Tra il 25 e il 26 febbraio 2023 un’imbarcazione in legno con a bordo circa 200 persone si è spezzata a poche decine di metri dalla costa di Steccato di Cutro, in Calabria. Almeno 94 persone hanno perso la vita, tra cui 34 bambine e bambini. Un numero imprecisato risulta ancora disperso.

La riva era visibile. L’Italia era lì.

Nonostante le segnalazioni di pericolo e l’evidente stato di difficoltà dell’imbarcazione, non venne attivata un’operazione di ricerca e soccorso. L’intervento fu inizialmente qualificato come un’azione di polizia, finalizzata al contrasto dell’immigrazione irregolare, e non come emergenza di salvataggio in mare.

Quelle vite si potevano salvare.

È in corso il processo che dovrà accertare eventuali responsabilità penali per quanto accaduto quella notte. Sei funzionari della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di non aver avviato tempestivamente il soccorso che avrebbe potuto prevenire o ridurre il numero delle vittime. I capi di accusa sono naufragio colposo e omicidio colposo plurimo.

Il tribunale dovrà stabilire se vi siano state omissioni o ritardi nella gestione dell’allarme e nella qualificazione dell’intervento. L’Italia, in base alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e alle convenzioni internazionali sulla ricerca e soccorso in mare (SAR e SOLAS), ha l’obbligo di intervenire tempestivamente quando vite umane sono in pericolo nelle proprie acque.

Oltre cinquanta sopravvissuti e familiari delle persone decedute si sono costituiti parte civile. Amnesty International segue il procedimento come osservatrice, sottolineando che il diritto alla verità e alla giustizia è parte integrante della tutela dei diritti fondamentali.

Ma Cutro non è solo una vicenda giudiziaria e umana. È la conseguenza di una scelta politica.

Negli ultimi anni i governi italiani, nel quadro delle politiche europee di gestione delle frontiere, hanno progressivamente privilegiato la deterrenza e il controllo degli arrivi rispetto alla protezione effettiva delle persone. Il cosiddetto “decreto ONG” ha imposto alle navi impegnate nei salvataggi restrizioni operative, fermi amministrativi e l’assegnazione di porti lontani, riducendone la capacità di intervento.

Parallelamente, il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo consolida un’impostazione centrata su procedure accelerate di frontiera, ampliamento della detenzione amministrativa, rafforzamento dei rimpatri ed esternalizzazione dei controlli verso paesi terzi. Un impianto che rafforza la dimensione securitaria della gestione migratoria senza prevedere un sistema europeo strutturale di ricerca e soccorso né un ampliamento significativo e proporzionato dei canali legali di ingresso.

In questo quadro, il Mediterraneo centrale continua a essere una delle rotte migratorie più letali al mondo. Dopo le recenti tempeste, l’ipotesi iniziale parlava di circa 380 dispersi, ma si stima che possano essere fino a mille le persone partite durante quei giorni di maltempo di cui non si hanno più notizie. Chi si trova in mare in condizioni simili lo fa perché non ha alternative sicure.

Vincenzo Luciano, pescatore di Cutro, è stato tra i primi a entrare in acqua quella mattina di tre anni fa. Per settimane ha recuperato corpi tra le onde. “Ho preso in braccio un bambino di tre anni, aveva ancora gli occhi aperti. Credevo fosse vivo”. Da allora non è più tornato a pescare. “Il giorno prima peschi, quello dopo vedi i corpi sulla spiaggia. È una cosa che non si può dimenticare”.

Evitare che tutto questo si ripeta richiede decisioni politiche precise.

Significa: ripristinare e rafforzare un sistema pubblico di ricerca e soccorso tempestivo, coordinato e adeguatamente finanziato; cessare la criminalizzazione e le restrizioni operative nei confronti delle navi impegnate nel salvataggio di vite umane; garantire piena attuazione agli obblighi internazionali sul diritto alla vita e sul soccorso in mare; ampliare in modo significativo i canali legali e sicuri di ingresso, incluse vie umanitarie, ricongiungimenti familiari e programmi di reinsediamento; riorientare le politiche europee dalla deterrenza alla protezione effettiva delle persone.

Il processo potrà accertare responsabilità individuali.
Ma evitare nuove morti è responsabilità della politica.

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