L’11 marzo 2025 la Commissione europea ha presentato una proposta di Regolamento sui rimpatri destinata a sostituire l’attuale Direttiva. Il testo, che sarà votato a giorni dal Parlamento europeo, ha un obiettivo esplicito: aumentare il numero di espulsioni di persone senza permesso di soggiorno nell’Unione europea.
Refugees Welcome Italia, insieme ad altre organizzazioni della società civile, chiede da tempo che questa proposta venga respinta. Il regolamento rischia infatti di rafforzare un approccio sempre più punitivo alla gestione delle migrazioni, basato su detenzione, sorveglianza e deportazioni.
“Rimpatri” o deportazioni?
Nel testo della Commissione si parla di “rimpatri”. Molte organizzazioni della società civile, tuttavia, preferiscono utilizzare il termine “deportazioni”, perché la proposta si fonda in larga parte su strumenti coercitivi e sull’uso crescente della detenzione e dell’allontanamento forzato. Anche il cosiddetto “ritorno volontario” previsto dal regolamento è spesso fuorviante: nella pratica corrisponde più a una “partenza volontaria” obbligata, cioè alla possibilità di lasciare il territorio dopo aver ricevuto un ordine di espulsione, piuttosto che a una scelta realmente libera e informata.
Le misure più controverse
La proposta rafforza significativamente i poteri degli Stati membri per individuare, controllare, detenere ed espellere persone in situazione irregolare, partendo dal presupposto che le deportazioni siano lo strumento principale per ridurre l’irregolarità.
Tra gli elementi più controversi:
la possibilità di deportare persone verso paesi con cui non hanno alcun legame, inclusi paesi di semplice transito o addirittura paesi in cui non sono mai stati;
la creazione di “hub di rimpatrio” in paesi terzi, centri fuori dall’Unione europea dove trattenere le persone in attesa di espulsione;
l’estensione della detenzione amministrativa fino a 24 mesi;
un aumento della sorveglianza digitale e della condivisione di dati personali;
obblighi più severi di cooperazione per le persone destinatarie di un ordine di espulsione, con sanzioni in caso di mancata collaborazione.
Inoltre, il regolamento riduce in modo significativo le garanzie procedurali. In particolare, il ricorso contro un’espulsione non sospende più automaticamente l’allontanamento: una persona potrebbe quindi essere espulsə mentre il suo caso è ancora davanti a un giudice.
Secondo Refugees Welcome Italia, questa impostazione ignora le cause che portano molte persone a vivere senza documenti e non prende in considerazione percorsi di regolarizzazione, protezione o inclusione sociale.
Il rischio di una deriva repressiva
Queste politiche rischiano di separare famiglie, ampliare l’uso della detenzione e spingere sempre più persone in una condizione di precarietà giuridica. Allo stesso tempo, la gestione delle migrazioni verrebbe sempre più affidata anche ad attori privati nel settore della sicurezza e della sorveglianza.
Le immagini delle operazioni di deportazione negli Stati Uniti, con agenti che prelevano persone dalle loro case all’alba e famiglie separate nelle strade, mostrano cosa accade quando le politiche migratorie vengono costruite intorno alla logica della repressione. Il rischio è che anche l’Europa imbocchi una strada simile.
Un’altra direzione è possibile
Tutte le persone vogliono vivere in sicurezza e contribuire alle comunità di cui fanno parte. Per questo le politiche europee dovrebbero investire in protezione, inclusione e vie legali e sicure di ingresso, invece che in espulsioni e controllo.
Refugees Welcome Italia chiede alle istituzioni europee di:
respingere il regolamento nella sua forma attuale;
fermare l’esternalizzazione delle politiche migratorie verso paesi terzi e aziende private;
investire in diritti, protezione e percorsi di inclusione.
L’Europa deve scegliere dignità, solidarietà e diritti umani. Non politiche che rischiano di trasformare la migrazione in un problema di sicurezza e le persone in bersagli da espellere.
Firma l’appello per chiedere alle istituzioni europee di non approvare il Regolamento.
Qui il link per leggere l’analisi completa e dettagliata delle criticità.
Qui la lista delle 207 organizzazioni che hanno sottoscritto l’appello.



