogni tanto Awa non si presenta a lezione!

Ma oltre al supporto con la patente, Awa ci confida che Anna e Francesco sono sempre presenti e disponibili ad aiutarla: “quello che apprezzo di più di loro è che mi chiedono sempre se sto bene, sono contenta quando qualcuno mi chiede come sto e sono felice di aver fatto questa esperienza che è davvero particolare e che mi ha insegnato a guardare le cose con occhi diversi”. Anna ci rivela di essere davvero contenta che Awa sia riuscita aprirsi di più: “è bello riuscire a stringere un rapporto di fiducia con le persone che ospiti, anche noi siamo felici di aver preso parte al progetto, ogni convivenza ci ha donato qualcosa, la nostra famiglia si allarga sempre di più e di una cosa siamo certi: non siamo destinati a rimanere soli”!

 

Regolarizzazione: le proposte per renderla più efficace.

Il governo ha approvato il cosiddetto Decreto rilancio che prevede una misura per regolarizzare i cittadini stranieri lavoratori in Italia.

Si tratta sicuramente di un passo avanti, importante, verso una piena tutela dei diritti e della dignità di tantissime persone che vivono nel nostro Paese da “invisibili”, in condizioni di sfruttamento e marginalità.

Tuttavia, si sarebbe potuto fare di più, estendendo la misura ad altri settori, oltre a quelli dell’agroalimentare, del lavoro domestico e dei servizi di cura, e prevedendo criteri meno stringenti per ottenere il permesso di soggiorno di sei mesi per ricerca lavoro. Attualmente, infatti, questa possibilità, secondo quanto stabilito dal comma 2,  è prevista solo per le persone il cui permesso di soggiorno è scaduto dal 31 ottobre 2019 e che siano in grado di dimostrare di aver avuto esperienze lavorative pregresse nei settori toccati dal decreto. Quest’ultima misura, quindi, consentirà solo ad una piccola percentuale delle persone di regolarizzare la propria posizione, mentre la maggior parte di loro continuerà a rimanere  in Italia in una situazione di irregolarità o precarietà giuridica. Continueremo ad impegnarci per portare avanti una proposta più ampia che possa portare ad una riforma del sistema dell’attuale legislazione sull’immigrazione, puntando non solo all’emersione dell’irregolarità ma eliminando le condizioni che concorrono a crearne nuova.

Nei giorni scorsi, in collaborazione con 250 organizzazioni e professionisti del settore immigrazione e asilo abbiamo realizzato un documento congiunto con una serie di proposte per il legislatore, anche in vista della discussione in Parlamento del provvedimento.

Siamo davanti a un’emergenza dalla triplice dimensione: sanitaria, sociale ed economica. Nell’attuale emergenza sanitaria mondiale dove è impossibile il movimento delle persone, anche per il ritorno nei Paesi di origine, per effetto della chiusura dei confini di moltissimi Paesi, è oggi più che mai necessario che il Governo e il Parlamento italiano promuovano una regolarizzazione dei cittadini stranieri presenti in Italia perseguendo due obiettivi oggi imprescindibili: l’emersione dall’invisibilità di migliaia di persone che vivono e/o lavorano nel territorio italiano ed una conseguente migliore tutela della salute personale e pubblica. Lasciare centinaia di migliaia di persone in condizioni di invisibilità, e di forzata indisponibilità ad effettuare uno screening sanitario, potrebbe comportare conseguenze disastrose per l’intera società, che vanno impedite adottando, come prima misura urgente, quella di consentire l’accesso al sistema sanitario, attraverso la regolarizzazione della loro presenza sul territorio.

Non bisogna dimenticare che la maggior parte dei migranti lavoratori irregolari sono sottoposti a lavoro paraschiavistico e al caporalato. Regolarizzarli darebbe loro la possibilità di svincolarsi dallo sfruttamento. Inoltre, se a questa misura si aggiungesse la possibilità di un permesso per ricerca lavoro o attesa occupazione, valido per tutto il periodo dell’emergenza per chi non ha oggi un lavoro, renderebbe regolari gran parte di quanti sono stati espulsi dal sistema di accoglienza, sono in attesa del riconoscimento della protezione (denegati ma ricorrenti), o sono in qualsiasi altra condizione che nella situazione attuale impedisce loro sia di rientrare nei propri paesi che di integrarsi attraverso il lavoro, anche a causa dell’abolizione del permesso di soggiorno per motivi umanitari.

La regolarizzazione non è un’opzione, ma una necessità che non può, tuttavia, essere effettuata sulla base di un permesso avente durata di pochi mesi.

Proponiamo di:

  • Estendere la regolarizzazione anche ad altri settori economici oltre quello agro-alimentare, includendo il settore turistico alberghiero, la ristorazione, la logistica e l’edilizia;
  • Estendere la finestra temporale per presentare la domanda;
  • Permettere che anche gli stranieri in possesso di un titolo di soggiorno regolare (e che magari già consente l’accesso al lavoro come nel caso dei richiedenti asilo) possano ottenere un permesso di soggiorno per lavoro, accedendo al provvedimento di regolarizzazione;
  • Prevedere che il lavoratore straniero regolarizzato possa cambiare mansione e settore di attività e che, in caso di perdita del posto di lavoro possa iscriversi nelle liste di collocamento per il periodo di residua validità del permesso di soggiorno, e comunque per un periodo non inferiore ad un anno. Ciò al fine di permettere alle persone di sottrarsi a condizionamenti derivanti da condizioni di lavoro inique o vessatorie, dare stabilità al lavoratore straniero e favorire una generale mobilità del lavoro.
  • Prevedere il rilascio di un permesso di soggiorno per “ricerca occupazione” valido per tutto il periodo dell’emergenza per chi non ha oggi un lavoro, che  finalmente svincoli la persona straniera da possibili ricatti o dal mercato dei contratti che hanno contraddistinto tutte le pregresse regolarizzazioni.

Il documento integrale è consultabile qui

Regolarizzazione migranti: le nostre proposte.

In questi giorni il Governo sta discutendo al proprio interno la proposta di regolarizzare i cittadini stranieri lavoratori in Italia.

In collaborazione con 250 organizzazioni e professionisti del settore immigrazione e asilo abbiamo realizzato un documento congiunto con una serie di proposte per il legislatore.

Siamo davanti a un’emergenza dalla triplice dimensione: sanitaria, sociale ed economica. Nell’attuale emergenza sanitaria mondiale dove è impossibile il movimento delle persone, anche per il ritorno nei Paesi di origine, per effetto della chiusura dei confini di moltissimi Paesi, è oggi più che mai necessario che il Governo e il Parlamento italiano promuovano una regolarizzazione dei cittadini stranieri presenti in Italia perseguendo due obiettivi oggi imprescindibili: l’emersione dall’invisibilità di migliaia di persone che vivono e/o lavorano nel territorio italiano ed una conseguente migliore tutela della salute personale e pubblica. Lasciare centinaia di migliaia di persone in condizioni di invisibilità, e di forzata indisponibilità ad effettuare uno screening sanitario, potrebbe comportare conseguenze disastrose per l’intera società, che vanno impedite adottando, come prima misura urgente, quella di consentire l’accesso al sistema sanitario, attraverso la regolarizzazione della loro presenza sul territorio.

Non bisogna dimenticare che la maggior parte dei migranti lavoratori irregolari sono sottoposti a lavoro paraschiavistico e al caporalato. Regolarizzarli darebbe loro la possibilità di svincolarsi dallo sfruttamento. Inoltre, se a questa misura si aggiungesse la possibilità di un permesso per ricerca lavoro o attesa occupazione, valido per tutto il periodo dell’emergenza per chi non ha oggi un lavoro, renderebbe regolari gran parte di quanti sono stati espulsi dal sistema di accoglienza, sono in attesa del riconoscimento della protezione (denegati ma ricorrenti), o sono in qualsiasi altra condizione che nella situazione attuale impedisce loro sia di rientrare nei propri paesi che di integrarsi attraverso il lavoro, anche a causa dell’abolizione del permesso di soggiorno per motivi umanitari.

La regolarizzazione non è un’opzione, ma una necessità che non può, tuttavia, essere effettuata sulla base di un permesso avente durata di pochi mesi.

Proponiamo di:

  • Estendere la regolarizzazione anche ad altri settori economici oltre quello agro-alimentare, includendo il settore turistico alberghiero, la ristorazione, la logistica e l’edilizia;
  • Permettere che anche gli stranieri in possesso di un titolo di soggiorno regolare (e che magari già consente l’accesso al lavoro come nel caso dei richiedenti asilo) possano ottenere un permesso di soggiorno per lavoro, accedendo al provvedimento di regolarizzazione;
  • Prevedere che il lavoratore straniero regolarizzato possa cambiare mansione e settore di attività e che, in caso di perdita del posto di lavoro possa iscriversi nelle liste di collocamento per il periodo di residua validità del permesso di soggiorno, e comunque per un periodo non inferiore ad un anno. Ciò al fine di permettere alle persone di sottrarsi a condizionamenti derivanti da condizioni di lavoro inique o vessatorie, dare stabilità al lavoratore straniero e favorire una generale mobilità del lavoro.
  • Prevedere il rilascio di un permesso di soggiorno per “ricerca occupazione” valido per tutto il periodo dell’emergenza per chi non ha oggi un lavoro, che  finalmente svincoli la persona straniera da possibili ricatti o dal mercato dei contratti che hanno contraddistinto tutte le pregresse regolarizzazioni.

Il documento integrale è consultabile qui

Fra chiacchiere e cucina: la convivenza di Ali e Giovanna.

Come state passando il tempo in quarantena? Chiediamo in videochiamata a Giovanna ed Ali, la loro risposta è immediata e all’unisono: “cuciniamo”! “Beh in realtà Ali prepara il pane e la pizza ed io sto a guardare mentre gli do sempre una mano quando fa la pasta fresca perché quella la so fare anche io” aggiunge Giovanna. Impastare è la passione di Ali che a gennaio ha concluso un corso di panificazione con la speranza di trovare un lavoro, magari in un panificio, dopo questa emergenza sanitaria così da poter mettere in pratica tutto quello che ha imparato.

Giovanna ed Ali hanno in comune la passione per la cucina, si divertivano a preparare cene e pranzi la domenica anche prima di questo periodo di quarantena. A Giovanna piacerebbe sperimentare nuove ricette e condimenti per la pasta, Ali invece è più tradizionalista: “la pizza? rigorosamente margherita, una volta Ali si è lanciato e abbiamo preparato una napoletana, quella con le acciughe, ma è stato solo un caso” dice Giovanna ridendo.

Nonostante la differenza di età i due cercano sempre di trovare delle attività da fare insieme, oltre alla cucina, condividono l’hobby delle passeggiate in montagna. E poi parlano e si confrontano: “discutiamo molto, di politica e questioni di genere, a volte abbiamo punti di vista completamente opposti ed è naturale visto che veniamo da realtà e generazioni diverse, ma non manca mai il rispetto per il punto di vista dell’altro”, affermano entrambi. Del suo ospite, Giovanna apprezza la maturità, nonostante la giovane età, e il fatto che l’abbia aiutata ad allargare i propri orizzonti. Ali invece fa affidamento sui consigli di Giovanna: “il miglior consiglio ricevuto da lei è quello di dover pensare di più a me stesso e non preoccuparmi sempre e solo per gli altri” dice Ali.

A soli 22 anni Ali ha quella maturità di chi ne ha viste già tante. Ancora minorenne, a 14 anni, ha abbandonato il nord del Mali, all’epoca caduto in una spirale di violenza e dove, ancora  oggi, persiste una situazione di conflitto a bassa intensità fra il governo centrale e le milizie islamiche di Al Qaida nel Sahel. “Quando i miliziani hanno iniziato a imporre la legge islamica e a costringere i ragazzi della zona ad unirsi alla guerriglia, ho capito che era arrivato il momento di andare via”. Da lì Ali ha iniziato il viaggio che lo ha portato prima in Algeria e poi in Libia. “Arrivato a Tripoli, ho lavorato un po’. La situazione ha iniziato a diventare pericolosa. Un giorno mi hanno fermato per strada e portato in un centro di detenzione per otto mesi. Lì funziona così, chiedono un riscatto alla tua famiglia e se non ti procuri il denaro, sei in trappola. Io purtroppo non avevo né denaro mio, né qualcuno che potesse pagare per me”, racconta con sguardo chino, mentre si accarezza alcune cicatrici che ha sul braccio.

“Ad un certo punto sono riuscito a scappare e  salire su un barcone. La traversata è stata difficile, ma per fortuna una nave italiana ci ha soccorso e portato in Sicilia”. Dall’isola Ali è stato trasferito prima in un centro per minori e poi in uno per adulti.

A sentirli parlare sembrerebbe che i due si conoscano da anni ma in verità Giovanna e Ali abitano insieme solamente da un anno. In realtà la loro convivenza era destinata a durare solo poche settimane. Giovanna si era iscritta a Refugee Welcome Italia con l’intenzione di ospitare una donna ma aveva deciso di dare una mano ad Ali per un paio di settimane così da dare alle volontarie il tempo di trovare il matching perfetto per entrambi: “abito da sola e per questo motivo avevo pensato di ospitare una ragazza rifugiata ma in quel preciso momento non c’erano donne nella lista di Refugee Welcome, così quando le volontarie mi hanno raccontato la storia di Ali, un ragazzo giovanissimo che aveva urgente bisogno di una stanza a Roma perché doveva iniziare un corso di panificazione, ho pensato di lanciarmi, ero serena perché tanto sapevo che sarebbe stata una soluzione temporanea, solo per 3 massimo 4 settimane”.

Ma qualcosa è cambiato nel loro rapporto quasi da subito, ad Ali è stata presentata una famiglia che era disposta ad ospitarlo per più tempo e a Giovanna sono state fatte varie proposte ma nessuna soluzione li soddisfaceva in pieno: “non ne avevamo parlato bene tra di noi ma in realtà avevamo già preso una decisione, quella di continuare quest’avventura insieme,  è stata una scelta naturale perché ci eravamo trovati bene e anche adesso a distanza di un anno tutto sembra filare liscio per fortuna”, conclude Giovanna.

La quarantena di Kalissa.

Kalissa è un giovane rifugiato accolto da una famiglia di Palermo. In questi giorni lo abbiamo incontrato per farci raccontare come sta andando questo periodo di quarantena.

Come stai vivendo questo periodo?

Lo sto vivendo come si dovrebbe. Nel senso che resto a casa per la mia sicurezza e per quella delle persone con cui convivo. Per salvaguardare la salute di tutti.

Come guardi a questa pandemia?

Sono sicuro che ce la faremo e la supereremo, anche se non si sa quando. Se tutti rispettiamo le regole stabilite dagli scienziati, sperando che abbiano ragione, supereremo anche questo.

La pandemia ti fa riflettere sull’importanza dell’avere una casa?

Sì, l’importanza della casa è grandissima. Auguro a tutti di averne una, un posto in cui stare. È importante perché mi trovo in un posto in cui mi sento al sicuro, protetto, nonostante la pandemia. Non sono solo, sono assieme a questa famiglia, che mi dà grande supporto. È anche per questo che sto vivendo questa esperienza con fiducia. Mi chiedo: “chi vive un momento del genere senza una casa, come fa?”

Qual è la prima cosa che farai appena finita la quarantena?

È una domanda che ognuno di noi si pone, ma la prima cosa da chiedersi è: “sopravvivremo?” Se tutto andrà bene, appena finisce questa quarantena, c’è la mia ragazza che è da 3 settimane che piange e ha voglia di vedermi.

 La tua attività preferita in questi giorni?

Studiare e leggere, perché mi aiutano a passare la giornata in maniera leggera.

Hai scoperto cose nuove?

Ho cucinato piatti nuovi, quello sì.

Pensi che sia cambiato il rapporto con Giando, Patrizia e i loro figli?

È cambiato molto, perché prima ci vedevamo poco. Adesso ci svegliamo assieme e fino a sera restiamo insieme. Facciamo lavori a casa, cuciniamo, mangiamo, chiacchieriamo e guardiamo film.

Pensi di conoscerli meglio?

Molto meglio, sì. C’è una maggiore apertura tra di noi, pure io sto condividendo di più quello che prima cercavo di tenere solo per me stesso. Parliamo anche delle mie preoccupazioni, e loro mi danno sostegno, anche perché sono grandi e hanno più esperienza.

Pensi che questo virus, come società, ci possa insegnare qualcosa?

L’uomo è nato per affrontare la sopravvivenza, come un pesce in mare aperto, sempre troverà delle sfide da affrontare e supererà anche questa. Al di là di questo, penso che insegnerà a tutti l’importanza di avere una casa in cui sentirsi al sicuro e dell’importanza delle relazioni, del convivere con gli altri.